Giada Bocellari nel 2014 aveva 29 anni e aveva giurato da avvocata solo da 3 mesi quando si trovò esposta sul palcoscenico più rovente della scena giudiziaria di quell’anno: l’appello per il delitto di Garlasco, unico imputato Alberto Stasi. Quell’esperienza ha scandito la sua vita professionale – e ne ha stravolto quella personale – per ognuno di questi ultimi 11 anni.

Nessun mestiere ha una nomea peggiore di quello dell’avvocatura. Viene considerato praticamente impossibile farlo onestamente. Perciò Giada, finiti gli studi di Giurisprudenza, non voleva fare l’avvocata. Lei credeva nella Giustizia, quella con l’iniziale maiuscola. E sapeva che un’avvocata deve tutelare il suo cliente, prima di essere una paladina della giustizia. Anzi: invece di essere una paladina della giustizia.

La convinse a provare il grande Angelo Giarda, avvocato stimatissimo da colleghi, magistrati e giornalisti, con cui si era laureata all’Università Cattolica di Milano. Il professore le suggerì di operare una distinzione nel suo lavoro: quella fra difesa e assistenza. Assistenza è quella a cui ha diritto ogni cittadino in un tribunale: un lavoro tecnico, che si esegue al fine di ottenere il migliore esito del processo sulla base degli atti procedurali. E Giada Bocellari tecnicamente era preparatissima, non a caso Angelo Giarda la voleva a tutti i costi nel suo studio.

Ma poi c’è la difesa dell’innocente. La battaglia dei buoni contro i cattivi. Quella della strenua formazione del convincimento nel contraddittorio del processo. Giada in questa battaglia si arruola subito, in quel 2014, quando Alberto Stasi, cliente dello studio Giarda, divenuto anche suo assistito, viene condannato per l’omicidio della fidanzata Chiara Poggi.

Un clamoroso caso di mancato esercizio del ragionevole dubbio

La storia investigativa e l’esito processuale del delitto di Garlasco è un clamoroso caso di mancato esercizio del ragionevole dubbio. Di più: è una storia di incomprensibili dimenticanze, vergognose sciatterie, sconcertanti salti logici. Il tutto aiutato da un sentimento pubblico profondamente ostile a un imputato “antipatico”: Alberto Stasi ci appariva freddo, aveva “occhi di ghiaccio”, e non ci piaceva neanche il fatto che fosse “un bocconiano”, inteso come figlio di papà. Nessuno di noi tifava per lui. E su questo sentimento diffuso, da un certo momento in poi, ha trovato facile strada un’ostinazione giuridica.

Giada Bocellari, come ti spieghi che a un certo punto sia sparito il ragionevole dubbio, cui pure s’era appellato chiaramente il giudice del primo processo?
In Italia l’esercizio del ragionevole dubbio, mutuato abbastanza recentemente nel nostro sistema giuridico dalla common law, cioè dal sistema giuridico anglosassone, non è mai diventato una cultura. L’idea che, in presenza del dubbio, sia ‘meglio avere un assassino fuori che un innocente in galera’ continua a cozzare contro il desiderio di rassicurazione e la conquista di un senso di sicurezza. Oltretutto, nel sistema anglosassone, c’è inappellabilità di un’assoluzione. Cioè, se sei stato assolto una volta, basta. Invece come sappiamo Stasi è stato assolto due volte prima di essere condannato. Ma alla fine un sentimento di pancia ha avuto la meglio sulla testa.”

Alberto Stasi e Chiara Poggi nel giorno della laurea triennale di Alberto

Giada Bocellari, che ha imparato negli anni a conoscere Alberto, decide di non abbandonarlo al suo destino neanche dopo che la sentenza di condanna è diventata esecutiva.

“In questi anni di lavoro per ricostruire la vicenda di Garlasco ho rinunciato a tanto, sia a livello professionale che a livello personale. La domanda che continuamente mi ponevano, i colleghi e gli amici, alla fine si riduceva a: ma chi te lo fa fare? E io ogni volta rispondevo: ma se Alberto Stasi fosse tuo fratello, tuo figlio, tuo padre, non vorresti che qualcuno lottasse per lui?

Perché per lei era talmente evidente l’ingiustizia che, una volta che le porte del carcere si erano chiuse dietro il suo assistito, non era riuscita a voltarsi dall’altra parte.

Può accadere a chiunque. Quando la gente se ne renderà conto, ne rimarrà terrorizzata

A che punto sia arrivata oggi questa storia è diventato di dominio pubblico 3 settimane fa: grazie ai risultati di un’indagine del Nucleo Investigativo dei Carabinieri di Milano e all’iniziativa della nuova Procura di Pavia (che ha dovuto però ricorrere alla Cassazione perché le fosse consentito di proseguire le indagini, data l’opposizione del GIP), si stanno raccogliendo indizi che, se confermati, mineranno gravemente il quadro accusatorio per cui Alberto Stasi è stato condannato a 16 anni di carcere, pena ormai quasi del tutto scontata, e al risarcimento di diverse centinaia di migliaia di euro alla famiglia della vittima, somma che ha già versato in gran parte e che continua ratealmente a versare.

