Fino al 29 Giugno 2025, a Palazzo Te di Mantova, sarà possibile vedere le opere accolte per l’esposizione intitolata Dal caos al cosmo. Metamorfosi a Palazzo Te; a cura di Claudia Cieri Via.

Così il poeta romano, e tra i principali esponenti della letteratura latina ed elegiaca, Publio Ovidio Nasone (Sulmona, Abruzzo, Italia, 20 Marzo 43 a. C. – Tomi, Costanza, Romania, 17 o 18 d. C.), scrisse in Metamorfosi:

«L’estro mi spinge a narrare di forme mutate in corpi nuovi. O dèi […] seguite con favore la mia impresa e fate che il mio canto si snodi ininterrotto dalla prima origine del mondo fino ai miei tempi.»

Ovidio, Metamorfosi, L. I, vv.1-3.

Installation view Dal caos al cosmo. Metamorfosi a Palazzo Te, 2025 –
Foto Gian Maria Pontiroli – https://www.centropalazzote.it/palazzo-te-mantova/

Metamorfosi (in latino Metamorphosĕon libri XV), è un poema epico mitologico in versi concluso nell’ottavo secolo d. C. ed incentrato sul fenomeno della metamorfosi. Attraverso quest’opera il poeta ha raccontato le più celebri storie della mitologia antica. Nei primi versi Ovidio traccia il percorso del poema: dal caos al cosmo, dalla frammentazione dei corpi alla trasformazione del tutto. Un racconto che Giulio Pippi de’ Jannuzzi, o Giannuzzi, detto Giulio Romano (Roma, Italia, 1492 o1499 – Mantova, Lombardia, Italia, 1° Novembre 1546), deposita in custodia sulle superfici delle pareti delle sale e nelle logge di Palazzo Te. L’opera del Pippi si snoda dal Caos, o Chaos delle origini, entità primigenia propria della mitologia greca, alla dimensione temporale, dalla hỳbris dei mortali (Traslitterazione del gr. ὕβρις – insolenza, tracotanza – Voc. Treccani), alla conseguente punizione inflitta dagli dei e alla loro successiva supremazia assoluta espressa con La caduta dei Giganti, nella Sala dei Giganti.

Installation view Dal caos al cosmo. Metamorfosi a Palazzo Te, 2025 –
Foto Gian Maria Pontiroli – https://www.centropalazzote.it/palazzo-te-mantova/

La metamorfosi coinvolge la vita degli esseri umani, degli animali, delle piante, attivando processi di deformazione, o cambiamento di status che troviamo abilmente narrato dallo scrittore e filosofo Lucio Apuleio (Madaura, Souk Ahras, Algeria, Africa, 125 c. – Cartagine, Tunisia, Africa, dopo il 170) nella fiaba Amore/Cupido e Psiche contenuta in un romanzo scritto nel II Secolo d. C.; uno dei tre romanzi della letteratura latina fino ad oggi a noi pervenuto e l’unico ad essersi conservato integralmente.

Dalle trascinanti forme dipinte da Giulio Pippi detto il Romano, ispirate dagli 11.995 versi scritti da Ovidio, che raccoglie e rielabora 250 miti, tanto da essere stata definita una «enciclopedia della mitologia classica», traggono spunto scrittori, poeti, e artisti contemporanei mai sazi di attingere al poema che utilizza il Mito come «soggetto dell’opera e ingegnoso artificio», intrecciato al mondo della natura animale e vegetale.

Le sezioni dell’esposizione

Le favole di Ovidio

Nell’Appartamento delle Metamorfosi, ubicato nell’ala settentrionale del Palazzo, fanno parte: la Camera di Ovidio, la Camera delle Imprese, la Camera del Sole e della Luna.
Nella Camera di Ovidio la decorazione ad affresco è costituita da otto scene, che attirano particolarmente l’attenzione per la varietà delle figure e delle azioni, alternate a sette paesaggi. Interamente ideata da Giulio Pippi detto Romano, i dipinti furono poi eseguiti da due collaboratori specializzati nella pittura di scene figurate e ornamenti a grottesca.

