C’è un solo tempo per l’amore, quello del cuore. Ma se come canta Eugenio Finardi L’amore non è nel cuore ma riconoscersi dall’odore allora il Covid19 ci sta togliendo molto più di quanto pensiamo. Perché l’emergenza sanitaria in atto obbliga all’isolamento e a una solitudine forzata che certo non favorisce l’innamoramento. Perché l’amore per nascere e crescere ha bisogno di vicinanza, vista, tatto, olfattoDi incontro, presenza e chimica.

Negli ultimi quindici anni le neuroscienze hanno iniziato a occuparsi sempre con maggiore frequenza di fenomeni ordinari di vita, cercando di trovare spiegazioni scientifiche a molti dei comportamenti umani. Uno sforzo che vede al lavoro sia studiosi di biologia evoluzionistica sia neuroscienziati, un lavoro che interessa in maniera consistente anche lo studio di un fenomeno complesso come l’amore e di come funziona dal punto di vista scientifico. Un contributo rilevante alla sua comprensione che ha portato a scoprire, almeno per ora, come agisce la chimica dell’amore nel nostro cervello.

I motivi che tuttavia incidono sulla scelta del partner rimangono ancora controversi. Se per alcune correnti di pensiero è strettamente associata a fattori inconsapevoli, per altre è la combinazione tra amore e ormoni. Ma la cosiddetta scintilla legata all’attrazione, che viene percepita in un lasso di tempo che va dai 3 ai 4 minuti ha come fattore determinante i feromoni, sostanze biochimiche prodotte dalle ghiandole esocrine che vengono emesse a bassa concentrazione con la funzione di inviare segnali ad altri individui della stessa specie. 

Secondo le neuroscienze l’amore nasce e termina a livello neurologico e il meccanismo chimico che è alla base di questo accadimento prevede l’attivazione nel nostro cervello di diversi meccanismi che sono suddivisi in tre momentic’è una prima fase legata strettamente all’attrazione sessuale e che induce la produzione di testosterone ed estrogeni, ormoni che inducono la copulazione. Mentre la norepinefrina provoca le cosiddette farfalle nello stomaco. Induce un’emozione forte, nella quale si mescolano gioia e nervosismo: un po’ come stare sulle montagne russe. Poi arriva la fase connessa all’innamoramento che induce l’aumento della dopamina che genera una sensazione di benessere e potere. Questo ormone è responsabile dell’inizio dello sviluppo dell’attaccamento e da esso dipende anche che l’amore sfoci in dipendenza. Nonché di serotonina, l’ormone responsabile di sensazioni di gioia ed entusiasmo.

Quando sussiste un legame di dipendenza amorosa il nostro organismo produce anche un’elevata quantità difeniletilamina (PEA), che stimola effetti analoghi alle anfetamine perché agisce sugli stessi recettori. La Pea fa sì che il nostro interesse si concentri quasi totalmente sul partner. La persona innamorata pone attenzione a piccoli aspetti dell’amato che si ripropongono in maniera ciclica nella memoria. Nel nostro organismo la produzione della PEA genera inoltre sia il forte desiderio dell’amore sia l’intenso dolore che si prova quando si tenta di interrompere una relazione nelle sue fasi iniziali. Nel momento in cui per esempio veniamo respinti da qualcuno verso cui siamo attratti o dal partner, il livello di PEA crolla e si cade in uno stato misto di prostrazione e agitazione. La terza fase della chimica dell’amore avviene dopo circa un anno e si entra in quella che è stata definita dell’attaccamento, e inizia quando il nostro cervello comincia a produrre ossitocina nella donna e vasopressina nell’uomo. Stando a quanto affermano gli scienziati questi ormoni regolano la fedeltà: l’ossitocina oltre a sviluppare il senso di attaccamento tra madre e figlio, lo crea anche col partner rinforzando l’attaccamento emotivo della coppia. Nell’uomo invece è la vasopressina a svolgere un ruolo di sereno appagamento e di fissare nella memoria i ricordi positivi. Le neuroscienze hanno anche ipotizzato che uomini con livelli bassi di vasopressina sono più predisposti al tradimento. E che l’amore avrebbe una durata dai 18 mesi ai quattro anni, è questo dal punto di vista neurologico l’intervallo di tempo in cui il cervello si assuefà alle molecole dell’amore e inizia a tollerare la loro azione.