Ma è stata l’ostinazione di Giada, sono state le sue indagini difensive, la sua capacità di riunire intorno a sé un gruppo di professionisti affermati che, persuasi da lei, hanno lavorato gratis per anni fino a mettere in luce tutte le falle del giudizio di condanna, ad aprire la strada a tutto il resto. Se non ci fosse stata lei, Alberto Stasi ora non avrebbe un’opportunità di riabilitazione e la vittima, Chiara Poggi, forse non avrebbe ora finalmente giustizia.

Io non posso sapere come finirà questa storia. So però che ho fatto tutto il possibile per ristabilire la verità, non posso rimproverarmi nulla. E so che quello che è accaduto ad Alberto Stasi può accadere a chiunque. Quando la gente se ne renderà conto, ne rimarrà terrorizzata.

Alberto Stasi oggi

Piero Calamandrei, l’avvocato che a livello più alto ragionò sulla sua professione, scrisse: ‘Molte professioni possono farsi col cervello e non col cuore. Ma l’avvocato no.’ Quanto conta il tuo coinvolgimento emotivo in questa storia?
“Tanto, tantissimo. Il coinvolgimento emotivo verso la storia di Alberto è arrivato per forza di cose, ma è venuto dopo. Prima c’è stata la rabbia, la ribellione. Era per me talmente evidentemente che fosse stata operata un’ingiustizia, che non potevo fare finta di niente.”

Garlasco. Un caso da manuale di processo mediatico

La vicenda di Garlasco è anche un caso da manuale di processo mediatico. Fu gestito male sin dall’inizio dalla difesa di Stasi, col vecchio professore Giarda che predicava che “i processi si fanno nelle aule dei tribunali, non sui giornali”, e il giovane Stasi che litigava con i giornalisti invece di cercarne la complicità. Tu oggi come la pensi?
“Io la penso ancora alla stessa maniera del Professore, ritengo che il confronto dialettico debba avvenire nelle sedi istituzionali. Però ormai prendo atto che un avvocato deve fare i conti anche con i media: in alcuni casi non può sottrarsi al confronto nelle sedi non istituzionali – gli studi televisivi ad esempio – perché poi l’esito di quel confronto quasi inevitabilmente influisce anche sulle sedi istituzionali, sottoponendo i giudici popolari – ma anche quelli togati a volte – a una forte suggestione se non addirittura a pressione.”

Cosa pensi del rapporto giudici-avvocati? Sempre Calamandrei scriveva: ‘Il segreto della giustizia sta in una sempre maggiore umanità e in una sempre maggiore vicinanza umana fra avvocati e giudici nella lotta contro il dolore.’
“Il rapporto fra avvocati e giudici mi sembra che dipenda molto dal Foro in cui eserciti. A Milano ad esempio esiste molto distacco, in altri Fori c’è un rapporto più rilassato. Io in generale ho un grandissimo rispetto per i giudici, penso che per la stragrande maggioranza lavorino con grande coscienza ed etica professionale. Penso anche che nella media siano più preparati degli avvocati.”

La legge è uguale per tutti?
“No, non lo è. Un bravo avvocato fa la differenza. E lo stesso avvocato non è uguale ogni volta. Spesso c’è un margine di scelta nella strategia – per esempio la richiesta o meno di un rito abbreviato – che l’avvocato modula in base alla persona e al metodo o alle preferenze del giudice che ha di fronte.”

Le donne sono più capaci di accogliere tutta intera l’umanità dell’altro e farsi carico del suo dolore

C’è uno specifico dell’essere donna nella tua professione?
“Sì, ne sono convinta. Senza nulla togliere a bravissimi colleghi maschi, io penso che una donna abbia in generale una maggiore intelligenza emotiva, cosa fondamentale nel rapporto con gli assistiti. Le donne sono più capaci di accogliere tutta intera l’umanità dell’altro e farsi carico del suo dolore. Sì, è una questione di empatia: se si instaura una maggiore relazione di fiducia fra avvocato e assistito, insieme si possono decidere le migliori strategie e i migliori percorsi processuali. Io non sono mai giudicante nei confronti del mio assistito, l’avvocato non è un censore morale.”

Dopo questi 11 anni, da che sei entrata per la prima volta in un’aula di tribunale, e anche in un momento forse di chiusura di un cerchio per il tuo impegno sul caso di Garlasco, cosa è per te il lavoro dell’avvocata?
“Perché fai l’avvocata? Per guadagnare tanti soldi? Per avere un bello studio e tanti collaboratori? No, per me l’avvocato deve avere una funzione sociale. Noi vediamo spesso il lato peggiore della vita e a vari livelli cerchiamo di porvi riparo. Non sono un’avvocata che a tutti i costi difende l’indifendibile. So che esiste anche il male assoluto, a volte lo incontro. Ma credo nel diritto di ogni cittadino di fronte alla legge. E ogni volta che posso, lavoro per una giustizia riparativa.”

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