Le difficoltà e gli impedimenti che limitano, restringono o impediscono l’accesso al cibo, costituiscono elementi di un problema complesso, quello dell’insicurezza alimentare (food insecurity, che va distinta dalla food safety che riguarda la salubrità dei cibi), che deriva da una serie di fattori e concause: la povertà, quindi lo scarso potere di acquisto dei popoli più poveri; lo squilibrio produttivo; le condizioni geo-climatiche nelle diverse aree del mondo; la capacità e il potere di decidere come regolare il settore.

C’è, in quest’ultimo aspetto, un problema di sovranità alimentare, di diritto al cibo, di democraticità nella gestione della materia. Occorre quindi chiedersi: chi decide cosa produrre e, conseguentemente, cosa consumare? Chi stabilisce che un metodo di produzione è sicuro, rispettoso della natura ed efficace a sfamare le popolazioni, e un altro non lo è? Come si stabiliscono gli standard di sicurezza e qualità alimentare? Quali regole disciplinano l’accesso al mercato alimentare o gli incentivi alle produzioni?

Il sistema che si è andato sviluppando a livello globale è incentrato su un modello di mercato con poche barriere e limitazioni alla circolazione delle merci. Ciò favorisce la prevaricazione di alcuni soggetti che godono di posizioni dominanti, dando vita a oligopoli; riduce ai minimi termini il controllo pubblico sui metodi di produzione degli alimenti; impedisce ai piccoli attori della filiera alimentare di competere e di far sentire la propria voce nei tavoli di negoziazione; scoraggia le produzioni locali e tradizionali, nonché i metodi di coltivazione e allevamento biologici perché poco competitivi sul mercato; aumenta gli squilibri nell’accesso al cibo e, quindi, il numero dei denutriti e degli affamati.

Eppure, esistono istituzioni preposte ad una governance pubblica – ossia nell’interesse generale – del settore agroalimentare. La FAO è una di queste. Con essa vi sono il World Food Programme, la Codex Alimentarius Commission, nonché numerosi reti di regolatori, comitati e agenzie regionali che si scambiano informazioni, emanano rapporti scientifici, individuano linee guida e buone pratiche. Queste strutture, tuttavia, hanno scarso potere decisionale nell’attività di controllo dei fenomeni economici, rimangono prigioniere degli interessi dominanti, sono scarsamente trasparenti e democratiche e, infine, si mostrano sorde alle istanze dei soggetti più deboli, che avrebbero bisogno di maggiore tutela da parte di organismi pubblici.

In che modo si può intervenire a modificare l’attuale assetto della governance globale del comparto agroalimentare? Attraverso una governance più incisiva, ma anche democratica. Attraverso, quindi, la democrazia e la sovranità alimentare.

In questi decenni, ad esempio, la FAO ha – legittimamente – scelto di affrontare la fame nel mondo prevalentemente con incentivi alla biotecnologia, l’aumento della produzione, lo sviluppo dell’agro-industria. Si tratta, come detto, di scelte legittime, ma anche di politiche che seguono una determinata scuola di pensiero e che dovrebbero essere giustificate da un consenso democraticamente espresso e renderne conto al demos del mondo. Se vi fosse adeguata informazione sul tema e si potesse esprimere una preferenza, i cittadini del mondo opterebbero per tali soluzioni? Per questo vi è bisogno di creare un circuito democratico in grado di informare e coinvolgere tutti gli attori nel momento decisionale. Come? Attraverso i movimenti che rappresentano la società civile.

In proposito, non si può non citare il meeting delle associazioni della società civile che si occupano di accesso al cibo e sicurezza alimentare che quest’anno compie 10 anni.
Si tratta del Civil Society and Indigenous Peoples’ Mechanism for relations with the UN Committee on World Food Security.

Da un decennio, infatti, ogni anno si tiene, a Roma, un Summit mondiale delle organizzazioni della società civile sul tema della sicurezza alimentare. Questo precede di alcuni giorni il tradizionale incontro della FAO in seno al Committee on Food Security, ove si discutono le iniziative da porre in essere per affrontare il tremendo problema dell’accesso al cibo e della malnutrizione.

