A Mantova la personale di Giuliano Dal Molin è a Palazzo Beccaguti Cavriani
A Mantova, fino al 21 Giugno 2026 e per tutta la durata del Festivaletteratura (dal 9 al 13 Settembre) Giuliano Dal Molin espone alla Galleria DISEGNO Arte Contemporanea.

A Mantova, fino al 21 Giugno 2026 e per tutta la durata del Festivaletteratura (dal 9 al 13 Settembre) Giuliano Dal Molin espone alla Galleria DISEGNO Arte Contemporanea.

A Mantova, fino al 21 Giugno 2026 e per tutta la durata del Festivaletteratura (dal 9 al 13 Settembre) Giuliano Dal Molin espone alla Galleria DISEGNO Arte Contemporanea – BG Collection a Palazzo Beccaguti Cavriani. Una ricca personale dall’allestimento ampio e perfettamente accessibile, con opere armoniosamente distribuite nei bellissimi spazi espositivi del Palazzo: la galleria, l’appartamento padronale, il giardino e le cantine cinquecentesche.

Palazzo Beccaguti Cavriani – https://bgcollection.it
Palazzo Beccaguti Cavriani
Il Palazzo fu costruito tra la fine del Quattrocento e l’inizio del Cinquecento da Alessio (Alessandro) Beccaguto (Beccaguti) – (Mantova, Lombardia, Italia, 1476 circa – 1528) comandante militare e ingegnere civile. Figlio di Anselmo – insignito del prestigioso titolo di Rettore dell’Arte della Lana tra il 1478 e il 1494 – discendente da una nobile famiglia di mercanti della Val Camonica, stabilitasi a Mantova nel XIV Secolo. Avviato sin da giovane alla carriera militare, Alessio fu al servizio dei Gonzaga: prima di Francesco II e poi Federico II, marchesi di Mantova. Con il ruolo di ingegnere militare, si occupò del sistema difensivo del loro Stato. Grazie all’abilità dimostrata nel lavoro e avendo ricoperto importanti incarichi militari, accumulò le ricchezze necessarie per completare l’edificio a cui tenne particolarmente, tanto da contribuire personalmente, con competenza tecnica ed estetica, nelle decisioni strutturali e architettoniche. I Beccaguti abitarono questo splendido Palazzo fino alla fine del Seicento, ma nel 1649 l’ultima discendente vendette la cappella privata ai padri Carmelitani Scalzi. Questi, dopo aver iniziato a celebrare la messa, si insediarono nei terreni attigui dove furono edificati il Convento e la Chiesa di Santa Teresa, tutt’ora esistenti, ponendo le prime pietre rispettivamente nel 1661 e nel 1668. Nel 1734 la proprietà del Palazzo passò alla Famiglia Cavriani: il III Marchese Antonio (1682 – 1756) volle apportare modifiche alla struttura e affidò i lavori all’Architetto Alfonso Torreggiani.

