La diaspora di una famiglia
Francesca Cavallone nel suo libro d'esordio "La figlia conforme" ci racconta di una famiglia che si vive come una monade separata dal mondo.

Francesca Cavallone nel suo libro d'esordio "La figlia conforme" ci racconta di una famiglia che si vive come una monade separata dal mondo.

Sveva, Gulia e Valeria sono tre giovani donne nate e cresciute in una piccola città del sud d’Italia. Appartengono a una famiglia benestante e molto tradizionalista, con una organizzazione sociale fortemente improntata ai criteri e ai valori del patriarcato.
Mentre crescono soffrono maledettamente per la loro condizione e lo fanno in maniera diversa. Nessuna delle tre può trovare la sponda in una madre sottomessa e tanto meno vede spiragli di comunicazione nelle relazioni con un padre, il cavalier Carlo Melillo, che, al massimo della sua espressione, affettiva riesce a essere fastidiosamente paternalista nei confronti di Sveva, la figlia maggiore quando la ragazza si trova costretta a indossare un fastidioso e pesantissimo busto per correggere le sue “storture”.
Questo è l’impianto del libro di esordio di Francesca Cavallone, pubblicato da Giulio Perrone editore e che ha per titolo La figlia conforme (pp 256, euro 20:00).

Cavallone è pugliese e vive da molti anni a Roma. Nonostante si sia laureata in Giurisprudenza ha deciso di dedicarsi a ciò che ama di più la scrittura, il teatro, il cinema. A dimostrazione ulteriore che una volta soddisfatti i desideri più o meno ingombranti della famiglia di origine, il trasferirsi in una grande città con molte opportunità costituisce un fatto emancipatorio se non addirittura liberatorio, per lei come per molti altri, donne e uomini.
E’ proprio la famiglia il centro dell’interesse di questa autrice brava e assai promettente. Una famiglia che si vive come una monade separata dal mondo e che però legge il mondo solo ed esclusivamente come composto da “le altre famiglie”.
All’interno le regole sono rigide ma anche molto formali. Il padre soprattutto è sempre inappuntabile dal punto di vista esteriore (certi livelli sociali del sud fino a non molti anni fa rappresentavano la stessa eleganza e la stessa formalità) perché si è convinti che “come ti presenti così vieni trattato”.
Arriva però il momento in cui la famiglia, attraverso le figlie, “esplode”. Senza particolari clamori, senza grida e vesti strappate: semplicemente si disfa.
Valeria, la figlia minore, la più intelligente e sensibile; non perseverante e incapace di sostenere anche le minime frustrazioni, quasi inavvertitamente agli occhi degli altri si allontana e scompare. Si verrà poi a sapere che si è aggregata a una comunità spirituale poco lontano dal paese dove ha sempre vissuto. Un Hasram dove si eseguono pratiche di meditazione e yoga. Un villaggio di trulli con cartelli scritti a mano e tuniche colorate che pendevano su fili tesi tra gli ulivi.
Chi si allontana in modo netto e anche lei quasi silenzioso perché nascosto dietro scelte “previste” e tutto sommato conformiste è la seconda figlia Giulia, la vera ragazza in fuga. Che però riemergerà in tutta la sua “crudezza” in un certo momento della storia che non è bene anticipare.
In questa diaspora filiale, Sveva rimane. Sceglie di stare al suo posto. Quasi un alter ego dell’autrice, si ritrova, a volte suo malgrado, a seguire le vicende dei suoi cari e, attraverso i suoi occhi e la sua sensibilità che, via via si fa più evoluta e sofisticata ci porta a compimento un ragionamento archetipico sulla famiglia in ogni lettore potrebbe trovare una parte della propria storia.
Il libro si legge piacevolmente, forte di una struttura solida e di un ritmo avvincente, ma quello che costituisce il vero e proprio punto di forza lo individuiamo nella capacità di Francesca Cavallone di scrivere i dialoghi. Francesca infatti è un a brava performer di stand-up comedy e ha trasferito nel suo libro la freschezza e la dinamicità dei dialoghi di improvvisazione del palcoscenico condendoli con una buona dose di sana ironia.