Per quel che riguarda Anselmo Guazzi (1527 circa – 1553), Stefano L’Occaso con il Saggio dal titolo Anselmo Guazzi un allievo di Giulio Romano, uscito a Mantova per IL RIO Edizioni nel 2012, ne ridefinisce la personalità meno nota, poiché molte erano «vissute all’ombra di Giulio Romano quando tutte le attenzioni erano concentrate sull’allievo di Raffaello e poca visibilità era concessa a coloro che spesso ingenerosamente erano definiti suoi epigoni, privi di individualità, meri esecutori delle concezioni del maestro.» Con A. Guazzi lavorò il collega Agostino da Mozzanica (1504 circa – 23 Ottobre 1544). Alle pareti i temi predominanti, riconducibili all’universo ovidiano sono amore, gioco, seduzione, sfida al divino e punizione della superbia.

Nella sala successiva sono esposti i disegni originali eseguiti da Giulio Pippi detto Romano provenienti dal Dipartimento delle Arti grafiche del Museo Louvre di Parigi.

La ciclicità del tempo

La Camera del Sole e della Luna è così definita per la presenza nello spazio centrale del soffitto di un affresco in cui, nello splendido scorcio prospettico dal potente e coinvolgente dinamismo, sono rappresentati due carri guidati da Apollo-Sole e da Diana-Luna. La scena progettata da Giulio Pippi detto Romano, è costruita in un ampio squarcio di cielo Blu, aperto e profondo, che accentua il distacco tra le due immagini. La luce illumina e rende vibranti i contorni delle figure: la falce lunare, che pare incoronare Diana, crea tonalità più pacate, mentre l’abbagliante disco solare contrapposto è sorgente irradiante. Il Crepuscolo, rappresentato dal Sole calante e dalla Luna crescente, allude all’incessante scorrere del tempo con il susseguirsi dei giorni. Il fondo di Colore Azzurro dei lacunari del soffitto è di restauro. Non si hanno documenti o descrizioni riguardanti la coloritura originale, ma la quantità di residui di azzurrite, rinvenuti durante l’ultimo restauro (2000), induce a credere che fosse questo il colore utilizzato per i fondali.

Palazzo Te, Sala del Sole e della Luna, Immagine di pubblico dominio.

La ciclicità del tempo è il grande tema che apre il II Libro di Ovidio.

«La Reggia del Sole si levava alta con le sue immense colonne tutta scintillante d’oro e di rame dai bagliori di fiamma: nitido avorio copriva la cima del tetto, duplici imposte d’argento irragiavano luce.» (L. II, vv.1-3).

Niccolò Degli Agostini, le cui notizie sulla vita sono scarse e contrastanti, ci ha lasciato una traduzione in volgare di Metamorfosi di Ovidio, proveniente dalla Biblioteca Nazionale Centrale di Roma. Bodo Ghutmüller, docente di letteratura italiana e letteratura francese all’Università di Marburg, che si è occupato prevalentemente di problematiche legate alla tradizione ovidiana, segnala la presenza dell’editio princeps editata nello stesso anno dell’esemplare in mostra, il 1522, il cui titolo completo è: Tutti gli libri de Ovidio Metamorphoseos tradutti dal litteral in verso vulgar con le sue Allegorie in prosa con gratia e privilegio. Item sub pena axcommunicationis late sententie come nel breve appare e istoriato.

Tiziano Vecellio, Ritratto di Federico II Gonzaga, 1529, olio su tavola, Al. 125 x La. 99 cm.
Museo del Prado, Madrid, Spagna. Immagine di pubblico dominio.

Virtù, eros e potere

La Sala dei Cavalli, la più ampia all’interno di Palazzo Te, fu il luogo di celebrazione del Duca Federico II Gonzaga (Mantova, Lombardia, Italia, 17 Maggio 1500 – Marmirolo, Mantova, Lombardia, Italia, 28 Giugno 1540). La metà superiore delle pareti della sala, dall’altezza delle architravi dei portali marmorei fino al cornicione ligneo d’imposta del soffitto, è occupata dalla decorazione ad affresco; nello spazio inferiore, invece, le superfici delle pareti erano al tempo ricoperte, come quelle di molte altre sale del Palazzo, da spalliere di corami. Nell’inventario redatto nell’anno 1540 si specifica che nella Sala dei Cavalli lo zoccolo delle pareti era rivestito da: «otto pezzi de spalera de coramo rosso cum coloni de oro.» (Cfr. Belluzzi 1998, pp. 365-366).

