Durante il concerto parigino del 22 giugno scorso a Parigi, parte del tour “Cowboy Carter”, Beyoncé ha indossato una maglietta che avrebbe dovuto omaggiare la resistenza afroamericana, ma che ha finito per scatenare una bufera mediatica. Sul retro della t-shirt, campeggiava una frase che descriveva i “nemici” dei Buffalo Soldiers, storici reggimenti di soldati afroamericani dell’esercito statunitense attivi tra il 1800 e i primi anni del 1900, come indiani in guerra, banditi, rivoluzionari messicani, ladri di bestiame. Avvenimento che per molti è stato visto come un tributo, mentre per altri come un errore imperdonabile.

Beyoncé, e le critiche

Le critiche non si sono fatte attendere: difatti attivisti nativi americani e membri delle comunità indigene hanno accusato la popstar di alimentare una narrativa colonialista che, decontestualizzata, riduce a “nemici della pace” interi popoli vittime dell’espansione imperialista americana.

In effetti, se è vero che i Buffalo Soldiers rappresentano un capitolo importante della storia afroamericana, è altrettanto vero che la loro partecipazione alla conquista del West (e quindi alla repressione delle popolazioni native), resta una zona grigia della memoria collettiva.

Da un punto di vista comunicativo, l’episodio evidenzia un problema più ampio: quello del marketing identitario che diventa arma a doppio taglio. La figura che rappresenta Beyoncé non è solo quella di una star internazionale: è un brand culturale con ramificazioni globali. Ogni suo gesto, ogni outfit e ogni messaggio, si muovono sul fragile terreno della rappresentazione e dell’influenza.

Proprio per questo motivo, la mancata risposta ufficiale del suo team, che non ha presentato né scuse né chiarimenti, ha lasciato spazio a una narrazione incontrollata, con il rischio di danneggiare la reputazione di una figura iconica come Beyoncé, che ha sempre fatto molto per le comunità discriminate.

La storia non è uno slogan

Questo episodio, nel mondo della comunicazione e della leadership culturale, rappresenta un campanello d’allarme da prendere sul serio: la storia non è uno slogan, e il rispetto per le comunità rappresentate e/o dimenticate, deve guidare ogni scelta narrativa, soprattutto quando si intende trasformare un simbolo in un prodotto.

Vi lascio qui il link della canzone Black Parade, scritta da Beyoncé in onore della morte di George Floyd e contro le discriminazioni razziali.

Condividi: