Volere non è potere
Non è affatto vero che volere è potere. Ciascuno fa quel che può, poi le cose vanno come vanno. Il libro "Il calcolo del consenso".

Non è affatto vero che volere è potere. Ciascuno fa quel che può, poi le cose vanno come vanno. Il libro "Il calcolo del consenso".

Non è affatto vero che volere è potere. Dirlo significa ingannare, in buona o malafede non importa, sempre di inganno si tratta. Se volere fosse potere saremmo tutti miliardari o quasi. La realtà è molto più triste: ciascuno fa quel che può, poi le cose vanno come vanno.
Perdonate l’autocitazione, la frase è tratta dal mio articolo sulla morte di Ernesto Pellegrini. Non trovavo modo più personale per introdurre il tema di oggi.
Qualche settimana dopo aver scritto quel pezzo appresi la tragica morte per incidente stradale del giocatore del Liverpool Diogo Jota e del fratello. Diogo era uno dei calciatori più famosi al mondo, novello sposo (era convolato appena dieci giorni prima) e felice papà di tre bambini. La dinamica del sinistro è ancora parzialmente da chiarire, resta il fatto che s’è trattato di un’uscita di carreggiata su un’asfaltatura imperfetta. Qualcuno sentenzia “se l’è cercata” probabilmente dimenticandosi di quante volte abbiamo tutti superato i limiti di velocità o effettuato sorpassi sconsiderati.
Sapete qual è il punto? Che la frase Quisque faber fortunae suae dev’essere stata scritta da un uomo fortunatissimo che si credeva un genio. Non c’è altra spiegazione. La mia vita è testimone di decine di persone che nonostante pianificazioni a manetta, investimenti oltre l’immaginabile, notti in bianco e sacrifici hanno chiuso baracca e burattini dichiarando bancarotta e, nei casi peggiori, morendo di debiti.
Non tutti concordano con me, e lo capisco perché è concetto difficile, in totale controtendenza col sentire comune. Io stesso iniziai a rifletterci solo dopo i quarant’anni a seguito del capolavoro di Woody Allen Match Point, incentrato sul potere del caso nelle nostre vite. Il grande Woody ha poi fatto un altro film su questo tema, Coup de Chance, che pur se meno riuscito dice la stessa cosa con pari efficacia.
Scienza e religione confermano che sopra di noi esiste un intreccio di variabili impossibili da controllare, e sono loro a fissare la frontiera tra successo e fallimento, tra gioia e lacrime, tra vita e morte. A noi è dato un potere limitato, che siamo chiamati a esercitare sempre pur senza alcuna garanzia, pena la perdita dell’onore qui sulla terra e, per chi ci crede, la condanna definitiva nell’aldilà.
Nel Vangelo di Matteo (25, 14-30) la parabola dei talenti ci racconta che tre servi ricevono uno cinque talenti, uno soltanto due e il terzo appena uno. I primi due li investono e così facendo accrescono il capitale, mentre chi ne aveva ricevuto uno ha paura e lo sotterra. Sarà costui, non gli altri, a subire i rimproveri e la punizione del padrone. Questa parabola, una delle meno comprese, ci avverte che i talenti non sono egualmente distribuiti e non sono meritati. Rappresentano piuttosto una dotazione di partenza (chi ne riceve cinque non ha fatto nulla per meritarseli), e la vita punisce non chi ha avuto pochi talenti bensì chi non si è messo in gioco, non ha rischiato, non ha investito.
Il valore della nostra esistenza sta dunque negli sforzi che compiamo, solo negli sforzi, a prescindere dal loro andare a buon fine o meno.
E la scienza? Per servirvi. James M. Buchanan, uno dei più noti esperti di scelte pubbliche, insignito del Premio Nobel per l’economia nel 1986, nel suo capolavoro Il calcolo del consenso, scritto con Gordon Tullock, ricorda che i risultati della vita dipendono da quattro fattori (talento, fortuna, denaro, impegno) e che l’unico meritevole di premio è l’impegno.

Vi vedo già storcere il naso. La fortuna – mi starete dicendo – è solo uno dei quattro.
Scusate, forse che il talento non è a sua volta fortuna? Nessuno può controllare razionalmente la cosa che gli dà motivazione, brividi, endorfine positive. Viene come viene, sei fatto così punto e basta, né mi sentirei mai di dire che un poeta vale meno di un ingegnere informatico solo perché di soldi non ne farà mai. Ha semplicemente il talento sbagliato – sbagliato in senso storico, non certo morale.
Quanto al denaro, terzo dei fattori sopra elencati, va specificato che Buchanan si riferiva al capitale che ti ritrovi alla nascita. Vulgo: intendeva la famiglia di provenienza. È ciò che sostengono quanti negano l’esistenza dei self-made men (cosa in linea di massima vera, basti citare Elon Musk, figlio di uno dei più grandi estrattori di diamanti del Sudafrica).
Ovvio, ci sono persone che nascono povere e fanno fortuna. Però vi prego di notare il termine che ho usato io e che avreste usato anche voi: fortuna, appunto. Vi dice niente? Il film di Muccino La ricerca della felicità è edificante, ma non racconta che un lieto fine, quello dell’imprenditore milionario Chris Gardner, che visse giorni di intensa povertà, con un figlio a carico e senza una casa dove poterlo crescere. A lui girò benissimo, tuttavia vi prego: che ciò non risuoni a monito per quanti non ce l’hanno fatta. Ci hanno provato tutti. L’applauso è per tutti dunque, non soltanto per chi è salito sul podio.
In conclusione, quando si afferma che dovremmo farci i fatti nostri, guardare meno agli altri e più a noi stessi, e che di fronte a chi è più in alto sarebbe bene soltanto applaudire e poi cercare di fare meglio, si dice il vero. Un vero assai più che proverbiale, insieme scientifico e dogmatico. Pare una contraddizione, eppure almeno in questo caso non lo è.
Basterebbe aderire a questa linea di pensiero per sradicare l’invidia dalla faccia della terra, e con essa anche il suo opposto, cioè l’adesione acritica ai falsi maestri, una nefanda idolatria di cui, nell’era dei social media, ciascuno di noi è a rischio di finire vittima.
