Cosa passa per la testa di uno talmente innamorato di uno sport da non concepirne la sua trasformazione in un business esasperato? Chiedetelo ad Angelo Orlando Meloni, chiedetelo al suo “Santi, poeti e commissari tecnici” (Miraggi Edizioni).

Sei racconti irriverenti, teneri, commoventi, incentrati sullo sport più amato dagli italiani: il calcio. Metafora, collante sociale, fucina di sogni e delusioni, corruzione e sudore, denaro, sacrificio e vendetta.

C’è la squadra di provincia che inizia a vincere perché santa Serafina, la santa patrona del paese, suggerisce formazione e tattiche al parroco; c’è un centravanti alcolizzato che riaccenderà la passione dei tifosi di una neopromossa in B; un ragazzino di talento, figlio di una famiglia umile, messo fuori squadra per far spazio agli altri, ai ragazzi con i padri avvocati, medici e notai. C’è lo sport in tutte le sue sfaccettature, si parla di calcio ma quello che ti resta in testa è la trasformazione di una intera società.

Angelo Orlando Meloni riesce a tenere insieme queste storie spingendosi al limite del surreale e lo fa con una scrittura agile, ironica e profonda che accompagna il lettore tra le pagine di questa raccolta di racconti. I suoi personaggi, mai banali, portano sulle spalle, nel bene e nel male, il peso di questa trasformazione antropologica e si comportano di conseguenza creando una galleria di caratteri e di indoli davvero formidabili.

«Lindo Martinez invece il giorno corricchiava e la notte andava a puttane, anche se lo sapevano solo un barista e un gastroenterologo di Buenos Aires, che lui fosse sostanzialmente un alcolizzato. Martinez di sé pensava in grande, di essere un campione e di non avere niente da dimostrare. Era felice e beveva come una merda.».

Leggendo “Santi, poeti e commissari tecnici” si ride molto, ci si indigna perfino ma la particolarità di questa raccolta di racconti è il filo rosso di profonda umanità che lega, una dopo l’altra, queste storie, tra sogni infranti, delusioni, amore e rinascite.

«E hai pulito lo spogliatoio e hai raccolto i palloni e sentivi una cosa in gola. Quando sei uscito di lì con la borsa sulle spalle la cosa nella gola era diventata un artiglio dentro lo stomaco e non era possibile che solo venti minuti prima poteva essere così bello. Non hai nemmeno sentito l’allenatore che si lamentava con il custode del campetto: “Tutte le teste di cazzo sempre a me”. O forse hai fatto finta di non sentirlo, come hai fatto finta di sorridere a tuo padre, all’uomo dei tic, mentre tornavate a casa, e tuo padre ha fatto finta che non fosse successo niente. Perché così va l’amore, a volte non facciamo domande per paura delle risposte.».

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