James Senese, l’ultimo rivoluzionario
James Senese era l'ultimo rivoluzionario della musica italiana, quella che ha combattuto, ha inventato, ha immaginato, ha sognato, ha trasformato, ha donato, ha cambiato. "Aspettanno ‘o tiempo".

James Senese era l'ultimo rivoluzionario della musica italiana, quella che ha combattuto, ha inventato, ha immaginato, ha sognato, ha trasformato, ha donato, ha cambiato. "Aspettanno ‘o tiempo".

Questa è una via di passaggio. La nostra vita vera è dall’altra parte. È da dove veniamo. Ritrovo il frammento di una chiacchierata con James Senese di qualche anno fa. Stavamo ricordando Pino Daniele e James, con parole semplici e potenti, raccontava il senso della vita e della morte.
Ed oggi se n’è andato. James Senese era l’ultimo rivoluzionario della musica italiana, quella capace di parlare ai “Sud del Mondo”, quella che ha combattuto, ha inventato, ha immaginato, ha sognato, ha trasformato, ha donato, ha cambiato.
Una musica che ha saputo cantare “mille poesie”, che “ha ‘a musica inde vene e che basta pe campà”, che “tiene ‘o mare”, che fa scorrere “‘o sanghe” e riesce a miracolarlo in pace e serenità. Una musica rabbiosa che trasforma l’urlo in preghiera, che sfida la fisica e la ragione, oltrepassa le barriere: la montagna si ricongiunge al mare, il sole alla luna, in un abbraccio fraterno fra i popoli, perché “l’America sta cà’”.
Un disco potente, commovente, un bacio che ci rianima il cuore, per non rassegnarsi e combattere ancora, con l’arma più potente: la musica. È il linguaggio di un artista e di un uomo nato “in mezza a via”, che viene dalla strada e che la vita la conosce, capace di raccontarla guardandola negli occhi.
James era incazzato nero e non ha mai avuto paura della verità. Denunciava, protestava, e lo faceva con la sua disperata voce da profeta di strada, il suono nostalgico del sax e liriche degne della grande poesia napoletana.
In lui conviveva il miracolo di San Gennaro, il riscatto poetico di Troisi, il coraggio di Pino Daniele, lo sguardo amaro di Eduardo. Qualcosa di più che una tradizione folk, ma una vera sociologia popolare e l’antica sapienza di uno sciamano passionario. Mistico quando parlava d’amore in “Sott’ e lenzole” e cantava alla luna un amore disperato, perché “dint’ o core” il sentimento non crede al tempo e cerca sempre l’amore.
Anche quello che se ne va, quello perduto, quello incompreso, fra passione e dolore, in una luce che si accende e si spegne. “L’America sta ‘cca, sta rint’ a chistu core, e dint’ a stu sassofon”: era qui tutta l’essenza di James, le sue origini, il suo sangue, la sua pelle, la sua storia. In “Route 66” donava una grande lezione, ancora capace di sorprendere e sperimentare con il suo personale jazz.
E poi le perle come “Love Supreme”, “E’ na bella jurnata”, un canto largo, leggero, carezzevole e solenne, dove voce e musica si rincorrono e danzano, sospinti da un vento chiamato poesia pura. Contaminazione e avanguardia: il Mediterraneo si fa fisico a forma di sassofono, che assomiglia a Coltrane, Davis, Brown, e poi c’è lo spirito guida di Pino Daniele, fratello di mare. James aveva la voce che gracchiava, una voce migrante che sopravvivrà a tutto, il vero miracolo che non ha bisogno di ampolle.
James è andato oltre, ha attraversato mari e oceani, ha ripiantato alberi, ha inventato sonorità senza dimenticarsi mai da dove è venuto. L’unica rivoluzione ancora possibile, forse un soffio, il fiato in uno strumento che riesce ad arrivare al cielo, facendo tremare la terra di commozione. Nelle parole di ” O Sanghe” l’eredità di pace e speranza che ci lascia: ““Quànt sanguè rinto a’ terra/ Lacrìm ra’ gentè/ Il sanguè ro’ popolò perdentè/ Prego ‘a notte e prego ‘o juorno/ Ca fernesce chesta guerra/ Comme faje a nun capì ca ‘a vita nun fernesce qua/ E se ne va/”.
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Splendido pezzo, capace di restituirci il vero soul di James Senese. Grazie