Suicidio. Uccidere il corpo per salvare l’anima: la strage silenziosa dei nostri ragazzi
Il suicidio giovanile come grido di rivolta contro la società della performance. Una riflessione intima che parte dalla mia storia. Il documentario "Ikos".

Il suicidio giovanile come grido di rivolta contro la società della performance. Una riflessione intima che parte dalla mia storia. Il documentario "Ikos".

Uccidersi. Voler farla finita. Il suicidio è, con ogni probabilità, uno dei più grandi e radicati tabù sociali. Basti pensare alla demonizzazione millenaria operata da molte religioni: per la dottrina cattolica, ad esempio, chi si toglie la vita commette un peccato gravissimo, si preclude il paradiso ed è condannato a scontare le proprie pene anche dall’altra parte. Il messaggio subliminale, ma neanche troppo, è violento: ti uccidi? Sei alla stregua di un assassino.
È sconcertante pensare che ancora oggi ci sia chi abbraccia questa mentalità, guardando a chi compie questo gesto con biasimo o, peggio, con quel pietismo condiscendente tipico di una società iper-performante. La nostra società si basa sul dogma del successo, della produttività e dell’efficienza a tutti i costi. Chi non riesce a stare al passo con questi ritmi disumani viene scartato o colpevolizzato.
In questo sistema, la “performance” è l’unica misura del valore di un essere umano. Di conseguenza, la società performante non può ammettere che il suicidio sia una risposta logica e drammatica a un sistema malato; preferisce derubricarlo a “fragilità personale”. Il cliché della narrazione comune è spietato: chi si uccide sarebbe un debole, un fallito, qualcuno che non sa “stare al mondo” o che non ha la forza di affrontare la via della vita come tutti gli altri. La realtà, invece, è infinitamente più complessa. E io non parlo per teoria. Parlo da persona che a 14 e 16 anni ha tentato, per ben due volte, di uccidersi.

Volevo ammazzarmi perché venivo bullizzato. Perché i miei coetanei mi rendevano la vita un inferno. E il bullismo, a pensarci bene, è stato il mio primo, violentissimo impatto con la logica della performance: venivo preso di mira perché non ero “come gli altri”, perché non aderivo a quegli standard di forza, omologazione e finta sicurezza che il gruppo pretendeva. In quel microcosmo, non essere secondo le loro regole significava essere difettosi, e quindi sacrificabili. Dai 7 ai 14 anni, in un piccolo paese del Sud — come ho raccontato nel mio documentario Ikos — ho subito atti di bullismo sistematici e feroci. Non potevo uscire di casa. C’erano ragazzini che mi sputavano per strada, mi insultavano, mi minacciavano e mi picchiavano. Ogni singolo giorno. Finché non ho deciso di mandare giù un pugno di pillole per farla finita. Ero talmente disperato da non vedere altra soluzione. Io ero il problema perché non andavo bene al mondo. Il mio è stato un tentato suicidio indotto.

