Dal 4 al 7 giugno al Teatro di Documenti di Roma va in scena “Interplay. Charlie Parker, le ali del jazz”, un testo di Alma Daddario che racconta la storia del celebre sassofonista Charlie Parker e dell’ossessione dell’uomo che lo avrebbe seguito fino alla morte per carpire il suo segreto. Ne parliamo con Ennio Coltorti che ne cura la regia ed è anche in scena accanto all’attore Massimo Napoli. Con la partecipazione di Elena Barbati e Federico Pappalardo al pianoforte. 

Chi è e come è tratteggiato il tuo Charlie Parker?  
Questa volta, anche considerando che si tratta di una “mise en espace” dove in prevalenza Massimo Napoli e io leggiamo, seppure accompagnati da proiezioni, musiche registrate e dal vivo, e l’uso di alcuni oggetti, non ho inteso ricrearne anche l’immagine con trucco e postura come di solito faccio con altri personaggi famosi che ho interpretato: Napoleone, Buscetta, Matteotti, Pirandello, Nietzsche ecc. Di solito cerco di individuare le più profonde e significative caratteristiche emotive e di pensiero di un personaggio studiando a fondo la sua biografia e immergendomi totalmente nella sua iconografia. Questo è avvenuto in parte anche con Charlie Parker ma devo dire che stavolta mi sono soprattutto dedicato ad ascoltare molto la sua musica dove ho sentito vibrare tutta la sua genialità e il suo meraviglioso “caos organizzato” come direbbe Nietzsche. Nelle sue note, pazze sorprendenti, trascinanti, ho avvertito verso la vita un profondo amore che tuttavia non smette mai di far rima con dolore. Non ultima la sua ironia che, unita alla sua lancinante solitudine, suona come la risata di un vecchio/bambino in una grande, inquietante cattedrale deserta e sconsacrata. Ecco, ho cercato tutto questo dentro di me. E ho cercato di dargli vita. Portando in scena naturalmente il “mio” Charlie Parker.

In questo clima di imperante conformismo oggi in Italia c’è qualcuno che gli assomiglia?  
No.

Come hai trattato il confine tra genio e distruttività?  
Credo che in lui quel confine venga continuamente varcato. Il testo di Alma Daddario più volte mette in risalto questo aspetto. Il continuo miscelare queste due energie, creatività e distruttività, ha prodotto la meravigliosa esplosione della sua musica e l’incredibile tragicità della sua vita: il medico che ne registrò il decesso scrisse che riteneva avesse 53 anni. Ne aveva 34. Non è un caso che per Charlie tempo e spazio, morte e nascita, vita e non vita non abbiano confini. 

Come hai storicizzato il suo essere nero?  
Nel testo c’è, all’inizio, una sua battuta provocatoria che si riferisce al colore della sua pelle e qua e là, ogni tanto, riferimenti alla condizione di estrema emarginazione dei neri in quegli anni. Per il resto la storicizzazione del suo essere nero avviene attraverso le proiezioni.

Lo spettacolo ha a che fare anche con un libro da scrivere…spiegaci meglio!  
È il plot del testo: Bruno Werner, critico musicale realmente esistito e qui interpretato da Massimo Napoli, vuole scrivere un libro su Charlie Parker cercando di individuare il segreto del suo genio e dello straordinario successo della sua “rivoluzione musicale”. A questo scopo lo insegue in tutto in modo (soprattutto a Parigi) per intervistarlo. I due sono estremamente diversi. Io ho sintetizzato così nelle mie note di regia il loro scontro/incontro: “Sum ergo cogito vs Cogito ergo sum”. Estrema razionalità in Werner (l’apollineo) estrema irrazionalità (il dionisiaco) in Parker. In realtà alla fine diventeranno amici e il libro diventerà, lo è ancora, un best seller. Ancora una volta Parker lascia il suo messaggio a tutti noi. Siamo noi a creare confini. I confini non esistono.

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