Sabato 22 Luglio presso i Giardini della Filarmonica di Roma un doveroso omaggio a Giorgio Gaber: Io sono G spettacolo di Giorgio Gaber e Sandro Luporini, regia di Marco Belocchi, con Marco Zangardi e Maria Teresa Pintus. Ne parliamo con il regista stesso.

Perché Marco Belocchi ripropone Gaber oggi?
Per tanti motivi, non solo per un doveroso omaggio a venti anni dalla scomparsa, ma anche per non dimenticare per esempio che avevamo un cantante-attore unico nel panorama italiano, che aveva tante cose da dire, valide ancora oggi e che molto spesso i giovani non conoscono. Perché in un epoca come la nostra più recente, dove ormai il degrado culturale è ai minimi storici, dove il libero pensiero è sempre più censurato, risentire una voce libera e soprattutto lucida, coerente, senza facili compromessi come quella di Gaber, può essere una sorpresa. Per la capacità di lettura che aveva del suo tempo che gli faceva immediatamente capire in che direzione stava girando il vento e presagire quello che sarebbe avvenuto di lì a poco. Ripercorrere quindi i suoi testi, le sue canzoni ci apre una porta importante sulla nostra storia, che non può non avere ripercussioni anche sulla nostra lettura del presente.

Le difficili scelte di Marco Belocchi

Quale criterio ha guidato la scelta dei brani?
La scelta è stata la vera operazione artistica del progetto. Il materiale copre circa quarant’anni ed è sterminato e tantissimi i temi. Abbiamo evitato quelli strettamente politici, forse troppo legati al contingente e anche per non connotare eccessivamente la scelta. Abbiamo preferito temi sociali, esistenziali, sentimentali, cercando di coprire cronologicamente la sua produzione il più possibile e tentando di dare un filo alla narrazione che conducesse lo spettatore per mano, alternando, anche musicalmente, emozioni diverse. Abbiamo poi tenuto presente, ovviamente, anche gli interpreti e le loro caratteristiche e quindi talvolta la scelta è stata fatta anche in questo senso.

I sacrifici più dolorosi?
Tantissimi! Le canzoni belle, significative sono diverse, dalla delicata ‘Non arrossire’ dei primi sessanta alla classica ‘Destra-Sinistra’, da ‘Polli di allevamento’, a cui tenevo molto, a ‘Si può’. Arrivati ad un certo punto ci siamo resi conto che il materiale dello spettacolo superava le due ore: era decisamente troppo e quindi alcuni sacrifici sono stati necessari. Abbiamo comunque cercato di privilegiare un Gaber meno noto, meno scontato e che restituisse però la sua dimensione artistica più varia, anche musicalmente. Perché non dimentichiamoci che Gaber nasce musicista, chitarrista, e nonostante i testi scritti con Luporini, la musica era il suo vero veicolo artistico.

Un Gaber sdoppiato e
l’importanza della sua musica

Perché due anime per lo stesso (o no?) Giorgio Gaber?
Siamo partiti dal Signor G, dove lui stesso si sdoppia, il ricco e il povero. Noi abbiamo individuato quasi due anime nei suoi scritti, un’anima delicata, oserei dire femminile e un’altra più caustica e ironica, forse più maschile. Naturalmente sono intrecciate e non si possono dividere così schematicamente. A quel punto, anche per le difficoltà tecniche che presenta uno spettacolo del genere, abbiamo optato per due interpreti: una donna che interpreta le canzoni (non tutte), e un uomo che recita i brani in prosa, talvolta scambiandosi i ruoli. Ne risulta uno spettacolo più vario e più teatrale, dove il passaggio del testimone tra i due sembra coerente e mai forzato.

Il ruolo della musica in questo omaggio ricalca l’uso che ne faceva lui o come cambia? Abbiamo dato molta importanza alla musica, tanto è vero che c’è un gruppo dal vivo, una classica line-up rock, chitarra basso batteria, che molto spesso interviene musicalmente anche nelle prose a sottolineare momenti diversi. Quindi credo che sia molto simile all’uso che ne faceva Gaber stesso, specialmente negli ultimi spettacoli, dove la matrice teatrale era molto più forte e i brani si legavano alternandosi fra loro. E infine un’ultima cosa: qualcuno ha detto che quando si usciva dai suoi spettacoli ci si sentiva migliori, appagati da un senso di appartenenza umana. Ecco noi vorremmo che la persone uscissero dallo spettacolo con questa sensazione catartica, di aver assistito a qualcosa di necessario che in qualche modo li abbia resi partecipi. Noi ci proviamo, con sincerità e passione.

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