Credo fortemente che il cinema e l’arte in generale, possano essere potenti strumenti di prevenzione e di sblocco emotivo per i più giovani (e non solo). Per comprendere l’impatto del trauma e di come il dolore possa spingere a voler farla finita attraverso la mia storia reale, vi invito a guardare il mio documentario, Ikos, disponibile su Amazon Prime Video all’interno della raccolta The Ticket Show (Stagione 2, Episodio 3).
Rompere il silenzio e condividere queste storie è il primo passo per salvare una vita. Anche perché quella del suicidio giovanile è una piaga molto più diffusa e sommersa di quanto vogliamo ammettere: gesti estremi che si alimentano di un contesto tossico globale, il quale finisce per consumarsi e stringersi, prima di tutto, proprio tra le mura domestiche. Viviamo in un Occidente non ancora così moderno come si crede, in cui il controllo genitoriale sui figli è diventato una forma di assedio invisibile.
Molti genitori non vogliono ascoltare, vogliono plasmare: pretendono che i figli aderiscano a un’idea di successo preconfezionata dalla società consumistica e capitalista, anziché assecondare la loro reale inclinazione. Non accettano ciò che il figlio è realmente; preferiscono incollargli addosso una maschera di normalità per proteggere, prima di tutto, loro stessi e le loro aspettative. Una dinamica che non è poi così diversa dal severo autoritarismo delle generazioni passate: ieri il controllo si imponeva con i divieti, oggi si traveste da finta libertà, una concessione di facciata che nasconde un ricatto emotivo ancora più difficile da scardinare. Eppure, se ci fermiamo ad analizzare questo meccanismo, ci rendiamo conto che questo ricatto non viene quasi mai esercitato con cattiveria o lucida spietatezza. È, piuttosto, il riflesso condizionato di una catena che si tramanda.
Proprio per questo, sarebbe un errore indicare le famiglie come le uniche responsabili di queste tragedie, o puntare il dito contro chi si ritrova a vivere il dramma più innaturale e devastante: sopravvivere alla morte di un figlio. Non c’è una colpa intenzionale, né una regola universale. Spesso i genitori sono a loro volta vittime di questo stesso ingranaggio: si muovono al buio, spaventati, convinti che spingere i figli verso certi standard sia l’unico modo per metterli in salvo. Non c’è dolo, ma c’è un’enorme, devastante incomunicabilità.

Proprio su queste pagine si è riflettuto su come la mancanza di ascolto e l’isolamento abbiano deteriorato la salute mentale delle nuove generazioni, ricordando che un recente studio documenta l’aumento di suicidi tra i giovani ed evidenzia come sia ormai tempo di cura. Una cura intesa non solo in senso medico, ma come attenzione affettiva, empatia e capacità di farsi carico del dolore dell’altro prima che sia troppo tardi.
Ma quando questa cura viene a mancare – schiacciata dalle pretese di un mondo che viaggia a velocità disumane – si innesca un cortocircuito relazionale in cui famiglia e società finiscono per allearsi, spesso involontariamente, contro l’individuo. È qui che si stringe quella che possiamo definire una doppia pressa: da un lato la società che esige performance, status e conformismo; dall’altro la famiglia che, per paura o per ansia di protezione, si fa cassa di risonanza di quelle stesse identiche pretese. Per i ragazzi, trovarsi incastrati in questa morsa significa vedersi negato il diritto all’identità. Laddove non si intravedono spiragli, la fine comincia tragicamente a somigliare a una via di fuga.
Agli occhi di chi soffre, il suicidio può arrivare a configurarsi come l’estremo, disperato atto di ribellione contro un sistema che disapprova la fragilità e che, di fatto, impone di essere “performanti o invisibili”. Il ragionamento, nella solitudine del dolore, si fa quasi logico: meglio sottrarsi del tutto piuttosto che trascinarsi come gusci vuoti in una società che giudica ogni passo, dal conto in banca all’aspetto estetico. Non dobbiamo stupirci se i giovani di questa generazione covano un’inquietudine che le famiglie, isolate a loro volta, non riescono a decifrare. Quando la pressione sociale e quella familiare si saldano in un unico blocco, la morte smette di essere percepita come una fine e inizia a somigliare, nella sua drammaticità, all’unica liberazione possibile.

Il suicidio tra i più giovani è in costante, drammatico aumento. Ma la freddezza delle statistiche non basta a restituire il peso di questa strage silenziosa. Io sono iscritto ad alcuni gruppi Facebook in cui vengono commemorati i ragazzi che non ci sono più. È un’esperienza sconcertante: scorrendo quelle pagine, ti rendi conto che una quantità impressionante di adolescenti muore perché si è tolta la vita. Se le nuove generazioni scelgono la morte, significa che per loro non c’è speranza nel futuro. Significa che abbiamo fallito tutti: ha fallito lo Stato, ha fallito la società, ha fallito la famiglia.
Sia chiaro, intercettare un dolore simile non è facile. Spesso lo si nasconde. Quando da ragazzo stavo male, fingevo continuamente davanti ai miei genitori. Indossavo la maschera del sorriso, quella dell’adolescente che magari ha qualche normale difficoltà a integrarsi con i coetanei, ma che tutto sommato sta bene. Eppure, basterebbe che gli adulti avessero il coraggio di guardare oltre quelle maschere – che poi così perfette non sono. Se solo provassero a scavare con delicatezza, senza giudicare, molti ragazzi parlerebbero dei loro problemi. Ma per farlo devono fidarsi. Ed è qui che ci si scontra con una verità antica come il mondo: i giovani non si fidano spesso di una persona più grande. E come potrebbero, se ogni tentativo di dialogo si trasforma in un esame da superare, in un giudizio perennemente sospeso sulla loro testa? Non ci si apre con chi ti mette costantemente sotto torchio; ci si difende.