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Palazzo Beccaguti Cavriani oggi
Gli attuali proprietari, Vanna Bernardelli e Massimo Ghisi, dal 2001 al 2004 hanno personalmente curato il restauro dell’intero complesso del Palazzo nei minimi particolari. Occupandosi di Design, Arte Contemporanea e Architettura, hanno potuto riportare la struttura architettonica al suo antico splendore provvedendo con competenza, equilibrio ed essenzialità, ad integrare il complesso dell’edificio con soluzioni contemporanee in armonia con la struttura originaria. L’intenzione condivisa da entrambi è stata quella di lavorare per ottenere un edificio che non facesse perdere a nessuno spazio, né interno né esterno, l’aura cinquecentesca del tempo in cui era nato, e al contempo illuminarlo di nuova luce. Abitazione, Galleria d’Arte, Studio di Architettura sarebbero stati luoghi rispettosi del Palazzo che Alessio Beccaguti aveva desiderato far edificare per sé e la sua famiglia, contribuendo di persona alla sua realizzazione, e che Alfonso Torreggiani aveva successivamente adattato alle nuove esigenze di Antonio Cavriani.
Gli ambienti avrebbero dovuto essere permeati da un concetto abitativo, espositivo e lavorativo nel quale gli spazi, la luminosità e le suppellettili garantissero la trasmissione di sensazioni di positività e benessere, e le opere selezionate assumessero un ruolo dominante. Si è trattato di un intervento caratterizzato da un’ intensa attività di ricerca e da un notevole impegno, volto a recuperare quanto più possibile degli elementi originali e delle porzioni ancora conservate di superfici murarie affrescate, intervenendo esclusivamente là dove non ci fossero state possibili soluzioni alternative. Il ripristino dell’originaria struttura architettonica è iniziato con la riapertura degli archi del cortile, che grazie all’inserimento di ampie vetrate hanno permesso alla luce naturale di inondare gli ambenti. Il perfetto equilibrio luminoso tra gli spazi interni ed esterni del piano terra è stato ottenuto dall’utilizzo della Pietra di Prun per le pavimentazioni, perfettamente coordinate al colore scelto per le superfici murarie.

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Un luogo di graduale coinvolgimento emotivo
Dando idealmente le spalle alle mura del lato sinistro di Palazzo Te, e procedendo in linea retta attraverso Via Po e Via Nazario Sauro, si giunge in Via Mazzini. Lungo il percorso rimane costantemente visibile, come la luce di un faro, la cupola della magnifica Basilica di Sant’Andrea, progettata da Leon Battista Alberti e custode della cappella funeraria di Andrea Mantegna. Imboccata Via Mazzini, il terzo edificio sulla destra, il cui muro perimetrale confina internamente con la Chiesa di Santa Teresa, è Palazzo Beccaguti Cavriani. L’ingresso è discreto ed elegante, in linea con tutti i luoghi che custodiscono un nucleo vitale: accolgono senza spettacolarità, poiché si rivelano soltanto oltre la soglia, nei loro spazi interni. Siamo nel cuore del centro storico di una città Patrimonio Mondiale dell’Umanità, tra i principali centri di diffusione del Rinascimento in Italia.
Protette dalle mura di Palazzo Beccaguti Cavriani, le opere di Giuliano Dal Molin si presentano al pubblico in un raffinato rapporto simbiotico con gli spazi che le accolgono. Il percorso espositivo, studiato per individuare la collocazione ideale di ogni lavoro, rivela le competenze complementari dell’artista e dei padroni di casa: da un lato, la conoscenza delle variazioni della luce naturale durante la giornata negli ambienti del Palazzo; dall’altro, la consapevolezza dello spazio necessario alla completa valorizzazione di ogni opera, affinché possa esprimere con compiutezza la propria forza comunicativa. L’aver lavorato all’unisono, in così stretta unità, ha reso possibile una perfetta coesistenza tra forma, colore, spazio: espressione del fascino di una ricerca artistica contemporanea accolta all’interno di una solenne architettura storica.

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Una simbiosi tra arte e spazio vitale
Di fronte alla compenetrazione tra la forma che si espande nello spazio con il proprio colore e il luogo in cui viene contestualizzata, con l’obiettivo di ottenere un equilibrio tra le parti, potremmo chiederci quale elemento colpisca per primo ogni sguardo: la forma, il colore, la luce, l’ombra o la direzione verso cui è sospinto l’occhio, creduta linea corretta di propagazione della forma stessa? Vi accorgerete che entrare in contatto visivo con le opere di Giuliano Dal Molin produca una sensazione destabilizzante. La perfezione dell’esecuzione, l’attenzione nella ricerca cromatica e nella strutturalità della forma plastica, conduce lo sguardo all’osservazione dei colori stesi sulle superfici di sintetici ritmi dinamici cosmici, del tutto indipendenti dalla rappresentazione di un oggetto in movimento. E’ un dinamismo insito nella struttura indipendente e unica, ma idealmente collegata alle altre in una solida e intima corrispondenza tra strutture “aperte”, solo apparentemente regolari.

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Il percorso espositivo
Solo attraversando tutte le sale – dalla galleria, passando nelle stanze dell’appartamento padronale, uscendo nel giardino e infine scendendo la scala verso le spaziose cantine cinquecentesche, troveremo il luogo in cui fermarci a riflettere. Un allestimento, o meglio un percorso, illuminato naturalmente in superficie e artificialmente negli spazi interrati, dove le opere sono direttamente a contatto con i muri di mattoni a vista. Il momento dell’incanto sospende alla fine del percorso: risalendo i gradini verso il giardino si è sorpresi dalla natura e dall’azzurro del cielo dove sarà evidente quanto le opere di Giuliano Dal Molin siano idee sviluppate concretamente da un essere finito, tese coscientemente alla ricerca del concetto opposto. Il costante e personale rinnovamento del linguaggio formale, scaturito dalle proprie ossessioni e prospettive, rivela una continuità di pensiero orientata verso l’inarrivabile e l’indefinibile. Dinanzi a tali premesse, l’atto dello scrivere si fa arduo ma necessario, determinato dall’esigenza di valorizzare opere che richiedono un’osservazione ravvicinata e silenziosa per immaginare l’invisibile oltre la forma. La vera bellezza è complessa: nella purezza, la meraviglia è data in quei dettagli svincolati dalle forme convenzionali.

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La ricerca nella successione degli elementi
In esposizione, oltre alle opere costituite da un solo elemento, vi sono lavori caratterizzati da elementi assemblati e accostati. Giuliano Dal Molin afferma di iniziare la progettazione dal disegno, dal quale si svincolerà per favorire lo sviluppo autonomo di ogni creazione. Durante l’elaborazione è come se ogni stimolo iniziale venisse continuamente messo in discussione: in fase di esecuzione, l’espressione dello stato d’animo determinante l’inizio del progetto verrà superata dall’esigenza interiore di creare senza porre alcun limite all’atto creativo. In effetti l’arte, come disciplina, è solo una delle modalità con cui affermare nuovi schemi per una nuova geometria dello spazio; per questo è subordinata all’atto che realizza l’esperienza estetica, ossia l’azione con cui la coscienza si fa forma. Pittori e architetti del movimento neo-plastico considerarono estetico il puro atto costruttivo: la combinazione di una verticale e una orizzontale o di due colori elementari è già costruzione. Da questi presupposti però, prenderanno necessariamente le distanze coloro che non potranno accettare un’estetica priva di un impulso geniale.

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La tensione della forma
Nell’atto di osservazione delle opere è innegabile l’evidenza di un percorso riconducibile a correnti o tendenze nate dal lavoro di più artisti attorno a temi di ricerca comuni. E’ altrettanto evidente, tuttavia, come lo studio abbia condotto Giuliano Dal Molin alla personalizzazione di un’espressione-comunicazione di un patrimonio purificato. Dalla ricerca affidata ai valori cromatici, alle scelte orientate a definizioni razionali dello spazio percepito visivamente, la dinamica è interna e muove alle rigorose costruzioni partendo dal concetto. La necessità di sintesi, ottenuta da una precisa razionalità, è il luogo fondamentale in cui il senso prende forma: la coscienza. Uno spazio soggettivo dove le percezioni, le emozioni, le esperienze integrate, vengono interpretate e trasformate in una propria realtà significante, in uno spazio oggettivo.

