Ci sono professioni in cui il processo di identificazione tra il lavoro e la propria vita è pressoché totale. Qualcosa del genere è successo nelle agenzie di comunicazione che, a partire dagli anni Ottanta, hanno quasi egemonizzato le attività imprenditoriali e il mercato del lavoro italiano e non solo, per almeno un ventennio. Non sorprende quindi che il protagonista di Scorza, il libro di Daniele Dionisi (pp 160, euro 20.00, Giulio Perrone Editore), si ritrovi all’età di quasi sessant’anni a guidare una società di comunicazione in difficoltà, come personalmente lui stesso si sente. Le due situazioni praticamente si identificano, sembrano seguire la stressa parabola, quella della struttura produttiva di beni immateriali e quella del corpo e della psiche del suo amministratore delegato.

Il disagio del protagonista

Il fatto è che la condizione di profondo disagio di Fausto Scorza, protagonista del romanzo che fornisce anche il titolo al libro, è acuita dalla presenza della giovane moglie che, legittimamente, nello stesso periodo, si trova invece a vivere un’esistenza brillante, psicologicamente lontana dalle crisi e dai problemi del marito e che, per questo, da lui è vissuta come una figura problematica.

A fornire il “naturale” contesto della vicenda è per forza di cose la città di Milano che oggi sappiamo attraversata da contraddizioni fortissime, abitata da solitudini e da feroci diseguaglianze, ma che fino a pochi anni fa, viveva dietro il paravento di un’economia “drogata” di soldi (tanti) facili, del successo rapido, della comunicazione, della pubblicità, della moda e delle relazioni pubbliche.

Come spesso accade in ambienti così esasperati, le stesse caratteristiche che portano al successo sono quelle che decretano, crudelmente, la propria fine. In nome del continuo aggiornamento e della necessità di adeguarsi a una velocità innaturale a cui non sempre si riesce a stare al passo, anche le persone più esperte vengono espulse dal processo produttivo.

Ma il problema di Fausto non si limita solo a questo dato oggettivo che si riferisce a un ambiente che lui ha scelto con determinazione e una certa prosopopea tutta “maschile”. Mentre tutto intorno a sé si fa precario e instabile, il rapporto con la moglie Tania diventa conflittuale e difficilissimo da sostenere. Tania è di molto più giovane di lui. E’ una “donna in carriera”. Da giovane ha scelto un uomo decisamente più grande di lei anche perché questo l’aiutava a crescere professionalmente e, ora che il marito sta man mano decadendo, Tania vive una forte pulsione al disinteresse nei suoi confronti.

Tra una festa e un aperitivo, tra gente ciarliera e molta confusione, i due litigano e mostrano in molti i modi di non volersi più bene. Si è così portati a pensare che Fausto sia “la vittima” di un rapporto che Tina abbia vissuto in modo cinico e strumentale fin quando “le ha fatto comodo” per poi liberarsene nel momento di maggiore fragilità del suo compagno. Non è tanto chiaro se sia veramente solo così. Quello che invece è molto chiaro anche se non molto approfondito è il percorso egocentrico e narcisistico del maschio adulto che in primo momento si gratifica nell’aver accanto una donna molto più giovane di lui da “far crescere”, “istruire” e in qualche modo controllare. Senza tenere in nessun conto che queste figure, proprio loro, una volta cresciute, per un processo naturale e assolutamente legittimo sono portate a emanciparsi e intraprendere la loro strada e affrontare il loro destino, rompendo il bozzolo che le ha permesso di crescere e maturare.

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