Non basta contare le ore trascorse davanti allo schermo per capire se un adolescente è a rischio. È questo il messaggio più forte che emerge dagli studi presentati dalla dott.ssa Arianna Terrinoni, neuropsichiatra infantile, durante il Congresso di psichiatria “Percorsi di Cura In Salute Mentale: Dagli Approcci Condivisi all’Appropriatezza Terapeutica”, e che invitano a superare sia il panico morale sia l’idea opposta secondo cui i social media sarebbero del tutto innocui. La realtà, come dimostra la ricerca internazionale più rigorosa, è molto più complessa.

Social media, come i ragazzi li utilizzano

Negli ultimi anni ansia, depressione e comportamenti autolesivi sono effettivamente aumentati tra gli adolescenti, ma attribuire ai social media la responsabilità principale non è scientificamente corretto. Le metanalisi e gli studi longitudinali più solidi mostrano infatti che il semplice tempo trascorso online spiega solo una quota minima del benessere psicologico. Il punto decisivo è un altro: come i ragazzi utilizzano le piattaforme e, soprattutto, quali vulnerabilità personali portano con sé.

Il digitale non è un semplice strumento ma un ambiente continuo, senza un vero inizio e una vera fine, costruito per offrire rinforzi costanti. Scroll infinito, notifiche e algoritmi mantengono il cervello in uno stato di attivazione permanente. Tuttavia questo non significa che ogni adolescente svilupperà un disturbo. I social, piuttosto, tendono ad amplificare difficoltà già presenti.

“La domanda non è quanto tempo ragazzi e ragazze trascorrono sui social – evidenzia la dott.ssa Arianna Terrinoni, dirigente medica della UOC di Neuropsichiatria Infantile – DAI Neuroscienze e Salute Mentale dell’Azienda Universitaria Policlinico Umberto I di Roma – ma quale funzione quei social svolgono nella loro vita. Le evidenze scientifiche ci dicono che non possiamo demonizzare il digitale: dobbiamo riconoscere precocemente le vulnerabilità, sostenere le famiglie e intervenire sulla psicopatologia quando è presente. Solo così possiamo proteggere davvero gli adolescenti”.

La ricerca identifica infatti alcuni fattori di rischio ben precisi: prima adolescenza, sesso femminile, uso passivo dei social, modalità compulsive di connessione e presenza di psicopatologie preesistenti. In questi casi i social possono favorire confronto sociale, dipendenza dall’approvazione, paura di essere esclusi (FOMO) e maggiore esposizione a contenuti problematici.

Il ruolo della famiglia

Diverso è il discorso per un adolescente psicologicamente sano, che può trovare nelle piattaforme occasioni di creatività, relazioni, sostegno tra pari e costruzione dell’identità. È proprio questa enorme variabilità individuale a spiegare perché la comunità scientifica oggi rifiuti letture semplicistiche. Anche il ruolo della famiglia cambia profondamente. Le evidenze dimostrano che proibizioni rigide e controllo tecnologico, da soli, funzionano ben poco. Molto più efficaci risultano il dialogo, la qualità della relazione educativa, l’alfabetizzazione digitale e la capacità degli adulti di rappresentare un modello equilibrato nell’uso della tecnologia.

L’intervento clinico, inoltre, non dovrebbe concentrarsi sulle ore trascorse online, ma sul funzionamento complessivo dell’adolescente. Uno scroll compulsivo può essere il sintomo di una depressione, di un disturbo d’ansia, dell’ADHD o di difficoltà nella regolazione emotiva. Curare soltanto il comportamento digitale senza affrontarne le cause significa intervenire sul sintomo e non sul problema.

Per approfondire l’argomento abbiamo rivolto alcune domande alla dottoressa Terrinoni.

I social media sono davvero la causa della crisi di salute mentale negli adolescenti?
Le ricerche più rigorose dicono di no. Esiste un’associazione statistica, ma non una dimostrazione di causalità. Sarebbe una semplificazione attribuire ai social la responsabilità principale dell’aumento dei disturbi psicologici.

Quali adolescenti sono maggiormente esposti ai rischi?
Soprattutto i più giovani, le ragazze, chi presenta già presenta fragilità psicologiche e chi utilizza i social in modo passivo o compulsivo. È su queste popolazioni che bisogna concentrare prevenzione e intervento precoce.

Perché limitare semplicemente il tempo online non basta?
Perché il problema non è la quantità ma la qualità dell’utilizzo. Due ragazzi possono trascorrere lo stesso numero di ore online ottenendo effetti completamente diversi sul proprio benessere psicofisico, perché entrano in gioco molte altre variabili, tra cui quelle personali relative ad una vita offline più o meno povera di interessi e bisogni nonché quelle collettive. Si trascura spesso l’entità delle piattaforme, il loro potere e la loro architettura: le modalità di engagement e la capacità di ridurre il senso di controllo dello strumento sono per un adolescente uno spazio di esperienza affascinante ma anche rischioso.

Che ruolo hanno oggi i genitori?
Come da sempre un ruolo fondamentale. Più che controllare, devono accompagnare. Se il tempo online non è determinante lo è invece quello offline, in particolare quello condiviso, per questo è necessario custodire e creare spazi liberi da ogni forma di device. Sarebbe vitale onorare il tempo libero e compiere alcune trasformazioni educative, come il ricorso a modelli orientati verso il Do as I do e non verso il Do as I say .  Serve Il dialogo e un’educazione digitale che parta prioritariamente dagli adulti verso loro stessi e per i propri figli. Attualmente si parla molto di un filone specifico che studia gli effetti del parental phubbing, l’abitudine dei genitori di ignorare o trascurare i figli durante le interazioni per guardare lo smartphone, in relazione a diversi esiti psicologici dei minori e all’induzione di comportamenti disfunzionali. e il Una presenza attiva e il buon esempio sono molto più efficaci dei divieti rigidi.

C’è un’età in cui bisogna vietare l’uso di smartphone, tablet, tv?
Da 0 a 2 anni l’astinenza deve totale dagli schermi di qualsiasi tipo, a questa età il cervello si sviluppa rapidamente e il bambino ha bisogno di esplorare il mondo reale, muoversi e interagire fisicamente per sviluppare capacità cognitive ed emotive. Mentre da 2 a 5 anni, il tempo davanti allo schermo andrebbe limitato ad un massimo 30-60 minuti al giorno, sempre sotto la supervisione di un adulto e con contenuti educativi di alta qualità. Sotto i 13 anni nessun uso allo smartphone personale e all’uso indipendente di internet. A quest’età i dispositivi connessi aumentano il rischio di disturbi del sonno, ansia e isolamento. I motivi principali di questi divieti e limiti sono legati soprattutto allo sviluppo neurologico. Nei preadolescenti, il cervello non ha ancora sviluppato del tutto le aree deputate all’autocontrollo e questo li rende particolarmente vulnerabili ai meccanismi di dipendenza e di ricerca di gratificazione immediata tipici delle piattaforme social.

Qual è il messaggio più importante che la ricerca consegna oggi a clinici e famiglie?Che bisogna valutare il funzionamento globale dell’adolescente. I social possono rappresentare un campanello d’allarme, ma spesso non sono la causa di un disturbo: sono il luogo in cui quel disagio si manifesta e si amplifica.

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