Sono senza speranza per l’Italia di oggi
Il mito del più furbo, la televisione becera e l'assuefazione all'odio, un paese, l'Italia, in malora. Il film consigliato: "La zona d'interesse".

Il mito del più furbo, la televisione becera e l'assuefazione all'odio, un paese, l'Italia, in malora. Il film consigliato: "La zona d'interesse".

In Italia — in gran parte dei suoi ambienti dominanti — vige un messaggio sottinteso ma chiarissimo: se sei una persona onesta, corretta, buona, empatica e magari pronta a prodigarsi per gli altri, sei sostanzialmente un fesso. Se al contrario freghi il prossimo, sei considerato furbo, scaltro, uno che merita rispetto e perfino ammirazione. Questa mentalità atavica e meschina è tutt’altro che è un luogo comune, è una realtà più che radicata, da sempre il tallone d’Achille del paese.
Quante volte ho visto persone perbene soccombere a questa legge non scritta, pagando lo scotto della propria correttezza ed esponendosi agli attacchi di una comunità cannibale che si sente autorizzata a tutto, soprattutto se chi è leale si ostina a non farsi corrompere dalla malafede di un tessuto sociale marcio che infierisce sui propri capri espiatori.
Ho notato, tuttavia, un meccanismo paradossale: quando i cosiddetti deboli reagiscono ai soprusi, alzando la voce e adottando la stessa spregiudicatezza dei loro aguzzini l’atteggiamento di chi li circonda cambia improvvisamente. Iniziano a rispettarli, a pensare che è meglio lasciarli perdere e stare in guardia da loro. Dicasi dunque, legge della giungla: dove la gentilezza viene scambiata per un difetto di fabbrica e la prepotenza per un titolo di merito.

Negli ultimi anni la situazione sta addirittura degenerando, come se non si fosse già toccato il fondo. Viviamo in un Paese che fatico a riconoscere umano: arrabbiato, violento, intollerante e pervaso dall’odio. Basta scorrere la bacheca di un social network per imbattersi in commenti aberranti di fronte alla notizia della morte di qualcuno, soprattutto se straniero, appartenente a una minoranza o portatore di un credo politico diverso. La pietas, sia essa cristiana o laica, è stata cancellata in nome di un fanatismo cieco in cui si gode e si ride della sofferenza altrui, e il tutto è stato cinicamente normalizzato dalla nostra classe dirigente. Già in altre fasi storiche abbiamo assistito a derive simili, e le conseguenze sono state catastrofiche. La memoria collettiva, del resto, è il primo lusso che un popolo infiacchito sceglie di dimenticare.
A dare corpo e continuità a questo degrado ci pensano decenni di cattiva televisione. Quella che continuiamo a chiamare “intrattenimento” — un termine che dovrebbe evocare momenti di sano svago e leggerezza — è diventata una macchina da guerra rabbiosa. Uno schermo che si nutre costantemente di pettegolezzi, risse, aggressività verbale e bullismo sdoganato a ogni livello. Fa sorridere, amaramente, sentire invocare campagne istituzionali anti-bullismo quando gran parte della programmazione del piccolo schermo è fondata proprio sulla sistematica prevaricazione dell’altro.
Intendiamoci: non si pretende che ogni rete trasmetta programmi di divulgazione scientifica o abbia finalità pedagogiche assolute. Ma che l’intrattenimento debba semplicemente intrattenere, senza sollevare i sentimenti più bassi dello spettatore. In questo cortocircuito, la colpa non è solo delle televisioni commerciali, ma anche di modelli d’importazione d’oltreoceano che hanno contribuito a modellarci così male: : una colonizzazione culturale fondata sul cinismo, dove ogni cosa — persino il dolore — deve diventare spettacolo e profitto.

A volte, per trovare una chiave di lettura a questo smarrimento collettivo, ci viene in soccorso l’arte più rigorosa e spietata. È il caso del capolavoro cinematografico “La zona d’interesse” di Jonathan Glazer, un film che andrebbe proiettato nelle scuole e fatto vedere a chiunque si ostini a credere che l’empatia sia un optional. La pellicola mostra, con un distacco agghiacciante, la vita quotidiana di una famiglia che vive serenamente a due passi dal campo di concentramento di Auschwitz, voltandosi dall’altra parte, coltivando il proprio orticello e anteponendo l’ascesa sociale al dolore altrui. È la rappresentazione plastica di quell’assenza di pietas e di quel cinismo borghese che oggi, in forme diverse e meno estreme ma non meno subdole, permea la nostra società dell’apparenza e della furbizia. Guardarlo significa fare i conti con lo specchio più scomodo della nostra contemporaneità.

Arriviamo dunque al nocciolo della questione. Con il livello di ignoranza che permea l’Italia di oggi, come possiamo realmente cambiare rotta? Come può l’italiano medio distinguere il bene dal male? Come possono provare vergogna nel tradire un amico o nel raggirare il prossimo, anziché vantarsene come se fosse un segno di forza?
Senza un’adeguata base culturale — e la cultura è fondamentale —, come si può uscire da questo pantano di opportunismo? Come ci si può interrogare sulla vita con onestà intellettuale anziché con ipocrisia? È un cane che si morde la coda, e onor del vero non vedo vie d’uscita.
Provo una profonda tenerezza per le persone più fragili e sensibili, quelle emarginate in questo sistema spietato. Molte di loro avrebbero il talento e la sensibilità giusta per cambiare il Paese ma gli viene negata ogni possibilità, o finiscono per precludersela da sole per non doversi incarognire. Questa società da incubo incute timore nei più sensibili, li convince di non valere nulla e li relega ai margini, mentre spalanca le porte del potere a narcisisti egoici. Costoro, forti di una spregiudicatezza patologica e di un ego smisurato, occupano le posizioni apicali che spetterebbero invece a chi possiede empatia, rispetto e un reale senso della comunità.
Se le persone migliori vengono derise e spinte a proteggersi nell’ombra, come potrà mai cambiare questo Paese? Ho davvero poca speranza, se non quella riposta nelle generazioni future. Loro, forse, sapranno disfare questo groviglio di cinismo e arroganza. A noi, intanto, resta il compito doloroso di custodire la bellezza e la decenza, brandendole come una forma di resistenza clandestina, (una resistenza che passa anche attraverso chi, da territori complessi come la Calabria, sceglie di non arrendersi all’omologazione e di ricostruire il pensiero critico).