In questo contesto ci interessa ricordare una serie di quattro dipinti commissionati da Federico II Gonzaga ad Antonio Allegri detto il Correggio (Correggio, Reggio Emilia, Emilia Romagna, 30 Agosto 1489 – Correggio, Reggio Emilia, Emilia Romagna, 5 Marzo 1534). Il Duca, colpito dalla narrazione di Ovidio degli Amori di Giove, commissionò al pittore emiliano quattro tele. Di queste, quella intitolata Giove e Io, è considerata tra le più sensuali della pittura “erotica” del tempo. Il dipinto, così come il poeta narra, è dedicato alla storia di Io sacerdotessa di Era. Giove, invaghitosi di lei ma timoroso della gelosia di sua moglie, si trasforma in nube densa per sedurre la fanciulla e rendendo molto coinvolgente la consolidata tradizione della ninfa addormentata.

Antonio Allegri detto il Correggio, Giove e Io, 1532-1533 circa, olio su tela, Al. 163,5 x La. 74 cm.
Kunsthistorisches Museum di Vienna. Immagine di pubblico dominio.

L’altra opera di rilievo parte delle quattro eseguite da Coreggio su commissione di Federico II Gonzaga è significativa poiché una delle prime raffigurazioni in Italia con il soggetto di Danae. Il dipinto è ispirato al mito dell’eroina greca Danae figlia del re di Argo Acrisio al quale, da un oracolo, fu predetto sarebbe stato ucciso per mano di un figlio nato proprio da Danae. Acrisio intimorito dalla predizione decise di rinchiudere Danae in una torre di bronzo che però Giove raggiunse sotto forma di pioggia d’oro rendendola madre di Perseo.

Antonio Allegri detto il Correggio, Danae,1530 – 1531, olio su tela, Al. 163,5 x La. 74 cm.
Roma, Galleria Borghese (inv. 125). – https://www.centropalazzote.it/palazzo-te-mantova/

Presenti in mostra altri due dipinti relativi alle metamorfosi di Giove, copie da Antonio Allegri, detto Correggio, eseguiti dal pittore spagnolo Eugenio Caxés o Cajes (Madrid, Spagna, 1575-1576 – Madrid, Spagna, 15 Dicembre 1634), introducono altri due particolari temi della tradizione mitologica: la metamorfosi delle divinità in animali e la loro congiunzione carnale con gli esseri umani, potenziata dalla carica erotica dei miti stessi e dalla loro interpretazione pittorica.

Eugenio Cajes (copia da Antonio Allegri, detto Correggio), Ratto di Ganimede, 1604, olio su tela, cm. 175 x 82,
Madrid, Museo Nacional del Prado (inv. P000119). Immagine di pubblico dominio.
Eugenio Cajes (copia da Antonio Allegri, detto Correggio), La favola di Leda, 1604, olio su tela, cm. 165 x 193,
Madrid, Museo Nacional del Prado (inv. P000120). Immagine di pubblico dominio.

Eros e sublimazione

Il luogo d’incontro della narrazione di Ovidio con quella di Apuleio si manifesta nella sala di Amore e Psiche. Il racconto del mito è rappresentato sulla volta che presenta eccezionali caratteristiche costruttive e tecniche con dipinti che, a differenza degli affreschi alle pareti, sono realizzati a olio su una base composta da un sottile strato di intonaco applicato a una trama di stuoie di canne. Potrebbe riferirsi all’esecuzione di questi dipinti l’ordine di Federico II Gonzaga, del Giugno 1526, di duecento pennelli «per lavorare a oglio». L’arditezza degli scorci compositivi e le inedite scelte luministiche fanno della volta di Amore e Psiche uno dei maggiori risultati ottenuti da Giulio Pippi detto Romano.

Sala di Amore e Psiche – Palazzo Te – Mantova – Lombardia – Italia – Di Sailko –
Opera propria, CC BY 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=88177801

L’incontro tra i due amanti è attentamente descritto nell’opera raffinata dipinta da Jacopo Zucchi, o Iacopo di maestro Pietro Zucca (Firenze, Toscana, Italia, 1542 c. – Roma, Lazio, Italia, 1596 c.); allievo di Giorgio Vasari (Arezzo, Toscana, Italia, 30 Luglio 1511 – Firenze, Toscana Italia, 27 Giugno 1574), che divenne suo principale collaboratore. Il dipinto riporta il celebre episodio raccontato da Apuleio nella sua Metamorfosi.

