Il nostro sistema di istruzione vive ogni tanto qualche sussulto di rinnovamento o sperimenta qualche iniziativa solitaria di modifica ma solo di qualche aspetto settoriale, senza conoscere mai una vera e propria riforma. O un vero e proprio cambiamento. Eppure il mondo attorno a noi è cambiato e continua a farlo. Perché dunque la scuola non si pone al passo con i tempi e con la società in trasformazione? Qualcuno potrebbe rispondere che la scuola non vuole cambiare perché è retta da un’ideologia che guida la formazione degli studenti, orientandola verso il conformismo e la normalizzazione di tutte le capacità.

Con la conseguenza, però, di generare ansia e frustrazione.

Soprattutto in quei ragazzi che non rientrano nel processo di uniformazione e omologazione, e per questo vengono etichettati.

Anzi, certificati.

“La scuola non ascolta il bambino che – sentendosi inascoltato – si distrae. La scuola per tutta risposta gli fa la diagnosi e lo certifica con quello che – nel regno degli acronimi – viene definito ADHD, il disturbo del deficit da attenzione”.

Questo scrive Paolo Vittoria, professore di Pedagogia generale e sociale all’Università “Federico II” di Napoli, nel suo recente libro L’asino mancino. Archeologia di un’educazione.

La storia di Felipe

Paolo Vittoria è stato in Brasile e ha studiato la pedagogia di Paulo Freire. Ha poi curato la pubblicazione in Italia di un altro libro, un piccolo volume che s’intitola Pinocchio alla rovescia, dello scrittore di favole Rubem Alves.

La storia è quella di un bambino di nome Felipe a cui il padre disse una volta che, “chi non andava a scuola, diventava un asino come Pinocchio”.

Felipe allora volle andare a scuola per non diventare un asino. E per fare domande agli insegnanti. Soprattutto chiedere a loro i nomi degli uccelli colorati che lui non conosceva.

“Felipe dormì e fece un bel sogno. Sognò che i professori erano uccelli che insegnavano a volare. Ogni uccello-professore insegnava a volare in modo diverso. Ci sono tanti modi di volare: quello dei passeri, delle aquile, dei piccioni, degli usignoli. C’erano uccelli-professori che insegnavano a comunicare, altri che insegnavano a cantare”.

Ma la scuola si presentò differente agli occhi di Felipe perché lui non riusciva ad ascoltare le lezioni di Portoghese, di Storia, di Geografia, di Matematica. Soprattutto Felipe non capiva che cosa fossero i voti e la pagella. Non capiva come fosse possibile che un numero potesse dire quanto e cosa sappia una persona.

Allora iniziò a prendere brutti voti e venne mandato dalla psicologa. Gli fu diagnosticato un disturbo dell’attenzione.

“Disturbo dell’attenzione è quando l’attenzione sta nel luogo dove il cuore desidera e non nel luogo dove il maestro comanda. La psicologa mandò a chiamare i genitori di Felipe. Disse che aveva bisogno di una terapia per imparare a fare attenzione a quello che il maestro diceva”.

Da quel momento in poi – per non deludere i genitori – Felipe incominciò a seguire tutti gli insegnanti e a memorizzare le parole che dicevano. Iniziò ad andare bene a scuola, la terminò con ottimi voti, s’iscrisse all’università e si laureò per entrare nel mercato di lavoro.

Alla fine dei suoi studi, Felipe divenne un professionista specialista in salsicce di pollo. Divenne un lavoratore rispettato, aggiunse ai suoi studi un dottorato e divenne ricco.

Aveva dimenticato gli uccelli e li aveva sostituiti con i polli morti. Perché gli uccelli colorati non entravano nel mercato del lavoro, mentre i polli spennati, tagliati e macinati, trasformati in salsicce potevano essere rivenduti. Eppure, Felipe non aveva raggiunto la felicità.

Ma, prima di toccare il proprio successo personale, Felipe aveva fatto un altro sogno, ispirato al libro Alice nel paese delle meraviglie che il padre gli stava leggendo.

Nel sogno Alice stava parlando con tanti animali. Uno di loro era un grande uccello che aveva un nome divertente: Dodò. Ci sarebbe stata una corsa a cui tutti avrebbero partecipato.

Quando Felipe si svegliò, pensò:

“Sarebbe bello se la scuola fosse come la corsa di Dodò. Ognuno corre a una velocità diversa e, alla fine, tutti ricevono un premio. A scuola non è così. Riceve un premio solo chi arriva per primo… ma chi arriva veramente per primo?”.

È dunque questa la scuola che vogliamo?

È questa la scuola che si adegua al cambiamento dei tempi e delle persone? 

È questa la scuola che, senza dover rinunciare alle regole basilari della convivenza civile, ne impone altre nel nome della normalizzazione e della standardizzazione degli allievi?

Tipo la regola della “mano destra”, come quella imposta a Paolo Vittoria quando era lui studente e fu costretto a rinunciare all’uso della mano sinistra nel nome di una cosiddetta uniformazione? 

Eppure, un grande psicologo come Jerome Bruner non dimenticò mai di sottolineare come il contributo della mano sinistra porti con sé anche tutto ciò che è impulso, creatività, soggettività eccezionale.

Anzi, c’è di più. Insegnare non significa soltanto valorizzare le differenze e incentivare la spontaneità individuale. Significa anche educare, cioè accompagnare gli apprendenti in un percorso di crescita umana che avvalori la capacità di ogni ragazzo e lo guidi verso il raggiungimento del proprio obiettivo personale, non alle richieste del mercato del pianeta. 

Non è facile ma la vera scuola è questa. 

È appunto l’educazione controvento

“Educare controvento vuol dire agire riconquistando metaforicamente  l’uso libero della mano sinistra, riscattare l’essere da una falsa normalizzazione, dall’ansia del merito, dalle pressioni del neoliberismo, restituendo il senso faticoso del piacere del conoscere”,

dice Paolo Vittoria nel suo libro.

In conclusione, di quanti altri segnali abbiamo bisogno per ripensare il nostro sistema educativo? Viviamo in una perenne fase di transizione senza alcuna destinazione riconosciuta, catalogabile soltanto con le note metafore della “liquidità” o della frammentazione.

Il mondo cambia, i ragazzi cambiano. Il clima sta cambiando, purtroppo.

Quando cambiamo la nostra scuola?

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