In un paese come l’Italia, i giovani vengono costantemente bistrattati, demonizzati, dipinti come inaffidabili. Diciamolo chiaramente: la nostra è una società che non ama i giovani; sotto molti aspetti, sembra quasi odiarli. Non li prende mai realmente in considerazione, preferendo liquidarli come una generazione di “viziati” e agendo sistematicamente per tarparne le ali nel dibattito pubblico, dove le loro istanze non vengono mai prese sul serio. Non si dà loro fiducia, non li si mette in condizione di diventare adulti.
A questa svalutazione pubblica si somma poi un cortocircuito privato, fatto di un profondo, strisciante egoismo da parte di molti padri e madri che tendono ad abituare i figli a non crescere mai. Per un bisogno egoistico di controllo o per la paura nevrotica di restare soli, molti genitori ne ostacolano inconsciamente la maturazione. Il risultato è una generazione disarmata: ragazzi che rimangono biologicamente e anagraficamente adulti, ma psicologicamente intrappolati in una condizione di dipendenza forzata, del tutto indifesi di fronte alle prime, inevitabili difficoltà della vita.
Io stesso ho vissuto questo dramma sulla mia pelle. A vent’anni, cose banali come andare alla posta, pagare una bolletta o scambiare due parole con il proprietario di casa per l’affitto mi sembravano ostacoli insormontabili. Mi provocavano un’ansia totalizzante, attacchi di panico e, lo ammetto senza vergogna, persino desideri suicidari se mi trovavo a dover fronteggiare dei debiti o delle situazioni di stress che credevo essere senza via d’uscita. Può sembrare assurdo, quasi ridicolo, che si arrivi a desiderare la morte, il suicidio, per un ostacolo. Ma non si tratta di semplice “fragilità emotiva“, come ama liquidare qualcuno con disprezzo. C’è dell’altro. Ci viene letteralmente instillata l’incapacità di provvedere a noi stessi, e questo ci fa sentire “falliti” e “spauriti” di fronte al nostro futuro persino nelle piccole cose.

Ci crescono così, sotto una campana di vetro che non protegge, ma soffoca. E quando quella campana inevitabilmente si rompe, ci ritroviamo nudi e indifesi, costretti a essere all’altezza di un mondo reale per il quale ci scopriamo del tutto impreparati. In quel momento, quando il vuoto si fa totale, la tentazione di soccombere rischia di diventare l’unica liberazione possibile. Ovviamente ci sarebbe ancora moltissimo da dire. Un solo articolo non può riassumere la complessa costellazione che genera il desiderio di farla finita in una persona giovane. L’intento, qui, è riflettere sulla morte come estrema via di fuga; non perché siamo sbagliati noi, ma perché è questa realtà a essere malata, complessa e mostruosa per ciò che ci impone: uccidere l’anima. A volte ci si uccide proprio per salvare l’anima. Per ribellarsi a un mondo che ce la vuole strappare dal petto dicendoci, mentendo, che non ha importanza averne una.
Se tu o qualcuno che conosci vi trovate in una situazione di sofferenza o avete pensieri legati al suicidio, ricordate che non siete soli.
In Italia sono attivi numeri di telefono gratuiti a cui potersi rivolgere 24 ore su 24 per trovare ascolto e supporto medico o psicologico, come il Telefono Azzurro (1.96.96) per i più giovani, il Telefono Amico (02 2327 2327) o il 112.