Jacopo Zucchi, Amore e Psiche, 1589, olio su tela, cm 173 x 130,
Roma, Galleria Borghese (inv. 10). – https://www.centropalazzote.it/palazzo-te-mantova/

La bella Psiche decise di scoprire l’identità del giovane amante introducendosi di notte nella sua alcova con una lucerna e un pugnale. Avvicinandosi al corpo del bellissimo dio per poterlo vedere, accidentalmente una goccia d’olio bollente cadde dalla lucerna sul giovane che risvegliatosi volò via. L’opera, ambientata in una camera lussuosa, è adornata sullo sfondo dal panneggio di un tendaggio Rosso che dà risalto ai corpi dei due protagonisti. Psiche, di fronte ad Amore dormiente, è impreziosita sulla nuda carne da un elemento decorativo composito, formato da un drappo, un velo, ma soprattutto da una serie di torchon di luminose perle, alternati da composizioni di gioielleria d’oro giallo, perle e pietre preziose. Sul capo, un’acconciatura perfetta e preziosa le incornicia il viso. Alle pareti si “srotola” il festoso banchetto nuziale accanto ad altri miti d’amore e morte tratti dall’opera di Ovidio.

Dal caos al doppio, all’ibrido, alle metamorfosi in movimento.

La Camera dei venti è così definita per la presenza di mascheroni in stucco che rappresentano i volti dei venti all’interno delle unghie sopra le lunette attorno alle pareti di tutto l’ambiente. La volta è decorata con bassorilievi in stucco a finto bronzo che raffigurano i dodici segni zodiacali. Il Tema iconografico, della decorazione pittorica e a stucco, è l’Astrologia, l’influsso delle stelle sui destini dell’uomo indicato dall’iscrizione in latino sulla porta della parete Sud: «distat enim qvae sydera te excipiant»dipende infatti da quali stelle ti ricevano [quando nasci]; una frase tratta da una satira di Giovenale che dichiara la dipendenza che lega l’uomo al segno zodiacale sotto cui è nato. L’influsso delle costellazioni associate ai segni zodiacali è raffigurato nei medaglioni.

Adamo Scultori (incisore), Giulio Pippi, detto Giulio Romano (inventore), Cattura di grandi pesci, 1563-1565, bulino, cm. 20,9 x 31,2, Milano, Castello Sforzesco, Raccolta delle Stampe Achille Bertarelli (inv. MPP 366)
Link risorsa: https://lombardiabeniculturali.it/stampe/schede/H0080-02056/

In esposizione la Costellazione della Balena, abbinata dal segno zodiacale dei Pesci, è rappresentata dall’incisione Cattura dei grandi pesci degli abissi. Nella sala, l’inserimento di un grande specchio ovale, “mette in scena” Narciso che si rispecchia su una superficie riflettente, tra inganno e conoscenza, fra astrologia e astronomia, riproposto dal dipinto Narciso al fonte, e la preziosa scultura dell’Ermafrodito, figura dalla duplice natura che tende all’unità, al cosmo, attinge al IV Libro di Metamorfosi di Ovidio.

La storia dei due personaggi rappresentati nella tavola Salmaci ed Ermafrodito si riferisce al mito della ninfa Salmaci che incontra ad una fonte il giovane figlio di Ermes e Afrodite. Il suo trasporto senza controllo verso il bellissimo giovane la porta ad abbracciarlo con una tale passione da rendere i due corpi fusi in uno.

Ippolito Scarsella, detto Scarsellino, Salmaci ed Ermafrodito,1615 circa, olio su tavola, cm. 41,5 x 56,
Roma, Galleria Borghese (inv. 214). Immagine di pubblico dominio.

Superbia, punizione, violenza.

Il Mito della Caduta di Fetonte campeggia sulla volta della Camera delle Aquile: al centro
dell’affresco, in un ardito scorcio, si erge fra le nuvole Giove, l’Onnipotente, che, come racconta Ovidio:

«tuonò e librato un fulmine all’altezza dell’orecchio destro lo lanciò contro Fetonte sbalzandolo via dal carro e dalla vita e arrestando l’incendio».

Installation view Dal caos al cosmo. Metamorfosi a Palazzo Te, 2025 –
Foto Gian Maria Pontiroli – https://www.centropalazzote.it/palazzo-te-mantova/

Negli stucchi della volta la metamorfosi diventa strumento d’inganno per le divinità dell’Olimpo ai fini di insidiare e rapire le giovani ninfe per possederle. Lo potremo osservare in Nettuno rapisce Anfitrite e nel Ratto di Proserpina.

