Un podcast di Claudio Morici sulle crisi mistiche di Jung, Simone Weil, Battiato, Artaud e altri vagabondi dell’assoluto. Dieci vite straordinarie per ricordarci che perdersi, qualche volta, è il modo migliore per scoprire dove andare

Ascolta questo articolo dalla voce dell’autrice, Barbara Lalle

Vagabondare. Vagabondare è un verbo intransitivo. Significa spostarsi, viaggiare da un luogo all’altro senza una meta precisa.

Mi piace molto.

Eppure non mi sono mai mossa. Ho passato gli ultimi tre mesi e mezzo in una cittadina del Tirreno non molto lontana da Roma. Sono scappata dalla città il 30 maggio, con il primo caldo, e sto tornando a Roma soltanto adesso, giusta giusta per l’inizio della scuola.

Quando passi un periodo così lungo nella casa di famiglia al mare, succede qualcosa di strano: torni, almeno un po’, ai fantastici anni Sessanta e Settanta. Quest’estate, per entrare ancora meglio nell’atmosfera, mi sono perfino comprata un paio di rossi zoccoli rétro, i Pescura, quelli che sembrano usciti direttamente da una fotografia delle vacanze italiane di cinquant’anni fa.

Avete presente?

Costumino intero, secchiello e paletta nella mano destra, canottiera a righe bianche e rosse. O, al massimo, bianche e blu.

Io sì.

E tutto questo, naturalmente, è successo a Santa Marinella, quella cittadina di cui ho parlato anche in un articolo recente dedicato a un amico molto caro e molto importante per la storia e il patrimonio umano di questo luogo, Alessio Fantozzi.

[Leggi anche: Alessio, ci vediamo sulle nuvole. E magari stavolta mi insegni a surfare]

Ma torniamo alle vacanze.

Quando sei davvero in villeggiatura, non hai necessariamente quella smania del vacanziero che deve andare al mare ogni giorno, possibilmente ad arrostirsi sotto il sole cosparso di una crema al carotene senza filtro, come se le macchie solari fossero un’invenzione della lobby dei dermatologi.

A volte si resta a casa. Si ciondola. Si guardano le piante del terrazzo, si tolgono le foglioline secche, si annaffia la menta e poi si prepara un tè con la menta appena raccolta.

E in una di quelle giornate, mentre ciondolavo facendo piccole faccende domestiche, ho cominciato ad ascoltare un podcast che mi ero ripromessa da tempo di sentire.

Vagabondi delle stelle, di Claudio Morici.

Trailer del podcast Vagabondi delle stelle di Claudio Morici

E già il titolo mi chiamava.

Perché, sì, sono una villeggiante. E sì, sono anche una viaggiatrice, una viaggiatrice un po’ sbandata. Una che non sempre sa dove sta andando e che, forse, proprio per questo ha attraversato luoghi, persone, idee e dimensioni che non avrebbe incontrato seguendo una traiettoria perfettamente lineare.

Chissà che dietro al perdersi non ci sia proprio questo: il dispiegamento di mille possibilità, spazi e tempi che non avevamo immaginato di poter percorrere.

E quindi sì: anch’io sono una vagabonda. Sono errante, raminga e vagabonda. Con una finalità non finalizzabile.

Le stelle.

Le stelle, per me, sono addirittura una parte del nome. Io sono Barbara Francesca Stella. Quindi, volendo giocare con le parole, sono figlia delle stelle e Stella a mia volta.

Il verbo si fece carne e io mi sono fatta Barbara, Francesca, Stella.

E, attenzione, non sono affatto una mistica.

Ho, come tutti, delle pulsioni ascendenti, dei piccoli conati galattici di un interno che ogni tanto aspira a diventare parte del Tutto, polvere di stelle, energia cosmica o almeno qualcosa che assomigli a una risposta.

Confesso persino che, in alcuni momenti di crisi, ho avuto la fantasia di mollare tutto e partire. La classica fantasia interiore: andare a fare la missionaria in Africa, in Asia o chissà dove. Non l’ho fatto. Evidentemente anche la mia vocazione messianico-mistica ha dei limiti logistici.

I pazzi che cercano l’assoluto

Ed ecco perché Vagabondi delle stelle mi è piaciuto così tanto.

Claudio Morici, scrittore, attore, videomaker e podcaster, costruisce dieci episodi dedicati ad altrettante persone che hanno attraversato una crisi spirituale o un’esperienza trascendentale e che, invece di archiviarla in silenzio, hanno finito per trasformarla in arte, filosofia, scienza, musica.

Sono quelli che il podcast definisce, con una bellissima espressione, “mistici autodidatti”.

Persone che si sono trovate davanti a qualcosa che non sapevano spiegare e hanno deciso, spesso a rischio della propria tranquillità, reputazione o salute mentale, di seguirne le conseguenze.

Morici lo racconta con ironia, senza togliere peso alle esperienze. Anzi, forse proprio l’umorismo gli permette di avvicinarsi a queste figure senza imbalsamarle nella santità culturale.

E così, puntata dopo puntata, mi sono ritrovata a vagabondare anch’io.

Jung, il punto d’incontro

La prima puntata è dedicata a Carl Gustav Jung.

E già qui: cuore, anima, materia, spirito, sogni, visioni, inconscio, simboli, fenomeni paranormali.

Jung cerca di capire dove passa il confine tra ciò che chiamiamo realtà e ciò che invece appartiene a quei territori interiori che facciamo molta fatica a nominare.

Mi ha fatto pensare a quell’impossibile punto in cui la linea orizzontale incontra quella verticale. Il punto esatto in cui terra e cielo si toccano.

E ho pensato: ammazza, quante cose aveva da sistemare Saturno, anche Gustavino.

Simone Weil, la pazza che mi piace

Poi arriva Simone Weil. Per me un mito.

Una di quelle pazze che cercano l’assoluto e non si accontentano di pensarlo.

Lascia l’insegnamento, va a lavorare in fabbrica, vuole conoscere la condizione degli ultimi, si avvicina alla guerra, alla politica, all’esperienza diretta. La sua ricerca spirituale non è separata dalla realtà: ci si butta dentro.

Fino alle estreme conseguenze.

Questa puntata l’ho mandata immediatamente a un’amica regista con cui condivido una certa fascinazione per l’anarchia e le mistiche estreme, quelle che non si limitano a parlare dell’assoluto ma vogliono verificarlo col corpo.

Le matte assolute, insomma.

Quelle che piacciono a me.

Battiato o “Batty”

E poi arriva Franco Battiato.

Qui sono partita avvantaggiata.

Ho cassette di Battiato che ascoltavo ed ho cassette in cui io canto Battiato da bambina, a tre anni, grazie alle mie sorelle nate negli splendidi anni Sessanta. Sono cresciuta con quelle canzoni, e poi con tutto quello che Battiato si portava dietro: la musica, la ricerca spirituale, la meditazione, le filosofie orientali, le esperienze fuori dal corpo, le domande sull’esistenza.

Una mia amica, una volta, per darsi un tono, ad un concerto gli urlò sotto il palco, davanti ai miei occhi e alle mie orecchie: “BATTY, SEI ETEREO!!!”.

La puntata mi è piaciuta moltissimo e, naturalmente, l’ho mandata a più di una persona. Compresa alla sopracitata amica.

Perché ogni puntata di questo podcast fa una cosa che trovo preziosa: ti fa venire in mente qualcuno o qualcosa che ti rimanda a qualcuno.

E allora il podcast smette di essere soltanto qualcosa che ascolti, bensì diventa qualcosa che trasmetti.

Cantor e il numero che diventa infinito

Georg Cantor mi ha fatto pensare alla figlia della mia ex vicepreside, affascinata dalla matematica, dai numeri e dalla filosofia.

Cantor, dopo una depressione, intensifica la lettura dei testi religiosi e porta il concetto matematico di infinito verso territori vertiginosi, fino a confrontarsi con l’idea di un infinito assoluto, identificato con Dio.

Numeri, Dio, infinito, logica. Insomma: materiale sufficiente per far saltare qualche circuito.

E proprio lì Morici arriva con il suo titolo: No, non sei necessariamente matto. Sei un vagabondo delle stelle.

Artaud e il giudizio di Dio

E poi Antonin Artaud.

Artaud l’ho conosciuto, metaforicamente parlando, una vita fa, quando giravo per Roma e la Tuscia con i reduci del Living Theatre, tra faggete, luoghi improbabili, spazi e territori occupati, Israele, Palestina e teatro portato fino al limite.

La sua puntata l’ho mandata immediatamente a quelle persone.

Artaud è uno di quelli che non puoi ascoltare comodamente seduto sul divano. O forse sì, ma rischi di non aver capito.

Il suo Teatro della Crudeltà nasce proprio dalla necessità di scardinare il teatro, il linguaggio, il corpo, le convenzioni, per arrivare a qualcosa di più originario.

E qui mi viene una battuta che, parlando di Artaud, non potevo non fare: pour en finir avec le jugement de dieu (“per farla finita una volta per tutte col giudizio di Dio”), tanto valeva portarlo in scena.

E poi le altre stelle

Ci sono William Blake, capace di vedere esseri invisibili e di trasformarli in immagini.

Hilma af Klint, che attraverso le sedute spiritiche arriva a una pittura astratta sorprendentemente anticipatric

Mitchell, astronauta, che tornando dalla Luna attraversa un’esperienza di trasformazione della percezione.

Alexandra David-Néel, esploratrice, antropologa e studiosa del buddhismo.

Cristina Campo, scrittrice e poetessa cattolica, appartata e radicalmente immersa nella ricerca spirituale.

Dieci persone diverse, dieci modi diversi di perdersi e forse dieci modi diversi di tornare.

Una grande catenella di vagabondi

Una delle cose che ho amato di più di Vagabondi delle stelle è che, alla fine, ogni puntata mi ha fatto pensare a qualcuno.

E allora ho cominciato a fare una cosa.

La mandavo a quella persona.

“Questa puntata mi ha fatto pensare a te.”

È diventato quasi un piccolo rito.

E allora vorrei proporre di continuare questa catena.

Ascoltate il podcast.

Ma non fermatevi all’ascolto.

Mandate una puntata a qualcuno.

A una persona che vi viene in mente mentre ascoltate. A chi sta cercando qualcosa. A chi ama la matematica, il teatro, la musica, la spiritualità, la politica, il cinema, la filosofia. Oppure semplicemente a chi, come voi, ogni tanto sente il bisogno di perdersi.

Facciamo una grande catenella di vagabondi delle stelle.

Una specie di passaparola tra persone che, da qualche parte, stanno cercando l’Uno, il Trino, l’Infinito, Dio, il Vuoto, il Senso, oppure semplicemente una buona storia da ascoltare mentre annaffiano la menta.

E in questo senso trovo particolarmente felice che a sostenere il progetto sia stata l’Unione Buddhista Italiana, attraverso Gate, insieme a Fandango Podcast.

Un plauso all’UBI per aver sostenuto un progetto capace di mettere in dialogo spiritualità, cultura, arte, scienza, filosofia e divulgazione senza trasformare nessuna di queste cose in una lezione dall’Alto.

Perché forse è proprio questo il punto: non dare risposte, ma aumentare il numero delle domande possibili.

E allora grazie Claudio Morici.

Grazie per averci ricordato che magari non siamo matti.

Magari siamo soltanto vagabondi.

E magari, qualche volta, vagabondare è proprio il modo che abbiamo trovato per restare in viaggio.

Tra cielo e terra.

Tra il visibile e l’invisibile.

Tra una ciambella, un tè alla menta e una crisi mistica.

Buon vagabondaggio.

Qui il link diretto all’ascolto

Locandina del podcast

Se volete continuare a vagabondare con Morici, il viaggio era cominciato già da qui…

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