Nell’incontro che precede quello istituzionale si incontrano una serie di associazioni, movimenti e organizzazioni non governative operanti nel settore agro-alimentare e producono un documento finale, consegnato all’Agenzia delle Nazioni Unite, con una serie di rivendicazioni e proposte. Negli ultimi anni queste hanno riguardato la difesa della biodiversità e dell’ambiente, la promozione della filiera corta, la tutela delle tradizioni popolari, in special modo delle popolazioni indigene, e il rafforzamento del ruolo delle donne; sono volte a promuovere la partecipazione diretta della società civile al policy-making e a rinforzare il controllo pubblico su un settore così delicato che non può essere lasciato al mercato, né alla tecnica; avversano, infine, l’avvento di una nuova Rivoluzione verde, simbolicamente rappresentata dalle nuove biotecnologie (gli OGM), i diritti di proprietà intellettuale sulle risorse viventi e la privatizzazione di beni comuni, come l’acqua.

L’istituzione di questo meccanismo è molto importante e significativa. Intanto mostra che le comunità del cibo e della società civile, che già operano alacremente a livello locale, sono in grado di fare rete, ossia di costituire un movimento coeso ed eterogeneo che possa interloquire con le istituzioni della globalizzazione e, contemporaneamente, anche con la società civile, costruendo quindi un ponte tra governati e governanti. Ciò può avere l’effetto di aprire le istituzioni della globalizzazione, rendendole più democratiche, più partecipate, più trasparenti e più accountable.

Sono numerose le associazioni e le organizzazioni che si attivano per costruire la sovranità alimentare e rafforzare il circuito democratico anche a livello globale; ma senza un’adeguata risposta delle istituzioni nazionali e ultra-nazionali, la battaglia per sradicare la fame nel mondo non potrà essere vinta. Proprio per questo è necessario il contributo della società civile, affinché democratizzi l’esercizio di poteri pubblici di regolazione di settori che non possono essere lasciati al mercato e che debbono essere indirizzati al bene comune.

È tempo di rivedere l’approccio orientato al mercato, alle liberalizzazioni e agli incentivi ad un capitalismo senza freni e barriere, rivoluzionandolo in senso democratico, attraverso un nuovo modello di governance in grado di includere tutti gli interessi e di metterli in comunicazione in un rapporto dialettico e dialogico. Ecco perché, oggi, rispetto a qualche decennio fa, due dichiarazioni-simbolo della filosofia degli anni Ottanta meritano di essere rievocate e ribaltate – rewritten – secondo una visione nuova: there is such thing as society, there are not only individual men and women, but associations, social groups and common movements working together and sharing ideas and purposes (parafrasando la storica affermazione del primo ministro inglese Margaret Thatcher “There is no such thing as society, there are individual men and women, and there are families”, English Prime minister Margaret Thatcher, talking to Women’s Own magazine, October 31, 1987).

The government, per meglio dire the public governance, is the solution to our problems and not the problem (Nel suo primo discorso inaugurale, il 20 gennaio 1981, scritto dallo stesso Reagan, il neo presidente degli Stati Uniti d’America individuò il malessere economico del Paese sostenendo che: “government is not the solution to our problems; government is the problem”).

Attraverso la governance globale si possono correggere i fallimenti della globalizzazione e migliorare le condizioni degli individui, per esempio combattendo l’insicurezza alimentare. Tale forma di governo dovrà essere necessariamente democratica e svolta nel pubblico interesse. Questo dovrà essere conformato, modellato e cristallizzato dalle nuove società civili del mondo, che lentamente si vanno integrando e mescolando, nel nome di idee e obiettivi comuni.
Qui di seguito un paio di iniziative recenti del CFS (Committee on Food Security), prese dal sito, che vi consiglio di seguire con frequenza e attenzione:

  1. Open call

2. Letter for the Summit