Pieter Paul Rubens, Ratto di Proserpina,1614 – 1615,olio su tavola, cm. 38 x 67.
Parigi, Musèe du Petit Palais (inv.PDUT954) – https://www.centropalazzote.it/palazzo-te-mantova/

Performances nell’arte e nella natura

Alle Metamorfosi di Ovidio, in cui è coinvolta la vita degli esseri umani, degli animali, delle piante, e dove si narrano processi di ibridazione delle forme, si sono ispirati e tutt’ora si ispirano un’infinità di scrittori e artisti. Nel I Libro è inserito il racconto di Apollo e Dafne: la ninfa, amante della libertà, fuggendo spaventata dal dio che, avendo respinto, si mise ad inseguirla, appena prima di essere raggiunta invoca l’aiuto della madre o del padre che le permetteranno di trasformarsi in una pianta di alloro (Laurus nobilis). A questa metamorfosi in atto si ispira l’opera di Giuseppe Penone.

Giuseppe Penone, Dafne, 2014, bronzo, cm. 285 x 111 x 100. Collezione Giampiero Rinaudo & Antonella Falaguerra – Courtesy Tucci Russo Studio per l’Arte Contemporanea, Torre Pellice e Torino. Installation view Dal caos al cosmo. Metamorfosi a Palazzo Te, 2025 –
Foto Gian Maria Pontiroli – https://www.centropalazzote.it/palazzo-te-mantova/

Dal mito alla storia antica ai trionfi

Il passaggio dal Mito alla storia di Roma, a Palazzo Te avviene uscendo nello spazio aperto della Loggia di Davide, dalla Camera delle Aquile, per poi accedere alla Camera degli Stucchi, e da questa alla Camera degli Imperatori; l’iconografia della decorazione è stata scelta per esaltare, attraverso gli esempi classici, virtù necessarie ai sovrani come la generosità, il rispetto dei diritti, la magnanimità, la continenza, il mecenatismo. Un Palazzo non solo luogo di ozi e delizie, ma anche di celebrazioni e di eventi storici memorabili.

Giuseppe Penone, Dafne, 2014, bronzo, cm. 285 x 111 x 100. Collezione Giampiero Rinaudo & Antonella Falaguerra – Courtesy Tucci Russo Studio per l’Arte Contemporanea, Torre Pellice e Torino. Installation view Dal caos al cosmo. Metamorfosi a Palazzo Te, 2025 –
Foto Gian Maria Pontiroli – https://www.centropalazzote.it/palazzo-te-mantova/

Lo stimolo alla riflessione di un percorso espositivo costituito da una serie di opere selezionate affinché fossero in diretta relazione con la ricchezza artistica e storica di Palazzo Te, è offerta da un’immagine che ritrae la mostra fotografica, intitolata Ovid Austellung, allestita nel 1927 dallo storico dell’arte tedesco Abraham Moritz Warburg detto Aby, (Amburgo Germania, 13 Giugno 1866 – Amburgo Germania, 26 Ottobre 1929), nella sala ellittica della Warburg Haus ad Amburgo. L’ Esposizione di Ovidio di Warburg si ispirò a Metamorfosi per approfondire lo studio di come alcune immagini archetipiche ritornino, attraverso i secoli della storia dell’arte, in contesti differenti.

Il testo di Ovidio, secondo Warburg, si trasforma:

«in uno scrigno di tesori per i valori espressivi della dinamica psicologica».

A distanza di 500 anni, le immagini e le forme dinamiche di questo Palazzo folgorano ancora lo sguardo, oggi coinvolto nel nuovo viaggio straordinario studiato da Claudia Cieri Via.

La pubblicazione delle immagini fotografiche di questo articolo scritto per la testata giornalistica digitale ReWriters, è stata autorizzata da Federica Leoni – ufficiostampa@fondazionepalazzote.it

Opere in esposizione:

Giulio Pippi, detto Giulio Romano
Bacco e Arianna,1527 circa, inchiostro marrone con penna, lavis, pietra nera, cm 67,2×42,8.
Parigi, Musée du Louvre, Département des Arts graphiques (inv. 3488 recto)
Giulio Pippi, detto Giulio Romano (attribuito)
Contesa tra Apollo e Pan,1527 circa, inchiostro marrone con penna, lavis, cm 69,6×48,7.
Parigi, Musée du Louvre, Département des Arts graphiques(inv. 3641 recto).
Giulio Pippi, detto Giulio Romano
La competizione musicale tra Apollo e Pan, 1527 circa, matita nera, penna bruna, cm 69,8×42,2. Vienna, The Albertina Museum (inv.14192 R.100).
Giulio Pippi, detto Giulio Romano
Frammento di Baccanale1527 circa, inchiostro marrone con penna, lavis, cm 67,9×48,5.
Parigi, Musée du Louvre, Département des Arts graphiques(inv. 3508 recto).
Giulio Pippi, detto Giulio Romano
Morte di Orfeo1527 circa, inchiostro marrone con penna, lavis, cm 31×24,9.
Parigi, Musée du Louvre, Département des Arts graphiques (inv. 3494 recto).
Giulio Pippi, detto Giulio Romano
Il supplizio di Marsia, 1527 circa, inchiostro marrone con penna, inchiostro nero con penna, lavis, carta beige, pietra nera, cm 66,3×50,2.
Parigi, Musée du Louvre, Département des Arts graphiques (inv. 3487 recto).

Niccolò Degli Agostini, Tutti li libri de Ovidio Metamorphoseos tradutti dal litteral al verso vulgar con le sue allegorie inprosa etistoratio,1522, cm. 21,2x16x4Roma, Biblioteca Nazionale Centrale(inv. 000022578)

Ludovico Dolce, Le trasformationi di M. Lodouico Dolce, 1561, cm. 23×16,5×3, Mantova, Biblioteca Teresiana (inv. 174.F.4)
Adamo Scultori (incisore), Giulio Pippi, detto Giulio Romano (inventore), Ercole strangola il leone Nemeo, bulino, mm. 213X144 (impronta), Roma, Istituto Centrale per la Grafica.
Adamo Scultori (incisore), Giulio Pippi, detto Giulio Romano (inventore), Ercole e Anteo, bulino, mm. 213×144 (impronta), Roma, Istituto Centrale per la Grafica.
Antonio Allegri, detto Correggio, Danae, 1530-1531, olio su tela, cm. 158×189, Roma, Galleria Borghese (inv. 125).
Eugenio Cajes (copia da Antonio Allegri, detto Correggio), Ratto di Ganimede, 1604, olio su tela, cm. 175×82, Madrid, Museo Nacional del Prado (inv. P000119).
Eugenio Cajes (copia da Antonio Allegri, detto Correggio), La favola di Leda, 1604, olio su tela, cm. 165x193Madrid, Museo Nacional del Prado (inv. P000120).
Jacopo Robusti, detto Tintoretto, Minerva e Aracne, 1575-1585, olio su tela, cm. 145x272Firenze, Galleria degli Uffizi (inv. Collezione Contini Bonacossi 35).

Jacopo Zucchi, Amore e Psiche, 1589, olio su tela, cm 173×130, Roma, Galleria Borghese (inv. 10).
Giovanni Battista Scultori (incisore) Giulio Pippi, detto Giulio Romano (inventore) Giove e Olimpiade, 1538, bulino, mm163x222, Vienna, The Albertina Museum (inv. It/I/29/4).

Justus Glesker, Ermafrodito, 1664-1669, avorio, cm. 9,3×23,5
Firenze, Galleria degli Uffizi (inv. Avori Bargello (1878) n. 170)
Giovanni Antonio Boltraffio, Narciso al fonte, 1500-1510, olio su tavola, cm. 19×31
Firenze, Galleria degli Uffizi(inv. 1890, 2184)
Ippolito Scarsella, detto Scarsellino, Salmaci ed Ermafrodito,1615 circa, olio su tavola, cm. 41,5×56, Roma, Galleria Borghese (inv. 214)
Adamo Scultori (incisore), Giulio Pippi, detto Giulio Romano (inventore), Cattura di grandi pesci, 1563-1565, bulino, cm. 20,9×31,2
Milano, Castello Sforzesco, Raccolta delle Stampe Achille Bertarelli (inv. MPP 366)

Giulio Pippi, detto Giulio Romano, Nettuno rapisce Anfitrite,1527-1528 circa, inchiostro marrone con penna, cm. 41,2×21,3.
Parigi, Musée du Louvre, Département des Arts graphiques (inv. 3496 recto).
Pieter Paul Rubens, Ratto di Proserpina,1614-1615,olio su tavola, cm. 38×67.
Parigi, Musèe du Petit Palais (inv.PDUT954)

Giuseppe Penone, Dafne, 2014, bronzo, cm. 285x111x100.
Collezione Giampiero Rinaudo & Antonella Falaguerra – Courtesy Tucci Russo Studio per l’Arte Contemporanea, Torre Pellice e Torino.

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