L’intervento severo e meditato di Achille Lauro a Sanremo ha sollecitato gravi polemiche. Come noto, l’Osservatore Romano ha preso le distanze dalla liturgia battesimale celebrata su quel palco opponendo la liturgia del padre nostro esercitata su un altro palcoscenico da un artista anglosassone. E quindi protestante. Ma dietro a questo scambio di segnali ci sono messaggi più profondi che vale la pena decifrare. Achille Lauro, come già spiegato in precedenti riflessioni, non è quello che può sembrare, una sorta di pupazzo animato dei creativi di Gucci. Ma un militante che sotto forma di simboli lancia messaggi politici.


Il nome, come evidente, cita la nave da crociera dirottata nel 1985 dal comando dell’OLP, movimento armato per la liberazione della Palestina. Ne nacque una bagarre molto seria tra Italia e Stati Uniti su cui potete informarvi su Wikipedia, che portò più o meno alla liquidazione di Craxi e alla lunga a Mani Pulite. Immaginate quindi quanti temi caldissimi tocca il nostro presunto buffone nominandosi a quella tragica nave: primo tra tutti quello scottante e mai risolto, dei palestinesi rinchiusi nei confini dello Stato di Israele, in costante condizione di cittadini di seconda classe.

E veniamo alla performance. In scena appaiono sei coriste più Achille: sono sette figure. Sette, come i bracci del candelabro ebraico, la Menorah. Sono sei nere vestite di bianco e nel mezzo lui nudo e disegnato, bianco e biondo. Quindi cosa vediamo? Vediamo, imprigionata dentro lo Stato di Israele, per l’appunto il candelabro, questa presenza diversa, che porta sulla pelle i segni di una duro travaglio: il popolo palestinese. E già questo mi sembra un messaggio potente.

Ma Achille Lauro va più avanti. Ci dice che il Popolo palestinese, nella sua sostanza profonda, ha a che fare col cristianesimo: Cristo infatti è di Betlemme, Palestina. Questa identità profonda, che unisce la Palestina al mondo cristiano e quindi universale, è segnalata dalla liturgia del battesimo compiuto in scena: si celebra così, pur nella costrizione, l’appartenenza a una ecumène ben più vasta. E se ci fossero ancora dei dubbi, il titolo della canzone li caccia via: si intitola domenica, la festa dei cristiani, e non è certo un caso che non si chiami sabato.

Fortissima dunque la provocazione, che mette di nuovo l’accento sul disastro del popolo palestinese, costretto in campi profughi ormai da decenni. E immediata la risposta del Vaticano, che non sottoscrive la critica radicale anche se non la condanna, ma indica la via diplomatica: vada la soluzione del conflitto alla diplomazia britannica.

Ecco perché l’Osservatore, il giorno dopo, cita il cantante inglese Bowie che si inginocchiò dicendo il padrenostro: vuol dirci che nel teatro di Israele è il mondo protestante che potrà farsi carico del problema, più che quello cattolico. E non è certo un caso che grandi organizzazioni britanniche, come Oxfam, lavorino soprattutto in Palestina.

Sono certo che sia così da intendere la performance del giovane artista militante: altrimenti dovremmo concludere che Achille Lauro è un poveretto in cerca di reddito ostaggio dei PR di Gucci che lo conciano da pirla, e dovremmo cercare di salvarlo, come cerchiamo di fare con queste note, per cristiano spirito di carità.

Condividi: