Ci sono libri che raccontano una guerra e libri che cercano di capire che cosa una guerra faccia alle persone. Dal fiume al mare. Storia della mia famiglia divisa tra due popoli di Widad Tamimi appartiene soprattutto alla seconda categoria.

Pubblicato da Feltrinelli, il libro è un memoir nel quale la vicenda personale dell’autrice si intreccia continuamente con la storia del conflitto israelo-palestinese. L’autrice parte dalla propria famiglia, dalla propria identità e dalla propria esperienza per interrogarsi su una terra contesa e sulle persone che la abitano.

Widad Tamini è una giornalista e scrittrice le cui origini già suggeriscono tutto della condizione di apolide, come si definirà lei, o di doppia identità: figlia di un pediatra profugo palestinese e di una donna che è invece di origini ebree, è cresciuta a Milano. Nel corso del libro racconta tutte le difficoltà di trovarsi tra due realtà, perfino nel linguaggio: l’arabo è la lingua della sua infanzia, ma anche l’ebraico, ha studiato a Londra, è cittadina italiana. Avendo studiato diritto internazionale, non è solo la sua biografia a impreziosire il memoir, ma anche la lungimiranza con cui affronta tematiche estremamente complesse.

Widad Tamimi: uno spirito nomade

Il mio è uno spirito nomade: nata apolide, figlia e nipote di profughi, traggo orgoglio nel tessere fili che si intrecciano, spesso si annodano, mi obbligano a un’inquietudine costitutiva. La mia è una guerra intima che vive nella costante tensione propria di chi non ha radici uniche ed esclusive e nel convincimento che l’umanità sia accomunata dal senso del proprio vivere e morire, usufruttuaria e mai proprietaria su questa terra.

Dal fiume al mare, Widad Tamimi

Fuor di qualsiasi schieramento, la riflessione di Tamimi è fondamentale in quanto parte dalla propria esperienza personale per spiegare il forte senso di smarrimento che si prova quando non esiste un posto da chiamare effettivamente casa. Il prologo stesso è molto intenso in quanto comincia con la richiesta a un bambino di disegnare proprio una casa. Nel corso del libro Tamimi afferma:”La casa non è sempre dove si nasce, ma dove o come ci si riesca a percepire interi”. Rivelando così il paradosso di cercare una casa al di là della burocrazia: la cittadinanza, le guerre, la lotta per la Terra tra il fiume e il mare. Questo viaggio è personale, familiare e poi universale: racconta che il padre è diventato pediatra forse per salvare proprio il bambino che lui stesso è stato, profugo, privato di una casa, dove non è mai tornato per non inquinare i suoi ricordi d’infanzia. Con i suoi studi e il suo attivismo, mai estremo ma sempre volto verso la giustizia e la legge, anche l’autrice cerca di proporre riflessioni costruttive per trattare di un conflitto complesso, dove rifiuta le tifoserie, le esagerazioni, i dibattiti urlati.

Dal dolore per quello che si è perduto, anche lei ha tentato di trarre qualcosa di buono. Questo libro ne è un prodotto assolutamente valido e presente.

È una forma di sublimazione: quello sforzo estremo che molti compiono per trasformare il peso del proprio vissuto, la materia “solida” del dolore, in uno slancio vitale, in un gesto d’amore verso gli altri. […]

Queste discordanze interiori – il conflitto tra ideali luminosi e comportamenti di segno contrario – convivono anche in me, forse per una qualche affinità ereditaria. E la lucidità, per quanto preziosa, non basta sempre a tenerle a bada. Forse accade perché, a differenza di quanto avviene in fisica per processo di sublimazione, dove il passaggio da stato solido ad aeriforme è completo e definito, nei processi più intimi e imprevedibili dell’animo umano le energie psichiche non riescono mai del tutto a sfuggire alla loro parziale, dolorosa liquefazione.

La tematica del nomadismo è molto presente nel memoir: non come svantaggio, bensì come linfa vitale. Una libertà diversa, una sorta di lente di ingrandimento verso i problemi. In un mondo fatto di bandiere e confini inquinanti, un modo per ripulirsi dall’estremismo. Grazie a questa condizione, Tamimi può muoversi “super partes”, per quanto possibile, e tracciare il proprio racconto in maniera privilegiata, senza identificarsi completamente con una sola delle due parti. La ferita diventa allora un punto prezioso di osservazione dal quale è possibile rinascere.

