“Circle Mirror”. Emozioni di periferia
Lo spettacolo "Circle Mirror Transformation" fino al 14 giugno 2026 al Teatro Argentina di Roma per la regia di Valerio Binasco.

Lo spettacolo "Circle Mirror Transformation" fino al 14 giugno 2026 al Teatro Argentina di Roma per la regia di Valerio Binasco.

È di Annie Baker, giovane Premio Pulitzer alla drammaturgia il testo “Circle Mirror Transformation”, messo in opera da Valerio Binasco, nella sempre lodevole traduzione di Monica Capuani e Cristina Spina, in tournée nazionale.
Su una scena in deshabillhe, come disegnata da uno Hopper scolorito, si snodano le fila di un piccolo gruppo di studenti di varie anagrafi, nel campo del teatro amatoriale, che cercano nell’improvvisazione le tracce di quell’emozione, di quelle identità sbiadite dalla vita, che hanno portato forse a perdere anche i confini del proprio sé.
Guidati da una coloratissima Pamela Villoresi magistralmente in forma, perfettamente in parte, Binasco stesso e altri tre bravi attori, facce normali, talenti precisi, gli allievi si cimentano con i classici esercizi della recitazione primordiale: parole chiave, recupero della memoria emozionale, vortici di hula hoop, storie di vita sepolta da attenzionare finalmente, foglietti stropicciati di segreti, respirazioni guidate, costellazioni di alberi dell’infanzia, guantoni da boxe, prototipi di famiglie abusanti, serpenti imbalsamati, in una costellazione che si aggiorna a puntate di scansione settimanale. C’è un clima di rarefazione periferica, asintonia del reale, minimalia relazionali, terrore notturno, monologhi a sesso invertito, repressione della rabbia, acchiappasogni sciamanico, assegni non pervenuti, sul comando al perenne all’andare dentro di sé, dove ci si chiede giocoforza dove sia la cosiddetta “vera recitazione”, come si diventa una brava attrice facendo cose che non sembrano agite per.
L’autrice stessa del testo invita infatti a non sottovalutare le pause, i silenzi, gli imbarazzi, i ripensamenti, tic, frustrazioni, esitazioni ben incarnate dagli attori, lasciando emergere, per smarginamenti sottili, il trauma notoriamente non elaborato dei protagonisti, guidati da una regia, come suol dirsi, asciutta ed essenziale, che, dalla saracinesca del garage in cui si svolgono gli incontri, snoda la sua trama degli infiniti non detti delle nostre tragicommedie quotidiane, la vertigine momentanea dei neuroni a specchio, il cosa succede quando sembra non accadere nulla, ma impercettibilmente si definiscono continuamente stralci di verità più o meno confessabili, crepe ricolme d’oro. In un clima sottilmente immersivo l’impercettibile dinamica della commedia umana in questione ci costringe a chiederci cosa succede quando sembra non accadere nulla, proprio lì dove si snoda l’assenza di riscatto che intesse esistenze sommerse, in attesa di una inarrivabile salvezza.
Gli intermezzi cinematografici, le didascalie su schermo, accendono e spengono l’attenzione sulle dinamiche coscientemente minimaliste, che sembrano a tratti scomparire nel velluto rosso del grande teatro borghese (Teatro Argentina a Roma) che accentua giocoforza la distanza dalla materia narrata, pur accompagnando verso il necessario qualcosa, piccolo e reale, che accelera sul finale gli scambi e i disvelamenti dell’umanità rappresentata.
Tutto risulta garbato, scorrevole, anche elegante, ma non trasmette del tutto quel cuore, quella emozione che, con tanta dedizione si ricerca lungo l’intero spettacolo.
Per chiunque abbia frequentato, per amore del Teatro, un qualsiasi seminario di coaching attoriale (Bracco, Baron, Di Sapio, Margotta, tra i tantissimi) ha forse respirato maggiore vita, di quella che pulsa in una narrazione più originale ai non addetti.
Spettacolo dunque non banale e godibile, ma perché inneggiare al genio? Viene da domandarsi se la, pur lodevole ricerca di testi oltre confine, pur sprovincializzandoci, non rischi di scadere in una esterofilia di default dello sguardo intellettuale, per trascurare il pulsare, anche lui sommerso, di tante, più o meno giovani, altrettanto sensibili sguardi nazionali.
“Il teatro ripudia la guerra” campeggia come scritta cubitale, piacevolmente sorprendente chiusura, sull’ovazione di una platea attenta e partecipe.
di Annie Baker
traduzione Monica Capuani e Cristina Spina
regia Valerio Binasco
con Valerio Binasco, Pamela Villoresi, Alessia Giuliani, Andrea Di Casa, Maria Trenta
