Non sembra anche a voi che ci capiti di fare un sacco di esperienze, anche straordinarie, solo e quasi esclusivamente per il gusto di poterle raccontare agli altri?

Questa perversione esisteva già molto prima dell’arrivo dei social poiché mentre  sull’uovo e la gallina bazzicano diverse teorie, possiamo invece affermare con certezza che sia nato prima l’ego spropositato dei social-network

Negli anni Novanta, quando incontravo qualcuno che non vedevo da tempo, sudavo freddo all’idea di dover star lì, a fingere di ascoltare tutte le sue avventure che manco Bruce Chatwin e quando sono arrivati i social-network, la categoria di gente come me, con un mediocre livello di attenzione nei confronti delle pugnette altrui, ha esultato: finalmente non saremmo più stati obbligati a guardare negli occhi il nostro interlocutore!

Finalmente sarebbe intervenuto uno schermo a proteggerci dalla domanda: “Mi stai ascoltando o no?!”

Ma se da un lato le piazze virtuali ci hanno protetti dagli eserciti del Dio Prolisso, dall’altro hanno reso un atteggiamento patologico, quello di esibire il proprio ego smisurato, un vero e proprio costume sociale: ordiniamo il vino, ci tuffiamo dallo scoglio più alto dove, in un qualsiasi altro passato remoto, l’attacco di panico ci avrebbe trafitti, andiamo in palestra o visitiamo Istanbul quasi solo per poter documentare con foto e video pubblici, la figherìa delle nostre esperienze e della nostra persona.

La dimostrazione che tutto ciò, pur essendo bizzarro, sia diventato un modus vivendi è che c’è chi, di questo costume sociale, ne ha fatto un mestiere.

Gli influencer vivono e consumano come farebbero normalmente, nel loro tempo libero ma condividendo quelle abitudini come fossero eventi magnifici, guadagnano e neppure se ne vergognano perché il lavoro nobilita l’uomo, lo ha detto Darwin che, poveraccio, concentrandosi sull’evoluzione, non ha potuto mettersi pure ad analizzare le mille possibilità dell’involuzione.

A parte queste polemiche da vecchia ortica invidiosa degli influencer e a parte l’invito caldo ed erotico a leggere tutto ciò che venga proferito da Janon Lanier, ciò che m’incuriosisce maggiormente in tutta questa faccenda è l’aspetto legato alla divertente ipotesi che se domani sparissero i social nessuno di noi avrebbe più voglia di fare un cazzo.

Che senso avrebbe stappare la bottiglia dell’82 (grande annata, mica come questa), oppure in quanti ancora avremmo voglia di scartare pacchi in maniera così delicata e chic anziché prendere il taglierino e scuoiare il cartone come dei selvaggi, senza ringraziare un cazzo di nessuno, peraltro?

In quanti avremmo ancora voglia di tenerci la saliva appesa fra i denti mentre il piatto si raffredda perché dobbiamo fotografarlo?

Cosa potremmo mai farci di tutte quelle foto di piatti? Un album da guardare con gli amici, nell’improbabile caso di incontrarne uno? E troveremo qualcuno che ci riconosca ancora pur non vedendo da tanto una nostra story?

A me piacerebbe vivere una settimana senza social sulla faccia della terra per potermi divertire a guardare come la prenderemmo, e per accorgermi finalmente di quanto sarebbe molto più consono subire con dignità la mia vita piuttosto che ostinarmi a raccontarla come qualcosa di avvincente.

D’altronde non sono Bruce Chatwin, non sono un influencer e col cazzo che mi butto dallo scoglio per voialtri.