C’è una frase di Francesco De Gregori che in questi giorni ha aperto una discussione importante, forse più interessante della polemica stessa.

Durante la presentazione del progetto Nevergreen, parlando degli artisti che si espongono politicamente dal palco, De Gregori ha detto di provare “imbarazzo” quando un uomo di spettacolo si schiera in maniera netta su questioni internazionali. Il riferimento era anche a Bruce Springsteen e alle sue prese di posizione contro l’amministrazione Trump.

De Gregori ha sempre avuto un rapporto complesso con le appartenenze e con l’idea stessa di essere incasellato dentro una posizione precisa. Walter Veltroni, intervenendo sul Corriere della Sera, ha interpretato le parole di De Gregori come una difesa del dubbio, della complessità e della libertà di non aderire automaticamente a un pensiero collettivo.

Il dubbio, nel mondo culturale, resta una forma importante di libertà. Ma in questo caso l’interpretazione di Veltroni sembra andare oltre il senso piuttosto chiaro delle parole pronunciate da De Gregori. Perché il punto centrale della discussione non era tanto il valore del dubbio, quanto il giudizio espresso verso artisti come Bruce Springsteen, di cui ho scritto recentemente, che scelgono di esporsi pubblicamente.

De Gregori. Ed è proprio qui che nasce il problema

Definire “imbarazzante” Bruce Springsteen oggi, dal punto di vista culturale, rischia di essere una posizione difficile da condividere. Non perché Springsteen debba essere considerato intoccabile, ma perché viviamo un momento storico attraversato da guerre, tensioni internazionali, nuove forme di autoritarismo, crisi ambientale e profonde disuguaglianze sociali.

Siamo in un tempo in cui alcune verità scientifiche vengono continuamente messe in discussione. Pensare di negare il cambiamento climatico, per esempio, assomiglia sempre di più a una nuova forma di terrapiattismo culturale. Idee che fino a pochi anni fa sembravano marginali oggi trovano spazio nel dibattito pubblico e influenzano il modo di pensare di milioni di persone.

In questo scenario l’artista può scegliere il silenzio. È un diritto che va rispettato. Può pensare che la propria opera basti da sola, che la musica sia già il luogo della propria posizione. Vasco Rossi, intervenendo sulla questione, ha detto: “Io parlo con le mie canzoni e le mie canzoni parlano sole”. E viene subito in mente C’è chi dice no

Eppure oggi molti artisti sentono un’urgenza diversa. Sentono che il palco, la voce e la relazione con il pubblico possono diventare anche uno spazio di responsabilità civile e umana.

Elisa ha risposto a De Gregori, con cui ha collaborato artisticamente con il brano Quelli che restano, con parole molto significative: “Per me l’arte è indissolubile dalla vita”. Una frase che porta il discorso su un piano molto umano prima ancora che politico. La sua non è sembrata una critica personale a De Gregori, ma una diversa idea del ruolo dell’artista oggi.

Ed è qui che il dibattito diventa interessante.

Da una parte c’è De Gregori, che considera imbarazzante l’esposizione politica pubblica degli artisti. Dall’altra c’è Elisa – ascoltate Labyrinth che sente l’impossibilità di separare l’arte dalla vita e dai diritti umani. E poi c’è Bruce Springsteen, che da decenni utilizza la propria musica e la propria visibilità per difendere un’idea precisa di democrazia, dignità e libertà di cui parla ad esempio nella sua ultima canzone Streets Of Minneapolis.

Personalmente credo che oggi ci sia bisogno di artisti capaci di prendere posizione. Non in modo aggressivo o ideologico, ma con autenticità, equilibrio e profondità. Artisti che sentano l’urgenza di dire qualcosa perché il tempo storico in cui viviamo lo richiede.

Questo può avvenire attraverso una canzone esplicita, attraverso un concerto, una dichiarazione pubblica o anche attraverso la musica strumentale, quando un progetto porta dentro di sé una riflessione sul mondo, sull’ambiente, sulla pace o sul rapporto tra essere umano e natura.

De Gregori è stato una figura centrale della canzone italiana. Le sue canzoni hanno raccontato la storia, le contraddizioni e la sensibilità di intere generazioni. Oggi, se non sente il bisogno di esporsi pubblicamente su alcuni temi, questa scelta va rispettata. Ogni artista attraversa stagioni diverse della propria vita e della propria creatività.

Ma proprio per questo dovrebbe essere rispettato anche chi sente il bisogno opposto.

Il punto, allora, non è stabilire se tutti gli artisti debbano parlare. Il punto è riconoscere che chi sceglie di farlo in maniera pacifica, autentica e consapevole non dovrebbe essere liquidato come “imbarazzante”.

In un tempo così fragile, credo che la musica possa ancora creare consapevolezza, avvicinare le persone e aiutarci a guardare il mondo con maggiore sensibilità e umanità.

Buona musica!

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