Un paio di settimane fa è stato divulgato, rilanciato, masticato dai media e dai social il caso di una collega ostetrica per una triste vicenda giudiziaria, in seguito alla morte di un neonato dopo il parto. Non entro nei particolari di questa vicenda perché non ho informazioni certe visto che la vicenda giudiziaria è ancora in corso.

Informazioni e certezze che non ha neanche chi ha rilanciato con soddisfazione e commenti sarcastici la notizia in Italia, poiché la collega è italiana ed era molto seguita sui social. In Australia, dove è avvenuto il fatto, la notizia è stata semplicemente riportata dai giornali ed è finita lì, in Italia è diventata la scusa per un ennesimo attacco al parto extraospedaliero poiché sembra che il parto fosse programmato a domicilio e ci sia stato poi un trasferimento in ospedale, come è giusto che avvenga qualora ci siano delle difficoltà. L’unica cosa che sappiamo per certa è che il decesso del piccolo è avvenuto dopo otto giorni di ricovero ospedaliero, e non a casa, e che è ancora tutta da dimostrare la responsabilità dell’ostetrica.

La morte di un neonato durante
o dopo il parto

E’ sempre molto doloroso venire a sapere che un neonato è morto durante o subito dopo il parto. L’aspetto demoralizzante è che quando succede per un parto programmato in ospedale non si mette mai in dubbio la scelta del luogo del parto operata dai genitori, ma semmai la perizia di chi li ha assistiti, quando invece ciò succede in seguito a un parto programmato a casa si scatena l’inferno e si rimette in questione quella che nel nostro Paese ancora non è stato rivalutata come merita, cioè la scelta di poter partorire tra le mura domestiche o in una casa maternità, con l’assistenza di ostetriche esperte, con continuità dell’assistenza e un buon collegamento con l’ospedale.

Perché questa ostilità? Da dove arriva?

Quella che in Italia era la norma fino almeno agli anni ’50 del secolo scorso è diventata una scelta da pazz@ scriteriat@. Sicuramente ci saranno molti studi a partire da quell’epoca che avranno dimostrato, senza ombra di dubbio, che partorire in ospedale offre più garanzie di sicurezza e un miglior standard di assistenza.

E no, non c’è stato nessuno studio clinico ma solo un importante cambiamento sociale che per vari motivi, tra cui un maggior controllo sul corpo delle donne, e l’ipotesi (mai dimostrata seriamente) che l’ospedale garantisse più sicurezza, ha portato a spostare il luogo del parto, da casa all’ospedale come ben descritto dalla professoressa Nadia Maria Filippini.

Questo ha portato a un cambiamento anche nell’immaginario collettivo dato che di conseguenza anche nei mass media ora il parto viene rappresentato sempre in contesto ospedaliero e quasi sempre come un evento potenzialmente pericoloso. Eppure come ho scritto proprio inaugurando il mio blog il parto non è un emergenza anzi, la maggior parte delle volte è un processo totalmente fisiologico purché se ne rispettino i tempi e i bisogni individualizzati.

Se non esistono studi definitivi che abbiano dimostrato che l’ospedale è il luogo migliore per la nascita (tranne che in situazioni patologiche, complicate o emergenziali che non sono certo la norma) abbiamo invece una metanalisi molto ampia pubblicata sull’autorevole rivista scientifica in ambito medico The Lancet che conferma come il tasso di sopravvivenza dei bambini sia lo stesso nel parto in casa come in ospedale e come le donne che scelgono di partorire in ospedale subiscano dal 20 al 60% in più di interventi con le possibili conseguenze ed effetti collaterali.

Quante prove ancora dovremo portare per riabilitare quello che è stato il nostro modo di venire al mondo per centinaia di migliaia di anni, in un ambiente senza nulla di tutto ciò che conosciamo oggi e certamente senza ospedali? Quando sarà possibile parlare di parto extraospedaliero in termini veramente scientifici e non per opinioni, sentito dire e pregiudizi?

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