Lei è carponi sulla scrivania di lui. Glielo ha ordinato. Lei è incerta. Non sa bene cosa sta per accadere. Lui si fa una sega in piedi dietro di lei, senza sfiorarla, dopo averle fatto alzare la gonna e tirare giù i collant. Il primo piano è su di lui, che trema per la convulsione del movimento della mano. Le sporca la camicetta sulla schiena. La mia prima volta con questo film? Sconcerto. Sgomento. Fastidio. Eccitazione. Poi, alla seconda, quarta, sesta volta, solo un grande erotismo. E commozione.

Vediamo, su: di che film si tratta? Ispirato al racconto breve tratto dalla raccolta di racconti Bad Behavior di Mary Gaitskill (una donna, NB) del 1988, la pellicola è firmata dal regista del mitico “Fur. Un ritratto immaginario di Diane Arbus” ed è del 2002.

Per me, una specie di capolavoro. Alias, il mio film preferito. Non sono sola, però: Premio Speciale della Giuria per l’originalità al Sundance Film Festival, Miglior performance rivelazione femminile al National Board of Review Award, Migliore attrice emergente al Gotham Independent Film Awards, Miglior sceneggiatura d’esordio all’Independent Spirit Awards, Migliore attrice al Center Ohio Film Critics Association Awards.

Siamo una massa di pervertiti? Direi di no. Eppure la storia è un tipico racconto sado-maso. Lui padrone, lei schiava. Immaginario quasi usurato, sia per noi-lei che per voi-lui. Un cliché. Uno stereotipo.

Invece, c’è un colpo di scena. Non siamo nel thriller, no. Siamo nel beato mondo libero della psiche. E il ribaltamento dei piani è solo psicologico: stiamo parlando di una delle più belle storie d’amore di tutti i tempi. L’amore, quello vero, che integra e ripara, che cura. L’amore capace di rilanciare a partire da ciò che autenticamente siamo, al di là di giudizi, morale, dover-essere e Super-Io. L’amore che accoglie senza rinunciare alla sfida trasformativa che fisiologicamente contiene.

Lui, avvocato di successo, malato. Beh, malato. Queste sono definizioni da psichiatri (con tutto il rispetto). Ossessivo, certamente, e ossessionante. Distrutto dalla consapevolezza di esserlo. Disgustato da se stesso eppure senza risorse per trasformarsi. Appassionato di BDSM, sottomissione, dominazione. Usa compulsivamente la penna rossa per correggere gli errori di lei.

Lei, sua nuova segretaria, appena uscita da una clinica psichiatrica per atti di autolesionismo. Figlia di un alcolizzato, insomma, un casino. Bella coppia, sì, diremmo tanto per commentare.

Bellissima, appunto, se ci si lascia sommergere dal film. Una vera lezione sull’amore, e secondo me è d’accordo pure Recalcati.

Gli imperativi di lui diventano lentamente la medicina di lei. I suoi schiaffi, le sue umiliazioni, piano piano prenderanno il posto della valigetta piena di piccoli bisturi e disinfettante che lei usa per acquietare il dolore interiore. L’obbedienza cieca di lei, di cui il bisogno diventerà àncora di salvezza e leva terapeutica, restituiscono a lui il potere di cui si sente privo. Un potere che torna a significare la sua stessa etimologia, ossia possibilità di agire. Forse di essere. Liberamente, padrone della sua vita, delle sue emozioni, dei suoi sentimenti.

Già, i sentimenti. Straordinario, questo regista, aiutato da due attori mastodontici e coraggiosi, capace di penetrare l’animo umano fin nei suoi meandri più scandalosi, oscuri, disturbanti, e di fare luce, di rendere accessibile l’inaccessibile, di raggiungere la parte della mente più protetta del pubblico, sede di bisogni, mancanze, vulnerabilità, ma anche serbatoio di creatività, risorse, amore, vita.

Con un climax degno di un plot da scuola, arriviamo al culmine: l’amore raccontato come sfida suprema, come paradosso, e lì, proprio lì, una grande commozione. I personaggi si sciolgono, si incontrano, si liberano senza abbandonare loro stessi, restando coerenti e coagulati alle loro rispettive indoli e identità. Perfezione assoluta. L’arte della relazione raccontata attraverso l’osceno, lo scandalo.

L’ultima scena del film è iconica: è ciò che è accaduto a tutti noi all’inizio di ogni storia d’amore. “Dove sei nato?”, le chiede lei, mentre lui accarezza, nudi entrambi, una per una, ogni cicatrice. Ho spoilerato, lo so. Ma il titolo non ve lo dico.