Ascoltando musica, alle volte, capita di chiedersi come sia riuscito l’autore a comporre una tale meraviglia, se sia talento, studio o un dono divino. Questo quesito, a cui una risposta univoca non esiste, mi pungola veramente spesso quando ascolto i brani di Moby.

Moby, pseudonimo di Richard Melville Hall, è un artista statunitense molto conosciuto. Inizia a fare musica negli ultimi anni ’80. Durante la sua lunga carriera tocca e coinvolge diverse generazioni, facendo breccia in analfabeti musicali e in artisti affermati, come Madonna, Laurent Garnier e Pete Tong.

Le sue sonorità sono molto varie e spaziano tra molti generi, prestandosi a diversi tipi di opportunità e situazioni. La sua musica fa ballare forte, commuovere, alcune tracce sono finite in colonne sonore di grandi film, come The Beach di Danny Boyle o la trilogia Bourne, il cui brano di chiusura di ogni film è la sua Extreme Ways.

Moby

Il primo contatto con uno strumento musicale è al liceo, dove inizia a suonare la chitarra con Robert Downey Junior, suo caro amico, per poi mettere su un complesso. Negli anni a seguire suona un po’ di tutto, attraversando il punk con i Vatican Commandos, poi l’hip hop, fino ad approdare finalmente all’elettronica nei primi anni ’90.

Si trasferisce a New York dal Connecticut e dorme per cinque anni in case di amici e in edifici abbandonati, vivendo una quotidianità sregolata all’insegna di droghe, alcol e sesso promiscuo. Nel giro di poco tempo si afferma come dj in importanti club della città come il Mars e il Nasa, senza comunque abbandonare location più underground.

Nel 1992 arriva il primo successo con il singolo Go, apprezzato soprattutto in Europa, nel Regno Unito e in Francia. Il successo però rallenta, mentre la sua vita di vizi e perdizione continua a tutta birra. L’album che lo consacrerà al successo è Play del 1999, il cui fatto singolare è che ogni canzone è pensata per un film o per uno spot pubblicitario, il che gli permette di passare dalle ombre della scena elettronica ad una maggiore visibilità.

Tenta ripetutamente di disintossicarsi e la volta buona arriva quando decide di trasferirsi a Los Angeles. Racconta nella sua autobiografia “Porcelain” di aver legato il suo stile di vita malsano al forte amore per New York e di essere riuscito a riprendersi solo superata quell’infatuazione.

Il suo percorso musicale così vario e faticoso è indissolubilmente legato ai suoi trascorsi di vita affatto semplici, che senza dubbio hanno alimentato una sensibilità fuori dal comune che emerge in modo lampante nelle sue composizioni.

Perde il padre in un incidente d’auto all’età di un anno e mezzo. La madre, nonostante venisse da una famiglia benestante, decide di non appoggiarvisi e costringe il piccolo Richard a vivere in situazioni estreme, in comunità hippie e tra coinquilini tossicodipendenti. Il rapporto con la madre non è dei più lineari, il che condiziona le relazioni sentimentali dell’artista, che si rivelano tutte molto precarie. Ad ogni modo è proprio la mamma a suggerire come nome d’arte Moby, in onore del prozio Hermann Melville, autore del romanzo Moby Dick.

La mamma muore di cancro nel 1998 e Moby nel documentario Go- A Film About Moby, girato durante il suo tour mondiale del 2005 e successivamente da lui rinnegato, afferma che negli ultimi 15 anni di vita erano diventati buoni amici e di aver vissuto la sua scomparsa come quella di un caro confidente. Questo evento condiziona molto le sue produzioni successive.

Moby, VEGAN FOR LIFE

Non si può poi parlare di Moby senza evidenziare il suo attivismo per i diritti degli animali. Lui è vegano dall’età di 22 anni e sottolinea in più occasioni che la lotta per la salvaguardia dei diritti animali è la sua missione di vita, ciò che lo fa alzare la mattina dal letto. Effettivamente dando un’occhiata al suo profilo Instagram è palese il suo interesse e la sua dedizione all’argomento.

Moby, un’anima dalle mille facce

Ciò che emerge è che Moby sia una persona impossibile da incasellare, caratterizzata da tante apparenti contraddizioni, tanto che egli stesso si definisce un alieno. La sua musica testimonia quest’anima prismatica, dalle mille facce. È un multi-miliardario low-profile, vegano, animalista, produttore di ogni genere musicale immaginabile dal punk all’ambient, polistrumentista, riservato, sensibile, cristiano ma in un modo assolutamente non convenzionale, di una spiritualità profonda e personale.

Moby è un individuo che sembra aver vissuto mille vite, che egli stesso ha cercato di raccontare in Moby Doc, un documentario che ha prodotto in collaborazione col regista Rob Gordon Bralver, girato durante la composizione di Reprise, il suo ultimo album. Il documentario è uscito il 28 maggio 2021 e si può trovare su diverse piattaforme online come YouTube, Google Play o AppleTV. Ne consiglio fortemente la visione, perché credo sia importante conoscere le menti e le storie dietro a ciò che ci colpisce e ci anima. In questo caso la musica di Moby.

Condividi: