“La trama fenicia”: come Wes Anderson si parla da sopra
Il regista visionario di “Moonrise Kingdom” e “Gran Budapest Hotel” torna sul grande schermo con “La trama fenicia” ma manca qualcosa.

Il regista visionario di “Moonrise Kingdom” e “Gran Budapest Hotel” torna sul grande schermo con “La trama fenicia” ma manca qualcosa.

Sembra di essere tornati ai tempi di Quarto potere di Orson Welles. Sì, perché La trama fenicia di Wes Anderson rimanda neanche troppo velatamente a quegli echi lì, ma capovolgendone la prospettiva. Zsa-zsa Korda è un magnate alla Charles Foster Kane ma le sue ambizioni devono fare i conti con incidenti aerei, nemici riuniti in tenuta da Dottor Stranamore di kubrickiana memoria e, soprattutto, con l’inevitabile che sempre ci attende.
Così Korda, pur non di non mettere a repentaglio il progetto di una vita, decide di riavvicinarsi alla figlia Liesl, una novizia molto devota, estromettendo gli altri nove figli, tutti maschi. Ne verrà fuori un percorso narrativo alquanto bizzarro, per quanto il prodotto visivo sia come sempre stilisticamente perfetto. Lo schema è il solito del regista statunitense e forse proprio per questo non buca lo schermo. Chi si aspetta qualcosa di mai visto prima farà meglio a ridimensionare le previsioni e a non confidare in grandi rivoluzioni.
Eccessivo manierismo e una buona dose di artificiosità. Queste le critiche che da sempre accompagnano il cinema di Wes Anderson acclamato, al contrario, da chi ama le simmetrie delle sue inquadrature o lo studio dei colori. In La trama fenicia, ad esempio, regna un clima più cupo, molto distante dai tenui pastello di Gran Budapest Hotel.
Certo, la trama gioca la sua parte. Questioni di eredità e scontri diplomatici tra paesi – per quanto immaginari – non possono certo avere la stessa tenerezza di fondo di una pellicola alla Moonrise Kingdom, per quanto il tono sia sempre sufficientemente scanzonato. La svolta di Zsa-zsa Korda prepara a un finale abbastanza tiepido i cui contorni religiosi si perdono a favore dei legami familiari. E non resta che chiedersi quale sarà il prossimo colpo di scena – se ci sarà – di un regista così particolare che, però, sembra essersi avvitato su se stesso.
