Il tufo e la storia: la nuova primavera etrusca della Tuscia
Droni per mappare le città, archeologia subacquea e interventi d'urgenza sul tufo: la Tuscia è uno dei laboratori archeologici più attivi d'Europa

Droni per mappare le città, archeologia subacquea e interventi d'urgenza sul tufo: la Tuscia è uno dei laboratori archeologici più attivi d'Europa

Una serie di recenti campagne di scavo e progetti internazionali in Tuscia – coordinati dalle università e dalla Soprintendenza di Viterbo – sta scardinando il vecchio cliché dell’archeologia ottocentesca da cacciatori di tombe. Oggi la ricerca sul campo in siti chiave come la necropoli di Sasso Pinzuto, scavata nel tufo di Tuscania, o l’abitato di Musarna a Viterbo unisce la precisione della tecnologia GIS alla decodifica di un territorio antropizzato millenni fa, offrendo agli studiosi e al pubblico una chiave di lettura totalmente nuova sulla gestione delle risorse e sul potere politico nell’Etruria interna.
Chi pensava che l’Etruria interna avesse già svelato ogni suo segreto si sbagliava: la Tuscia, antica terra viterbese, sta vivendo una vera e propria primavera archeologica, un fermento di scavi e scoperte che sta ridisegnando la mappa delle nostre conoscenze sul popolo dei vivi, e non solo su quello dei morti.
Dalle sponde sommerse del Lago di Bolsena alle monumentali necropoli di Tuscania, fino ai rilievi digitali che stanno ridando forma alla città dimenticata di Musarna, gli ultimi mesi hanno segnato una svolta. Non si tratta più solo di riportare alla luce corredi funebri, ma di ricostruire la quotidianità, l’architettura e l’avveniristico rapporto con l’acqua di una civiltà che continua a parlarci dal sottosuolo. Un mosaico antico che oggi si ricompone grazie a un’inedita alleanza tra la terra, il rigore dello scavo stratigrafico e la lungimiranza della tutela istituzionale.
I recenti scavi effettuati nel sito subacqueo del Gran Carro, situato sulla sponda orientale del Lago di Bolsena e risalente alla prima età del Ferro, hanno dimostrato che l’archeologia etrusca non è solo culto dei morti. Qui si parla di un abitato, della vita vera, di palafitte e di ingegneria idraulica alle origini della civiltà. Le ricerche e i saggi stratigrafici subacquei, condotti dall’archeologa Barbara Barbaro, coordinatrice delle campagne di scavo, hanno messo in luce dettagli unici sull’antico villaggio: originariamente stimato in 800 mq, le campagne di scavo e mappatura recenti hanno rivelato un’area di interesse archeologico che si estende per oltre un ettaro e mezzo.
Gli scavi dettagliati hanno individuato una sequenza stratigrafica fino a sette livelli di strati, ed hanno distinto due precise aree, quella abitativa palafitticola, costituita da centinaia di pali lignei ancora infissi nel fondale sabbioso, e quella sacra, caratterizzata da un gigantesco tumulo di pietre a secco legato a probabili sorgenti termali e destinato forse a riti dedicati a divinità femminili della terra o dell’acqua.
I risultati delle indagini subacquee sono straordinari anche sul piano della carpenteria lignea, perché l’eccezionale conservazione dei pali di legno sotto lo strato di fango ha permesso di mappare la struttura delle palafitte e l’organizzazione sociale del villaggio.
La tutela e la valorizzazione del sito hanno portato alla creazione di un percorso archeologico subacqueo visitabile (spesso con aperture straordinarie diurne e notturne) e all’allestimento di mostre dedicate.
Questi scavi sommersi confermano la grande capacità degli Etruschi di usare e gestire le risorse idriche, sia per i rituali sacri sia per la navigazione commerciale e ci rimandano direttamente ad altri importanti scavi archeologici, quelli in corso nelle acque di fronte a Tarquinia, dove sorgeva l’antico porto etrusco di Gravisca.
Qui infatti le università di Milano e Perugia, insieme alla Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la provincia di Viterbo e per l’Etruria meridionale e ai Carabinieri Subacquei di Roma stanno dando vita a un capitolo di grande rilievo per l’archeologia italiana e globale. Le ricerche si sono focalizzate su una struttura in pietre calcaree provenienti dal territorio circostante, al cui interno sono stati individuati pali in legno attribuibili, con ogni probabilità, a una fase di epoca etrusca. In un momento successivo, durante l’età romana, l’opera sarebbe stata riadattata mediante l’impiego di blocchi di calcare locale. Gli archeologi ipotizzano che la struttura potesse essere destinata ad attività legate alla pesca, come la lavorazione del pesce o il funzionamento di una peschiera. Un ritrovamento importante perché racconta di un popolo che non si limitava a “raccogliere” ciò che la natura offriva, ma modificava attivamente il paesaggio per garantirsi una fonte stabile di cibo, sviluppando una vera e propria ingegneria dei materiali.
