La filosofia, e molto altro, per capire l’andare e il guardare la montagna
“Uomini verticali”: un libro open source che esplora tanti arcani del nostro rapporto con le vette, con la montagna.

“Uomini verticali”: un libro open source che esplora tanti arcani del nostro rapporto con le vette, con la montagna.

Piccoli al cospetto della montagna, restiamo ai suoi piedi costernati per l’ampiezza delle opportunità e delle sfide che essa ci pone. Non è il “campo da attraversare” di Pasternak – è molto di più, perché la complessità della montagna per sua natura è sfida individuale, contemplazione estetica, sfida atletica minima o estrema, attrezzatura, ricerca scientifica, patrimonio di tradizioni orali e di architetture popolari, lessico proprio, fonte di energia rinnovabile, gastronomia, iconografia, transumanze, radici di democrazia e di diritto, patria di minoranze linguistiche e religiose, serbatoio di aria pulita, ascesi spirituale, fatto eminentemente sportivo, teatro di guerre ma molto di più di vette e crinali transfrontaliere ma senza frontiere, terra del silenzio apparente, e molto altro.

Guardandola dal basso vero l’alto, o esausti sulla vetta, o semplicemente “pensandola”, con la montagna è un farsi “uomini orizzontali”, come richiama il volume “Homo Horizontalis: ascesi fisiche e ascese alpinistiche” disponibile gratuitamente online e curato da Mirko Alagna Sara Benvenuti e Giovanna Lo Monaco dell’Università di Firenze.
Uno studio, quasi uno zibaldone, che ritengo raro nel panorama scientifico europeo, e che in oltre 350 pagine “open source” sposa esattamente la vocazione della montagna, che nella sua generosità è sempre, per antonomasia, un bene comune aperto a tutti e disponibile. Raramente capita di leggere uno studio così ambizioso, che va oltre l’aneddotica e la descrizione, che osa parlare a tu per tu con la montagna, che la scava, ovvero che scava dentro di noi, nel nostro intimo groviglio di attrazione, follia, bisogno.
Questi studiosi – accademici che da Torino a Messina hanno contribuito al volume, e che si rivelano anche alpinisti – si sono sbizzarriti, e hanno scritto cose che altrove, sulla montagna, non si leggono facilmente – anche se la ricca bibliografia, ragionata, vale di per sé il libro per i rimandi che suggerisce, e sarebbero tutti da citare. Si scorrano i capitoli nell’indice, che come una parete di roccia può spaventare oppure (è il mio caso) sedurre irrimediabilmente, per intravedere la potenza di questo lavoro: “Quando l’ascesi non è solo un’ascesa: esercizi cristiani antichi per l’immobilità”, “Giù in mezzo agli uomini. Ascesi non-ascensionale in Paolo di Tarso”, “Filosofia degli esercizi fisici”, “Prolegomeni a una futura filosofia degli esercizi fisico-sportivi”, “Filosofia dell’esercizio verticale”, “Natura, giudizio, libertà. O perché non possiamo davvero fare una gara di scialpinismo”, “Alpinisti allo specchio. L’autobiografia come sublimazione”, “Dall’inutile all’impegno: nodi e percorsi negli scritti dell’alpinismo contemporaneo”.
La formulazione dei titoli è già aderente al principio di un’ascensione: un su e giù, un dover attraversare ragionamenti e connessioni come il saltare da una cengia all’altra, una ricchezza di pensieri incastonati tra loro come lo è la conformazione di una roccia. Uno die cuori del volume è raccolto nel saggio di Dimitri Dandrea, “Sul significato e sul senso dell’alpinismo. Le metamorfosi delle pratiche ascensionali al tempo del singolarismo”. Vi si legge, ad esempio, una esatta definizione dell’impresa alpinistica: “In termini generali, con ascesi intendo l’insieme degli esercizi fisici e psichici intensivi e virtuosistici ai quali ci si sottopone volontariamente per migliorare o mantenere la nostra capacità di conseguire un bene materiale, emotivo o spirituale – sia esso una condizione duratura o un’esperienza puntuale – che viene investito di un’importanza sensibilmente superiore a quello che gli viene attribuito dagli altri individui.
L’ascesi è, dunque, una forma di potenziamento di sé in direzioni insolite ed extra-ordinarie: un miglioramento di sé come acquisizione e mantenimento dell’accesso a beni superiori che impongono nuovi impegni e la rinuncia al comfort dell’abitudine (del già acquisito) e all’attualità del godimento. La disciplina ascetica non si configura come sordità al desiderio o al piacere, ma come disponibilità per piaceri più esigenti. Come capacità di non farsi inibire dalla pigrizia, di non farsi trascinare dall’inerzia del quotidiano, da ciò che abbiamo già acquisito”. poi si passa ai caratteri di scelta volontaria, di lusso, di scarto dalla quotidianità, così come ai cinque tratti distintivi di “impresa”, fatica, rischio, corpo & mente, di fatto culturale, propri di un’ascensione.
Si prosegue, come in montagna, con altri paesaggi, ogni pagina svela uno scorcio di riflessione nuovo. E quando si pensa di essere arrivati alla fine, ecco che un’altra impresa ci aspetta: un capitolo dedicato al diritto applicato alla montagna. Materia di straordinario, e vitale, interesse, per l’alpinista, perché montagna e responsabilità – individuale e collettiva – sono tutt’uno. È forse proprio in questa parte conclusiva, nella quale irrompono i giuristi, che si coglie la bellezza della montagna anche nella sua natura inclusiva, nella sua, a rovescio rispetto all’homo verticalis, orizzontalità.
È l’ennesimo dono delle vette: scoprire che c’è chi insegna nei nostri atenei la filosofia della montagna, e il diritto della montagna, e la letteratura della montagna, e la sua storia, e senza il fiatone dell’alta quota, con un semplice clic condivide quel che pensa, quel che sa, così come nei bivacchi alpini condividiamo lo stesso giaciglio, sotto le stesse stelle.