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La costruzione della propria Teoria
Le realtà create da Giuliano Dal Molin, dotate di significato, costruiscono una teoria dell’arte essendo strutture con una rigorosa essenza teorica. Nella definizione immagini delle cose – imagines rerum, contenuta nell’opera intitolata Etica, scritta dal filosofo Baruch Spinoza (Amsterdam, Paesi Bassi, Olanda, 24 Novembre 1632 – L’Aia, Paesi Bassi, Olanda, 21 Febbraio 1677) l’espressione declinata al plurale, e non al singolare, indica una percezione sviluppata nella dinamica di un processo e di una produzione continua. La funzione rappresentativa non compete alle immagini, in quanto tracce, ma alle loro idee. L’immaginazione non percepisce la forma dei corpi, né le loro figure: la percezione è solo per immagini, quali tracce delle loro figure.
Per Spinoza le immagini non sono copie delle cose, ma sono l’accesso alle cose nelle modalità delle pratiche esercitate dal corpo. Le immaginazioni sono vagae – vaganti: non sbagliate, ingannevoli: non false. Considerate in se stesse – in se spectatae – sono positive e affermative di presenza ed esistenza. Sono senza difetti, anzi perfette, appartengono all’ordine della cogitatio: non oggetti fisici ma fatti mentali della sfera del pensiero e della coscienza. Le immagini hanno origine nel corpo umano, nella fisicità, sono generate da tracce fisiche determinate dal mondo esterno, dagli incontri del nostro corpo con altri corpi, e tradotte in idee dalla mente.

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Le «immagini delle cose»
Le idee generate dalle immagini non rappresentano solo i corpi fisici, ma potranno elevarsi a significare le cose in senso universale – res – esprimendo concetti che non possiedono una dimensione corporea ma appartengono all’ordine del puro pensiero. La filosofia di Baruch Spinoza si riferisce alla potenzialità della mente umana e alla sua capacità straordinaria di elevarsi. L’immagine, da un lato conserva ciò che soprattutto dipende dalla natura del proprio corpo – una superficie sensibile su cui si imprime l’esterno – dall’altro rappresenta e significa con una propria idea soggettiva e parziale, a sua volta inserita in una successione di idee, con cui giunge a un significato determinato. Percepire è costruire, un atto creativo e affermativo della mente. L’utilizzo del plurale – immagini delle cose, imagines rerum – è riferito all’aspetto di continuità: un’immagine rinvia ad un’altra immagine, poiché è la relazione tra le immagini a costituire la memoria. La determinazione del senso, le idee e la conoscenza del mondo prendono forma, si collegano e comunicano con l’azione e la fisicità corporea di esperienze in funzione di una “memoria attiva” che attribuisca significato alla realtà. L’immagine, per poter divenire immagine di qualcosa, deve rientrare in un processo di concatenazione d’immagini: l’azione per permettere a ogni corpo di vivere delle proprie.

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Il momento dell’incanto sospende alla fine del percorso
Ritorno al momento dell’incanto.
Risalire le scale verso il giardino, dopo aver ammirato le opere allestite negli spazi espositivi ricavati nelle antiche cantine cinquecentesche di Palazzo Beccaguti Cavriani, mi ha offerto una maggiore comprensione dell’evoluzione artistica di Giuliano Dal Molin. Sono creazioni nate in un mondo che sta perdendo la capacità di incantare, la quiete, la silenziosa disciplina del fare e l’attenzione verso lavori nitidi, che profumino di pittura antica e approfondiscano l’idea dell’essenza delle cose. Queste opere sanno raccontare una vita e le sue storie senza porsi limiti, lasciando memoria di grandi armonie; un lavoro mentale e manuale fuso nei ritmi naturali dei giorni, delle stagioni, degli anni, che scorrono in cammino alla ricerca della forma incorruttibile. Possiedono il carattere della necessità: esse muovono il nostro sguardo nell’assoluta essenzialità della forma, privata dell’inutile, nell’incantesimo di restare in connessione col tutto.

Chi è Giuliano Dal Molin
Nasce a Schio (VI) nel 1960, vive e lavora a San Vito di Leguzzano (VI).
Il percorso di formazione e sperimentazione nel campo delle arti visive porta Dal Molin ad avvicinarsi all’arte moderna e contemporanea, per individuare nel 1987 un proprio indirizzo di lavoro. Inizialmente le opere manifestano un dialogo tra materiali come metalli, polveri e pigmenti. Rilievi e forme essenziali – concavi/convessi – tendono quasi ad azzerare il colore di cui rimangono solo delle velature, “tracce del gesto del dipingere”.
Le sue opere vengono selezionate per la partecipazione alle collettive presso la Fondazione Bevilacqua La Masa di Venezia nel 1984, 1989 e 1991; nel 1992 ha una sala personale presso la stessa Fondazione e nel 1993 è presente a DETERRITORIALE alla XLV Biennale di Venezia.
Nel 1996 presenta la serie dei “Cementi”. Nel 1997 compare con forza il colore, inizialmente con campiture monocrome e in un secondo momento con intensi contrasti e profonde dissonanze. In questi anni l’opera si espande nello spazio circostante, diventando spesso un polittico non più a parete ma poggiato a terra, forte di una relazione continua tra elementi. Le forme verticali e orizzontali sono una ricerca di dialoghi tra piani, curve, luci, in un costante e stretto rapporto tra pittura e scultura.
La costruzione diretta è parte integrante del procedimento di realizzazione dell’opera: al supporto viene data una forma concreta, dipinta, che prende vita grazie alla luce. Come dichiara l’artista: “Il lavoro si sviluppa sull’idea dello spazio concepito come forma e colore. Non più scultura o pittura, in senso convenzionale, ma forma composta dal colore o dalla luce del bianco. […] La luce diventa fondamentale, dà vita al lavoro, lo trasforma. […] Tutto questo nel tentativo di trovare una dimensione ed un silenzio interiori”. Il lavoro è una costante indagine per arrivare a forme rigorose ed essenziali, riflesse poi sui concetti di pieno e di vuoto in continuo divenire.
Gli anni Duemila portano all’evoluzione delle idee degli anni precedenti, con una ricerca sviluppata sulla tridimensionalità, che porta l’artista ad indagare sulle forme architettoniche. Le esposizioni che seguono in questo periodo evidenziano un atteggiamento di studio nei confronti dello spazio: l’artista cerca una relazione di sinergia con le forze già presenti nel sito, misurandole e interpretandole. Le opere sono pensate in virtù di un saldo legame sia tra loro che con l’ambiente circostante, in un rinforzo reciproco e continuo.
Le successive installazioni donano nuovo vigore cromatico ad ambienti puliti, con una ritmicità ed una struttura che scandiscono le pareti, restituendo loro un volume. Accompagna questa fase un’accurata ricerca sul colore, che parte dalla storia della pittura per poi manifestarsi nelle opere tridimensionali, nei progetti e nei disegni, risultato di un processo di sintesi volto a togliere l’eccesso e il superfluo per dare voce al colore e alle forme.
Nel 2016 Giuliano Dal Molin è ospite a Napoli con una mostra personale alla Galleria Lia Rumma. Nel 2017 partecipa alla collettiva “L’emozioni dei colori nell’arte” presso il Castello di Rivoli (TO).
Nel 2024 realizza la sua seconda mostra personale presso la Galleria Lia Rumma di Milano.
La pubblicazione delle immagini di questo articolo scritto per ReWriters, la testata giornalistica digitale di advocacy sulla sostenibilità sociale fondata da Eugenia Romanelli, è stata autorizzata da Massimo Ghisi.
Giuliano Dal Molin
DISEGNO Arte Contemporanea – BG Collection
Fino al 21 Giugno 2026
Palazzo Palazzo Beccaguti Cavriani
Via Mazzini, 34 – 46100 Mantova
Giorni e orari di apertura:
Fino al 21 Giugno 2026
Venerdì e Sabato dalle ore 10:00 – 13:00 / 16:00 – 19:00
Domenica dalle 10:00 alle 13:00
Dal 9 al 13 Settembre 2026
Tutti i giorni dalle ore 15:00 alle 19:00
Informazioni:
Cellulare: +39 335 5233662
Email: arte@galleriadisegno.it
URL: www.palazzobeccaguticavriani.it
