In un mondo che continua a incendiarsi di guerra, di parole d’odio, di esclusione e paura, le parole di Papa Francesco suonano come un balsamo e una rivoluzione insieme:

“Dobbiamo disarmare le parole, per disarmare le menti e disarmare la Terra.”

Le sue parole non erano mai neutre. Erano scelte, forgiate, spesso sofferte. Eppure, sempre orientate alla pace, all’incontro, alla cura.

In un mondo affamato di guerra, parole come “pace”, “amore”, “cura” sembrano spesso ridotte a eco di un’utopia lontana. Eppure, c’è stato un uomo vestito di bianco – con il passo claudicante e la voce tremante, ma con lo sguardo dritto sul fuoco del cambiamento – che ha osato riportarle al centro. Papa Francesco, il pontefice rock, il Papa queer nel cuore, se non nelle etichette.

“Dobbiamo disarmare le parole, per disarmare le menti e disarmare la Terra.”

Immagine creata da Barbara Lalle con la sua collaboratrice artistica artificiale

Un mantra più da attivista
che da capo di Stato

E forse è proprio per questo che Francesco è riuscito a parlare anche a chi la Chiesa l’aveva lasciata da tempo, a chi si sentiva fuori da ogni benedizione. A noi.

È difficile parlare di addii quando chi se ne va lascia un’impronta che continua a camminare. Francesco ha scelto di essere seppellito non nella maestosa Basilica di San Pietro, ma in una chiesa dedicata a una donna. Un gesto dirompente. Di cura. Di memoria. Un segno. Un atto che parla a tutte le soggettività marginalizzate: le donne, le persone queer, chi ha sempre vissuto la fede da una soglia, mai da protagonista.

Papa Francesco se n’è andato il Lunedì dell’Angelo, proprio il giorno che celebra la resurrezione. Una coincidenza simbolica che sembra più un segno: come se la sua morte non fosse un addio, ma una soglia. Un invito a continuare, a rinascere, a non arrendersi. A risorgere, anche noi, nella nostra fede incerta, nel nostro amore orgoglioso, nelle nostre identità mai del tutto riconciliate.

Anche nel momento della sua morte, Francesco ha lasciato un’ultima carezza al mondo ferito: il giorno prima di morire ha voluto ricordare ancora una volta le vittime delle guerre, con uno sguardo particolare verso Gaza, teatro di un dolore che sembra non finire mai. In quel gesto, ancora una volta, la sua voce ha fatto spazio a chi non ha più voce.

Francesco non ha rivoluzionato la dottrina – non del tutto. Ma ha cambiato i toni. Ha cambiato il modo in cui la Chiesa guarda il mondo, e forse ha fatto qualcosa di ancora più radicale: ha insegnato che la tenerezza può essere un atto politico. Che il perdono non è debolezza. Che la diversità è bellezza, non minaccia.

E poi c’è il suo ultimo atto terreno, quello che ha il sapore della scelta più queer e più potente del suo pontificato: Francesco non verrà seppellito nella Basilica di San Pietro, come i suoi predecessori, ma in una chiesa dedicata a una donna. Non una qualunque, ma Santa Maria Maggiore — la più antica basilica mariana di Roma, una delle quattro basiliche papali, la più importante dedicata alla Vergine Maria. Un luogo che lui stesso aveva voluto rinnovare, commissariando la sua gestione per restituirle dignità e trasparenza. Un luogo a cui era profondamente legato: qui andava a pregare prima e dopo ogni viaggio apostolico, deponendo fiori davanti all’icona della Salus Populi Romani.

In un mondo ecclesiastico ancora prigioniero di strutture patriarcali e clericali, scegliere una basilica dedicata a Maria – la madre, la donna, la figura marginale ma centrale – ha il sapore di una disobbedienza sacra. Di una delicatezza rivoluzionaria.

Francesco, il Papa umano

Francesco non è stato un Papa perfetto, ma è stato profondamente umano. Ha detto parole nuove, ha chiesto scusa, ha aperto varchi. Ha parlato di accoglienza, anche per chi è stato a lungo escluso dalle liturgie e dalle benedizioni. Non ha cambiato tutto, ma ha cambiato il clima. E in quel cambiamento, molte persone queer hanno trovato un respiro, uno spazio, un minimo di ascolto.

Arrivederci, Francesco.
Con le tue parole hai disarmato molti cuori.
Che la Terra, e anche la Chiesa, imparino da te a risorgere ogni giorno.

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