Nell’ambito dell’Avviso Pubblico “Lo spettacolo dal vivo fuori dal centro 2026” Fondamenta Teatro e Teatri presenta Quando anche il lavoro è Guerra una scena aperta per gli ultimi, progetto realizzato con il sostegno del Ministero della Cultura – Direzione Generale Spettacolo e promosso da Roma Capitale Assessorato alla Cultura e al Coordinamento delle iniziative riconducibili alla Giornata della Memoria, in collaborazione con SIAE e con la direzione artistica di Giancarlo Sammartano.

Dal 14 settembre al 3 dicembre 2026, presso il Teatro di Villa Lazzaroni, presidio culturale e Teatro di Comunità del Municipio Roma VII, scritture diverse –una Residenza artistica, uno spettacolo, Conversazioni di scena, Reading, Laboratori, Mise en espace, – intrecceranno il loro racconto sul lavoro e il suo sfruttamento, sulla guerra e la sua cattiveria, liberamente ispirati al mondo e all’opera di Bertolt Brecht nel 70° anniversario della sua scomparsa e alle diverse espressioni artistiche (cinema, letteratura, poesia) che hanno affrontato le storie degli ultimi.

Sammartano, cosa resta di Brecht oggi?
L’opera di Brecht è certamente consegnata al passato storico del ‘900. I suoi testi saranno indubbiamente ancora riscoperti, messi in scena, ma la cosa più interessante del suo pensiero è l’atteggiamento totalmente nuovo che ha avuto riguardo alla lettura del sociale, della realtà storica e il rovesciamento che ne ha fatto attraverso questa tecnica dello straniamento, di rendere straordinario ciò che è usuale, per dimostrarne la mutabilità. Uno dei suoi detti più celebri è “Di nulla sia detto è naturale”. Di naturale ci sono solo, forse, i terremoti. Tutto il resto è prodotto dall’uomo, è frutto di cultura, di società e come tale è modificabile.

In più la sua straordinaria opera poetica che ha affiancato il lavoro di drammaturgo, lo rendono uno dei classici e come Pasolini credo che si possa dire che Brecht è un contemporaneo, poiché tanti dei temi, dei problemi che ha sollevato sono vivi ancora oggi. Le soluzioni per risolverli non si sono trovate, ma i problemi sono ancora gli stessi.

La vostra interessante iniziativa crea un parallelismo tra guerra e lavoro: in che termini?
L’abbinamento tra guerra e lavoro dovrebbe balzare netto agli occhi di tutti. Se guardiamo il lavoro fuori dagli uffici patinati con l’aria condizionata degli amministratori delegati, dei manager, dei dirigenti, degli “imprenditori” come si dice e andiamo a guardare il lavoro nei campi, nelle officine in nero, negli spazi degradati e senza sicurezze e senza tutele, beh allora il lavoro è francamente qualcosa che somiglia ad una guerra quotidiana, che ha i suoi caduti e le sue perdite.

L’arte, il teatro, la letteratura hanno guardato spesso a questo mondo sotterraneo, dimenticato dei lavoratori ultimi, degli umili e lo hanno raccontato esaltandone le caratteristiche più profondamente umanistiche. Pertanto noi racconteremo in questa Rassegna, attraverso molti scampoli, molti, appunto, brechtiani, quello che è il rapporto tra l’uomo, l’inutile bontà che non cambia le cose e il lavoro che uccide.

Il progetto prevede anche una interessante residenza artistica: come lavorerete su questa parte?
La residenza artistica consiste, attraverso il coordinamento di Andrea Collavino, in una scrittura collettiva, che permetta ad un gruppo di giovani artisti di sperimentare e alimentare la fase del processo creativo per la costruzione di uno spettacolo. La residenza si sviluppa come un laboratorio di ideazione dedicato all’allestimento di una commedia feroce e surreale, un testo politico che riguarda il tempo e il lavoro. E’ un progetto in divenire molto interessante che dimostra anche l’attrazione che il tema del lavoro ha e continua ad avere per la letteratura, per il teatro e per l’arte in generale.

Quali forze hanno sostenuto questa iniziativa e chi sono i protagonisti in campo?
Parlare di forze è leggermente improprio. Abbiamo avuto certamente un contributo da parte del Ministero della Cultura che ci permette di affrontare la gratuità di questa Rassegna rispetto al pubblico. Per il resto, va detto che il Teatro di Villa Lazzaroni lavora e agisce sulle forze, sulla capacità dei suoi collaboratori e sul contributo straordinario del nuovo pubblico che si è risvegliato e incuriosito dalla riapertura di questo spazio dopo moltissimi anni di chiusura. Quindi abbiamo gli spettatori della stagione, che partecipano con grande interesse anche a tutte le altre iniziative, incuriositi e grati per l’impegno che mettiamo in questo racconto.

Certo le Istituzioni potrebbero sempre fare di più, però dobbiamo in qualche misura accontentarci e cercare di andare avanti.

Chi sono gli ultimi a cui vi riferite e a quale utopia viene chiesto loro di rivolgere lo sguardo?
Gli ultimi a cui fa riferimento il nostro sottotitolo è abbastanza intuibile. Sono i poveri, i lavoratori che nonostante abbiano un lavoro, rimangono poveri. Sono i diseredati, i senzatetto. Sono i migranti di tutta la terra, sono i popoli oppressi che vivono nella miseria, nel degrado, nell’abiezione e sotto lo spettro sempre incombente di una guerra. Pensiamo all’Ucraina, pensiamo a Gaza, alla Palestina, alla Cisgiordania. Pensiamo al sud Sudan e a tante altre realtà in cui, all’interno di una società che si evolve o meglio che ha uno sviluppo senza progresso culturale, vengono lasciate indietro fasce intere di sofferenza a cui noi non possiamo non rivolgere lo sguardo.

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