Una volta finita la tempesta ormonale non è però che la relazione sentimentale finisce, ma nel sistema nervoso si assiste ad un incremento di endorfine, molecole simili alla morfina che inducono una stabilità di attaccamento nella coppia. La passione amorosa sarebbe dunque correlata ad una notevole attività̀ di strutture cerebrali come il nucleo caudato e l’area tegumentaria ventrale che sono parti del sistema di ricompensa del cervello, ossia del sistema che si occupa dell’eccitazione, delle sensazioni di piacere e della ricerca di una gratificazione.

L’amore allora non è che un incastro di molecole?  Forse l’idea di un amore chimico sarà decisamente meno romantica, ma regge su basi scientifiche e la natura non ha paura della chimica anzi è capace di trasformarla a proprio favore usandola sapientemente e noi possiamo imparare a fare altrettanto perché non c’è vita senza chimica.  Tuttavia c’è un aspetto leggermente inquietante in questa idea dal significato vagamente deterministico, e che si esplica in una tesi secondo cui ciò che determina l’attrarsi o il respingersi di due esseri umani, e quindi anche della felicità o infelicità della loro unione, si collochi esclusivamente in una sfera non controllabile dalla loro volontà, dalle intenzioni pratiche. E soprattutto che sia un processo governato da fattori che si sottraggono alla loro decisione. Di questo rimarrebbero basiti i tanti psichiatr*, psicolog*, sociolog* e intellettual* che negli anni 60-70 respinsero con forza qualsiasi ipotesi di un rapporto causa effetto tra un dato biologico e un qualunque comportamento umano. Per loro sarebbe stata una bestialità contro l’ideologia imperante del tempo che rivendicava e metteva in gioco concetti essenzialmente incentrati sulla libera decisone e sull’agire volontario.

I fenomeni della chimica cerebrale oggi invece rappresentano una consistente mole di studi empirici e sono sempre di più quelli dedicati al tema dell’amore; appare quindi impossibile non riconoscere il ruolo determinante che essi hanno nei meccanismi che inducono l’innamoramento. Chissà se i ricercatori che stanno mettendo a punto il robot fidanzat*, anche con un lavoro incentrato sulla possibilità di intrattenere una relazione affettiva e romantica con un droide come un rimedio alla difficoltà di relazione riusciranno nel loro intento. Secondo quanto afferma il professor Philip Brey, docente di Filosofia della tecnologia presso l’università della California a capo del progetto SIENNA, un programma sostenuto anche dall’Unione Europea,  “noi ci stiamo abituando a interagire con automi intelligenti: dagli aspirapolveri smart fino agli altoparlanti o agli assistenti di intelligenza artificiale, come Siri, Alexa o Google. Siamo sempre più orientati verso un mondo dominato dalla robotica, e con questo studio vogliamo delineare il confine tra l’interazione con questi dispositivi e la possibilità che si possa pensare di stabilire con loro un rapporto di diversa natura”.  

Il team degli esperti ha raccolto informazioni relative a 11 mila partecipanti scoprendo per esempio che in Olanda la possibilità di stabilire legami amorosi con un droide è accettata dal 53% della popolazione, il tasso più alto rispetto agli altri 10 paesi tra Europa, Stati Uniti e Brasile coinvolti nell’indagine. Circa il 27% del totale degli intervistati si è definito favorevole ad una relazione affettiva e romantica con un robot, ma il 72% ha espresso contrarietà. In tutti i paesi esaminati le persone si aspettano rapidi sviluppi nelle capacità delle macchine nella comprensione e nella comunicazione simili a quella umana, tanto che l’80% dei soggetti ritiene che la rivoluzione dell’intelligenza artificiale e della robotica cambierà significativamente il proprio paese entro i prossimi vent’anni. E se la maggior parte delle persone accetta i robot e l’intelligenza artificiale, non si trova però a proprio agio con droidi dalle caratteristiche simili a quelle umane. Almeno per ora sembra davvero difficile che ci si possa innamorare di una macchina: il cervello e il cuore di un essere umano, seppure potrebbero desiderare di adattarsi a questa idea, continueranno a misurarsi con quella miscela esplosiva che è l’amore.

Per approfondimenti: L’amore è più di un semplice bacio: una prospettiva neurobiologica su amore e affetto