Spiazzante e disturbante. Ti prende, ti strattona, ti lancia davanti agli occhi immagini ridicole, a tratti esilaranti, e profondamente tragiche. La Merda, scritto da Cristian Ceresoli e interpretato da Silvia Gallerano, fa proprio questo. 

È la storia di una ragazza e del suo provino per partecipare a una pubblicità. Per farcela, deve diventare grassa. Deve far ingrassare quelle sue cosce. E per questo deve divorare e trattenere tutto. È la storia di un’esistenza sbranata dalla logica consumistico-capitalistica che ingombra la vita delle persone.

Uno stream of consciouness sullo stile sintattico di Joyce in cui, per 100 minuti, questa fiera esposta su un trespolo alto e alienante, sbrodola parole. Senza sosta. A volte senza nesso. Un racconto della sua visione di vita che passa attraverso una società che la obbliga a essere qualcosa di diverso da sé pur di essere qualcuno, pur di essere riconoscibile. Uno spettacolo che al momento è disponibile su CD-audio con l’acquisto del libro di Cristian Ceresoli, Gallucci Editore. E che dovremmo avere tutti noi in casa per poterci confrontare con questa inquietante manifestazione di disagio.

Lei vive nel suo corpo, e con il suo corpo, le contraddizioni del tempo di cui è figlia. Quella società dello spettacolo che sottrae, attraverso i suoi meccanismi, la libertà dell’individuo di pensare, veramente libero, cosa essere e cosa fare. Senza preconcetti. Senza pregiudizi. Lei, vittima di quel genocidio culturale evocato da Pasolini, sa che per essere accettata dal mondo deve adeguarsi a ciò che l’Altro vuole che sia perché è “un peccato spaventoso uscire in qualche modo dalla norma”, per usare ancora parole pasoliniane. E allora non resta che assecondarla questa società, perché il percorso per contrastarla sarebbe ancora più doloroso. La Merda è questo urloUn urlo deformante che non denuncia esplicitamente il disagio. Ma lo richiama in vita. Profondamente.

Appena entro in sala vedo, al centro di un palco totalmente e appositamente vuoto, uno sgabello alto, altissimo. Una persona seduta. Canticchia l’inno italiano. Poi parlotta. Nel frattempo ammicca.

È nuda. Totalmente nuda. Una nudità palese, distorta, amplificata da luci chirurgiche. Sbattuta in faccia perché non hai nient’altro da guardare. È potente. Come una calamita. Condita solo da un rossetto rosso sbavato e da puerili codine. E se ti imbarazzi puoi solo abbassarli, gli occhi. 

Il pubblico prende confidenza con quei seni e con quelle cosce libere dai vestiti e dopo un po’ qualcuno, altri forse mai, non ci fanno più caso. Lei comincia a vomitare parole, con vocine stridule, ingenue, bambinesche che a tratti poi diventeranno robuste, autoritarie, profonde. E, durante il monologo, saranno quelle di tutti i personaggi. Del padre suicida, della madre ossessionata dalla tv, del ragazzo handicappato che le chiede favori sessuali, dell’operatrice televisiva che la deride. La sua bocca diventa mostruosa, storcendosi e amplificando il dettato. La sua faccia è capace di inghiottire il corpo che, investito e schiacciato dalla densità delle parole, passa ora inosservato. Non vedi più nulla. Solo il suo viso deformato da un fiume incontenibile di parole.

Nel frattempo Lei mangia tutto, ingoia tutto ciò che incontra sul suo cammino, con l’unico obiettivo di far ingrassare quelle cosce. Mangia cibo, cosce, cazzi, pezzi del padre sfracellato sui binari della metro, manie della madre, richieste sessuali, la sua educazione. Il suo paese, la sua patria, l’umanità intera. Tutto per diventare quella che è. O meglio, quella che vogliono loro.

Fagocita tutto, ingoia tutto, trattiene tutto. Ma non ci riesce. E in un passaggio disarmante in cui si alternano la voce di Lei, fanciullesca e sprovveduta, e quella di un ipotetico potere, forte e autoritaria, che le intima di trattenersi, di resistere, di avere coraggio, Lei non riesce più a tenersi. E vede venire giù tutto. Dal suo culo. Il cibo, le cosce, i cazzi. La patria, il paese, la nazione.

Finalmente si è liberata. Lo crediamo tutti. Ed è un sollievo. Ma ancora non è finita. Ed è quella voce forte e autoritaria che ritorna prepotente. E Lei decide di assecondarla, per non mancare il suo appuntamento con la storia. E allora le sue mani rimettono tutto ciò che era stato espulso dentro la sua bocca. E ingoia di nuovo tutto. E mangia, mangia. Ora è pronta. Grassa, gonfia. E non le fa più schifo niente. Non si è liberata. L’avevamo solo sperato. Cala il sipario.

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