La terra tra il fiume e il mare

Sono popoli fratelli, come Ismaele e Isacco, entrambi figli di Abramo, uniti non solo dalle origini narrate nei testi sacri, ma anche dalla condivisione di una storia che continua a intrecciarsi.

Israeliani e palestinesi hanno una storia comune, elementi che li rendono così vicini, eppure così lontani. Tanto si è dibattuto ad esempio su come sia possibile che Israele infligga tanto dolore al popolo palestinese, avendo il popolo ebraico subito la Shoah. Tamimi non vuole utilizzare ciò come argomento contro i palestinesi, né vuole usare la sofferenza palestinese come strumento per cancellare la memoria ebraica. Piuttosto, mette in relazione due esperienze storiche dolorose e si domanda come sia possibile che memorie nate anche dal trauma possano contribuire, nel presente, a generare nuove divisioni.

Sottolinea anche come non esista una posizione univoca nemmeno dentro Israele, essendo stata lei stessa con la sua famiglia molto critica in merito.

Eppure, dopo la Shoah, la mia famiglia non smise di interrogarsi criticamente su Israele. Credevano che essere stati vittime non li assolvesse da ogni responsabilità. Il senso di elezione, per loro, non era privilegio, ma peso morale. Ricordo austerità, rigore, impegno sociale. Nessuna indulgenza verso l’indifferenza.

Non esiste, quindi, un trauma che giustifichi qualcosa, ma neppure un trauma inferiore che vada dimenticato: in questo senso, il libro parla di Palestina e Israele, ma in un senso più ampio parla di tutte le persone che si trovano a vivere tra più mondi: migranti, figli della diaspora, apolidi, persone con genitori appartenenti a culture diverse. La domanda “a quale terra appartengo?” diventa quindi universale.

Un senso di giustizia

L’autrice riflette su questi paradossi con profonda lucidità e mostra come le vittime di tutto ciò siano proprio le persone comuni. Lo stile è immediato e aneddotico: sono tante le storie che racconta con intensità e con un linguaggio comunque mai retorico. Volutamente si alternano memoria familiare, episodi autobiografici, testimonianze e riflessione sul presente, arrivando fino agli eventi di Gaza del 2025. La vicenda personale diventa uno strumento per interrogarsi sulla guerra, sull’esilio, sulla perdita della terra, sulla maternità, sulla giustizia e sulla possibilità di riconciliazione.

Alcune storie sono particolarmente toccanti: come due ragazzi che al loro primo appuntamento, nelle terre martoriate dalla guerra, devono portare su un tavolo di un bar un mitra, e pare una cosa normale. Ancora, la tremenda “normalità” di bambini che fin dalla nascita sono portati a diventare soldati. Di fronte a questo, non si può parlare di libro puramente neutrale, in quanto Tamimi prende posizione sul conflitto e sulla condizione palestinese senza dubbio. Tuttavia, se deve farlo rivendica la sua doppia appartenenza, rifiutando gli slogan, raccontando anche i propri conflitti interiori quando da entrambe le parti la violenza ha preso il sopravvento.

Anche nello stesso titolo si evince la posizione dell’autrice: all’interno del libro spiega che non è una provocazione, non le interessa spiegare chi ha diritto esclusivo a quella terra, bensì interrogarsi sulla possibilità di una convivenza tra due popoli che quello spazio dovrebbero condividerlo. È una scelta importante perché sposta la domanda, non la terra “di chi è”, bensì: come possono vivere insieme persone che hanno costruito la propria identità anche attraverso memorie, traumi e rivendicazioni incompatibili? Sembra retorico, ma la soluzione forse e cercare un di più, una compassione, che a oggi sembra estremamente difficile da trovare. A riguardo, Tamimi si pone con prudenza, ma anche con speranza, sapendo tuttavia che ancora moltissimo c’è da fare.

Mi chiedo: non si è perso, in Israele, quel “di più” che nella tradizione ebraica si chiama hesed? Il significato vale oltre “misericordia”: indica amore fedele, benevolenza attiva, giustizia gratuita, una bontà che non dipende dal merito dell’altro. Nella tradizione ebraica è una virtù centrale: non si limita alla giustizia, ma la supera con la compassione.

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