Gaza non esiste più. E’ stata rasa al suolo e eliminata come gli oltre trentamila cittadini che la abitavano insieme a molti altri fuggiti per ognidove. Si è trattato in prevalenza di donne, vecchi e bambini.

Gaza è stata schiacciata dalla risposta dell’esercito israeliano a un terribile attacco terroristico perpretato dai soldati di Hamas all’inizio del mese di ottobre 2023 e in cui hanno perso la vita oltre mille civili, anche in questo caso, in prevalenza, giovani donne, anziani e bambini.

L’attacco a Gaza. Un’azione difensiva o una vendetta?

Un’azione difensiva? Quella dell’esercito israeliano, oppure più probabilmente, una vendetta la cui forza è il prodotto di decenni di odio senza limiti e senza frontiere. A niente sono valsi gli appelli dell’ONU e delle organzzazioni umanitarie per fermare questo massacro. I cittadini di Gaza, scampati agli attacchi israeliani si accalcano ora in campi profughi improvvisati. Alcuni fuggono in altri paesi ad alimentare una diaspora che potrebbe rendere ancora più difficile la realizzazione dell’unica soluzione possibile: due popoli, due stati.

Ma Gaza non è stata sempre così. Una volta c’era una vita che conteneva i presupposti di quello che sta accadendo oggi, ma intanto era piena di fermenti e di conflitti che, come è noto, sono l’anima di ogni società in movimento.

Ce ne rendiamo conto leggendo il libro per buona parte autobiografico La ribelle di Gaza (Edizioni E/O, pp 208, euro 16,50) scritto da Asmaa Alghoul e Selim Nassib per la traduzione di Alberto Bracci Testasecca.

Si tratta di un volume uscito qualche anno fa, in cui si disegna il ritratto di una giovane donna refrattaria alle convenzioni, che si rifiuta di scegliere tra il fondamentalismo di Hamas e la violenza dei continui bombardamenti israeliani.

“La ribelle di Gaza”, la trama

Fin da bambina, nel campo profughi di Rafah dove è nata e dove ha coltivato le prime amicizie, la donna si rende conto dei paradossi in cui è costretta a vivere. Le bambine non vogliono giocare con lei perché troppo forte e i maschi la temono perché gli adulti fanno circolare su di lei voci che ne screditano la dirittura morale: sul balcone in calzoncini, poco rispetto per la religione e così via dicendo. In questo modo la giovane donna sperimenta il valore del proprio impegno femminista. Più avanti si dovrà misurare con uno zio che riveste un ruolo importante nei servizi di sicurezza di Hamas, nei confronti del quale non esita a entrare in polemica. Mentre, in contemporanea, i soldati israeliani fanno sistematicamente irruzione nella sua casa.

Man mano che si va avanti nella lettura, i personaggi che si incontrano si fanno sempre più sfumati e complessi, molto lontani dagli stereotipi che il mondo occidentale si è costruito nel tempo. Come suo padre, mussulmano liberale e amante della letteratura. Oppure suo nonno che la proteggeva da tutte le insidie.

In definitiva il libro sembra costituire una sorta di elenco delle posizioni ideologiche e delle persone che da anni animano le cronache politiche di un paese così sfortunato. Ma non è così. Asmma descrive anche con leggerezza e sensiblità gli uomini e le donne semplici di Gaza. Li guarda con affetto per consegnarci una realtà viva e a volte giocosa che resisteva nonostante i contesti di guerra permanente.

Questo libro è anche la testimonianza di un passato. Ora sappiamo che non è più così.

Entrambi gli autori, lui ebreo siriano, lei palestinese, appunto, vivono fuori dalla striscia di Gaza. Entrambi praticano la professione giornalistica, impegnati a documentarsi e a informare usando tutti i mezzi che hanno a disposizione.

La storia termina con un grido di libertà e speranza in cui anche solo essere vivi è una testimonianza di vittoria. Contro la guerra.

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