L’archeologia moderna si rinnova anche grazie all’innovazione metodologica: la tecnologia digitale sostituisce il vecchio piccone dell’archeologo e permette di ricostruire intere città senza doverle scavare integralmente, rispettando il paesaggio attuale, come succede a Musarna, sito archeologico a pochi chilometri da Viterbo, dove le nuove ricerche hanno messo in luce non solo la necropoli ellenistica, ma anche l’area urbana, con l’individuazione dell’asse che collegava la porta nord alla porta sud.
Qui la spinta è arrivata dall’applicazione combinata di pulizia stratigrafica mirata, droni, scansioni laser 3D e georeferenziazione in sistemi GIS (Geographic Information System). Grazie a questa modellizzazione tridimensionale, l’équipe internazionale di ricerca è riuscita a mappare l’intero tessuto urbano antico, rivelando la pianificazione geometrica dello spazio tipica dell’urbanistica etrusco-romana.
Nella necropoli di Sasso Pinzuto a Tuscania, nota fin dall’Ottocento, è in corso uno scavo del Center for Ancient Mediterranean and Near Eastern Studies (CAMNES) di Firenze in stretta collaborazione con l’Università di Napoli Federico II che ne dirige i lavori sul campo.
Qui l’elemento inedito è l’individuazione di alcune trincee anulari di grandiosi tumuli funerari scavati direttamente nel banco di tufo grigio locale, una roccia estremamente friabile e soggetta all’erosione e ai danni dell’agricoltura. Nonostante la criticità della pietra e le numerose violazioni da parte di tombaroli nei decenni passati, gli archeologi hanno recuperato frammenti preziosissimi di lastre fittili (terracotta dipinta in rosso e giallo) e decorazioni architettoniche. Questi fregi raffigurano banchetti, processioni e altre scene legate all’autorappresentazione delle aristocrazie etrusche, offrendo una testimonianza diretta dei simboli del potere, della ricchezza e del prestigio sociale delle élite dell’epoca.
Sono anche state messe in luce le fondazioni in opera quadrata in tufo di un edificio a pianta rettangolare, posto in un punto dominante, un oikos associato alla necropoli, il cui ritrovamento consente di comprendere meglio come si svolgevano i culti funerari e le cerimonie dedicate ai defunti appartenenti alle famiglie più potenti. Una scoperta rara perché finora strutture di questo tipo erano note soprattutto attraverso frammenti decorativi sparsi.
Questi ritrovamenti sono importanti perché non aggiungono soltanto nuove tombe al patrimonio archeologico, ma permettono di documentare concretamente i fasti dei principi etruschi: il loro potere, le loro cerimonie pubbliche, i rituali funerari e le forme con cui le élite manifestavano il proprio rango all’interno della società etrusca.
La sfida più complessa, tuttavia, comincia ora: trasformare la ricerca in memoria collettiva. Le scoperte di Bolsena, Gravisca, Musarna e Tuscania confermano che la Tuscia è oggi un cantiere archeologico a cielo aperto in costante evoluzione. In questa porzione di Lazio, il tufo grigio della Tuscia non è più una semplice pietra, ma una pergamena geologica: una pagina porosa e fragile in cui gli Etruschi hanno inciso i capitoli della loro storia, affidando alla roccia la memoria dei loro vivi e dei loro morti.
Ma la vera novità del 2026 è la velocità con cui la tutela si fa valorizzazione: la nuova convenzione triennale siglata nel maggio 2026 tra la Soprintendenza di Viterbo e il Comune di Tuscania ne è la prova. Un accordo che dimostra come l’archeologia oggi non sia solo uno sguardo rivolto al passato, ma un progetto politico e culturale concreto per restituire queste scoperte alla fruizione pubblica, trasformando la Tuscia profonda in un modello di valorizzazione territoriale per l’intera Europa.
Il messaggio è chiaro: per i tesori della Tuscia è finito il tempo dell’oblio sotto l’interro agricolo; è iniziato quello della restituzione ai visitatori e alla comunità.
