Lezioni di incertezza: il docente precario è un punto fermo
Il brano "Sicuro precariato" di Samuele Bersani. Il paradosso del docente precario che deve insegnare la stabilità ai propri studenti.

Il brano "Sicuro precariato" di Samuele Bersani. Il paradosso del docente precario che deve insegnare la stabilità ai propri studenti.

Esiste un paradosso profondo, spesso taciuto ma largamente vissuto che accompagna i docenti italiani soprattutto durante l’estate: l’instabilità. Riguardo all’attività docente, anche se precario, sentiamo parlare unicamente dei famosi “tre mesi di vacanza”, che sono tutto fuorché tre, ma a parte questo sono costellati spesso da disoccupazione, incertezza, paura. Paradossale che un ruolo come quello docente che debba insegnare la stabilità, la visione precisa di sé, la costruzione del proprio futuro ai propri alunni, specie degli istituti superiori, debba farlo mentre tutto quello che si ha è un presente incerto.
È la condizione del docente precario, figura centrale nell’istruzione anche più di altri, in quanto costruisce la maggioranza della classe che insegna, chiamato ogni anno a costruire relazioni educative intense e significative, che però di dissolvono in un attimo, quando va bene in un anno, a volte meno. L’antidoto a questo, forse, è insegnare anche la precarietà, della vita e non solo.
Quanto sopravviverò nel mio ruolo di supplente?
Samuele Bersani, Sicuro Precariato
Non credo sarà facile per me
Arrivare all’ultima ora indenne, agli attacchi resistente
La verità? C’è una novità, ho qualcuno che mi ascolta
Che mi domanda: Allora da che pagina a che pagina ‘sta volta?
Ma chi ha la luna storta dichiara apertamente: Lei non conta niente.
Il precariato può diventare una metafora della vita in maniera molto efficace. Lo attua in modo come sempre ironico e funzionale Samuele Bersani nella sua canzone Sicuro precariato. Un brano da ascoltare e comprendere non solo per chi insegna, ma per tutti. Il supplente della canzone non è letteralmente un docente, ma quando si va avanti nel testo si comprende che la condizione illustrata può rappresentare tutti. Infatti, il precariato non è solo una condizione amministrativa o contrattuale. È un sentimento che abita ognuno di noi almeno una volta: l’attesa che logora, l’assegnazione che arriva all’ultimo, l’incertezza come unica certezza.
Suona quasi banale da ripetere, ma la precarietà è in poche parole una condizione originaria dell’essere umano. Il problema è trovarsi di fronte alla sfida di insegnare con passione l’amore per la costruzione del sapere, quando di costruito sembra non ci sia nulla. Tuttavia, se vivere è stare in bilico, possono occorrere anche delle lezioni di incertezza, mai di vuota accettazione: infatti, è bene fioriscano dibattiti e riflessioni su quanto la precarietà danneggi gli alunni (che non trovano una continuità con i docenti e devono, continuamente, abituarsi a persone diverse e metodi diversi) e costituisca una condizione lavorativa a dir poco disagevole.
Ce lo insegnano i filosofi antichi, ce lo ricordano i poeti moderni. Vivere è stare in bilico, abitare l’incertezza. Eraclito secondo alcune fonti diceva che “Tutto scorre”, paragonando la vita a un fiume che, in quanto tale, impedisce di ripetere due volte la stessa esperienza ma va avanti imperterrito. In questa scorrevolezza veloce e difficile, bisogna in qualche modo trovare un senso. A volte conduce, tuttavia, allo smarrimento, come per esempio illustrato da Luigi Pirandello quando ci mostra come siamo “personaggi in cerca d’autore”, identità in frantumi, ruoli e maschere che non sanno bene su quale volto poggiarsi. Si potrebbe fare un curioso gioco di parole e riflettere sul fatto che lo stesso docente anela a quello che è chiamato il “ruolo”. Mentre lo attende, indossa forse la maschera di docente in attesa di avere un vero ruolo sul palcoscenico? In realtà no, in quanto è già docente, instabile, in difficoltà, a combattere contro quel fiume e tutto ciò che non vuole è perdere l’opportunità di instaurare una relazione educativa con i discenti. Come disse Eugenio Montale: “Codesto solo oggi possiamo dirti: ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”.
Viviamo un tempo in cui il precariato sembra una colpa o una vergogna, immersi come siamo in una modernità liquida, come definita da Zygmunt Bauman. Una società che ha perso le strutture solide del passato, come le istituzioni o i rapporti che si sono fatti liquidi. Chiaramente Bauman non parla anche di carriera solida, tuttavia, anche la stessa idea di lavoro è ormai diventata liquida. Il docente precario, suo malgrado, incarna questa condizione: vive e lavora in una società dove la progettualità è sostituita dall’urgenza. Il fiume sembra divorarlo, ma anche se sembra sia così immerso in questa liquidità, può comprendere meglio dei suoi stessi studenti la condizione precaria propria anche dell’adolescente. In questo senso, insegnare la precarietà oltre a essere un difetto della scuola, diviene un’opportunità pedagogica.
Uno dei problemi di valutazione principali riguardo al ruolo del docente risiede nel fatto che, a differenza di altri lavori, la communis opinio veda questo come frutto di una vocazione e della passione. Come concetto è senz’altro poetico, ma sottovaluta tutta la fatica che risiede dietro alla formazione necessaria per il lavoro. Insistere sulla passione tra le pieghe del precariato non mostra, poi il sacrificio dietro tutto. Se si parla di passione, invece, è bene sottolineare la grande forza che occorre per conservarla anche con lo stress intorno, purché nel desiderio di fare bene il proprio lavoro non ci si perda nell’assenza di denuncia. Proprio in quanto precario, un docente può però insegnare la condizione di incertezza.
Insegnare in una condizione di precarietà significa possedere, senza alcun secondo fine (anzi, il docente la possiede suo malgrado) un’opportunità irrinunciabile di profonda comprensione delle incertezze proprie dell’età del discente: è incerto per primo lui, fragile, confuso, pressato dai genitori che desiderano il voto alto, dalle aspettative di una società che lo vuole sempre sul pezzo, sempre al passo di tutti. Le tristi storie riguardanti alcune tragiche vicende universitarie lo indicano assai bene. In una società che corre, è bene recuperare il concetto di fragilità e di incertezza e, nel caso della prima, insegnare come non sia sinonimo di debolezza, mentre nel caso della seconda spingere a lottare per ottenere i giusti riconoscimenti per i propri sforzi, se l’incertezza è ingiusta.
Un insegnante precario può offrire, senza dirlo, una lezione silenziosa ma potente: che la dignità non risiede nello status, ma nella relazione. Che educare non è dominare dall’alto, ma camminare accanto, in una condizione simile di fragilità che non rende il prof forte sul piedistallo e l’alunno debole, ma entrambi vittime delle stesse umane idiosincrasie. Paulo Freire, pedagogista che con la sua pedagogia degli oppressi ha lottato per liberazione degli umili nell’ambito scolastico, disse che “nessuno educa nessuno, ma ci si educa insieme, nella relazione”. In questo senso, il precario non è solo colui che subisce una condizione, ma colui che ne fa occasione: per mostrare ai ragazzi che la fragilità può convivere con la forza, diventando da precario un punto fermo.
