La scienza non è neutra, non c’è dubbio. E allora è possibile una psicologia che non abdichi al proprio ruolo di cura? La psicologia può esercitare la propria funzione terapeutica riconoscendo le dinamiche di potere?

Il libro di Eleonora Marocchini e Federico Dibennardo, La psicologia è politica. La scienza psicologica tra potere, cura e giustizia sociale, prova a rispondere a tali quesiti. Nel titolo, troviamo già una prima risposta, evidentemente. Si tratta di una dichiarazione di metodo. Lə autorə, infatti, sono professionistə del settore che scelgono di mettere in discussione profondamente la propria disciplina, mostrando come la ricerca e la clinica siano sempre immerse in un contesto non neutro, fatto di privilegi, squilibri di potere, bias cognitivi.

copertina di "La psicologia è politica"

Scienza: una storia di bias

Non a caso, la prima parte del libro è dedicata a decostruire alcune convinzioni che circolano nella società civile, a partire dall’adagio “lo dice la scienza”. La psicologia è politica, coerentemente con i suoi contenuti, non è un libro (soltanto) per specialisti. Per questo, ciò che si cela dietro la ricerca scientifica viene raccontato con un linguaggio comprensibile ai non addetti ai lavori, mantenendo tuttavia la capacità di trasmettere la complessità del tema, le sfaccettature degli argomenti trattati. L’accessibilità della ricerca e delle fonti, i costi della ricerca, l’orientamento dei temi da indagare e dei metodi con cui farlo, e soprattutto i numerosi bias che condizionano tutte le discipline, sono problemi che si riverberano negli aspetti pratici della scienza, e in particolare nell’esercizio della psicoterapia.

La scienza non è neutra, non c’è dubbio. Il contesto sociale e politico non può mai essere ignorato: influenza profondamente gli oggetti di studio (che in diversi ambiti sono delle persone in carne e ossa), la scelta degli oggetti degni di essere studiati, la possibilità di coinvolgere tali oggetti di studio (spoiler: avviene raramente). Chi non è addentro alla ricerca accademica, trova in questo libro una sintesi molto chiara del ruolo dei meccanismi di produttività – “publish or perish” – che influenzano pesantemente gli orientamenti e i risultati della ricerca stessa. Quali sono le soluzioni, o quantomeno le contromisure? Per esempio, le proposte nell’ambito della “scienza aperta” o dell'”accademia lenta”, ma anche le conseguenze della diffusione del metodo intersezionale, con l’accento sulla necessità, da parte di chi produce scienza, di dichiarare il proprio posizionamento.

Con questo approccio critico, i due autorə possono quindi storicizzare e mettere in discussione alcuni aspetti fondamentali delle scienze umane e delle discipline psi, a partire dai concetti di “normalità” e “norma”. Perché è importante indagare la nascita di questi concetti e la loro ambiguità, la loro oscillazione fra concetti di tipo statistico-descrittivo e concetti di tipo morale-prescrittivo? Perché è da qui che nasce la stigmatizzazione. Per esempio, quella che larga parte della psichiatria ha costruito intorno alla “malattia mentale”. La norma, dicono Marocchini e Dibennardo, è spesso “il prodotto dell’esercizio di un potere non condiviso”. E allora è possibile districarsi fra i concetti di “malattia”, “patologia”, “disturbo”, “anomalia”, “salute”. Si scopre qui come la scienza odierna sia, tra le altre cose, figlia di una lunga stagione in cui l’eugenetica la faceva da padrone (ammesso che oggi non sia ancora presente sotto mentite spoglie).

Decolonialità e classe

Samah Jabr

La scienza non è neutra, non c’è dubbio. E lo si vede bene quando si applica la lente intersezionale, chiedendosi se il posizionamento di chi ha fatto la storia della ricerca, se il contesto sociale fosse davvero indifferente agli assi di oppressione più noti. Detto in maniera molto sintetica, se la scienza l’hanno sempre fatta i bianchi, la pretesa di un’applicazione universale a tutte le culture è quantomeno problematica. Tra i tanti esempi forniti nel libro, uno è particolarmente emblematico. Il Disturbo da Stress Post-traumatico è una categoria diagnostica elaborata osservando i reduci del Vietnam che ritornavano in una situazione di pace dopo mesi di guerra. Ma che ne è di questa categoria se proviamo a utilizzarla in Palestina, come ha fatto la psichiatra Samah Jabr? Lo strumento rivela la sua parzialità, anche se la psichiatria lo ha eletto a categoria universale, valida anche per le situazioni dei colonizzati. In realtà, le persone palestinesi traumatizzate dai bombardamenti, vivono nell’attesa di ulteriori traumi: non esiste un “post”, in questo caso, e i comportamenti paranoici non sono davvero tali, poiché la minaccia quotidiana è tutt’altro che immaginaria.

In generale, l’oggettività della diagnosi si fonda spesso sull’assolutizzazione di criteri occidentali che finiscono per patologizzare risposte inevitabili e sostanzialmente fisiologiche alla violenza coloniale. Occorre dunque decolonizzare la psicologia, nel solco di una tradizione di politicizzazione della relazione fra colonialità e discipline psi che non può non evocarci il nome di Franz Fanon. E le proposte non mancano. Si tratta di strategie fra loro complementari che Marocchini e Dibennardo illustrano mostrandone i punti di forza e debolezza: l’“indigenizzazione”, che recupera i saperi locali; l’“accompagnamento”, che rifiuta il distacco della figura clinica esterna; la “denaturalizzazione”, che smaschera la parzialità dei modi di vivere e di pensare occidentali.

Franz Fanon

L’asse della classe è altrettanto importante per comporre una critica della psicologia istituzionale. Qui viene introdotto un concetto di “povertà” che va oltre l’assenza di denaro, includendo soprattutto l’accesso a istruzione, codici culturali, presa di parola. La riflessione si intreccia con quella antipsichiatrica, e per questo viene richiamata la storia della psichiatria e dei manicomi, facendo emergere categorie come quella del “decoro pubblico” che ci indicano chiaramente il carattere politico del discorso psichiatrico. Ciò che viene patologizzato, in forme mutevoli negli ultimi due secoli, è in ultima analisi proprio la povertà.

Le risposte attengono certamente al campo delle politiche istituzionali, ma ciò non significa che le discipline della cura non possano contribuire modificando profondamente i propri metodi, per esempio considerando l’importanza della capacità della persona di autodeterminarsi: una disciplina che opera dall’alto verso il basso dimentica troppo spesso che fornire una diagnosi senza spiegazioni a chi non possiede gli strumenti per decodificarla significa metterla in una condizione di dipendenza, perpetuando le gerarchie di classe. Non è un caso, credo, che gli autori che più sembrano fornire strumenti utili, oltre a Basaglia e alla psichiatria democratica, sono Marx e Fisher. Quest’ultimo, in particolare, ha articolato una critica della privatizzazione della sofferenza tipica della nostra società che diventa il centro del discorso di Marocchini e Dibennardo sul lavoro, l’alienazione e lo stress in un sistema radicalmente mutato rispetto a qualche decennio fa.

Copertina di: Mark Fisher, "Realismo capitalista"

Patriarcato clinico: genere e orientamenti sessuali

La scienza non è neutra, neppure rispetto al genere. Un intero capitolo è dedicato alla storia della patologizzazione delle donne, in cui la figura dell’isterica è ovviamente centrale, e si ripropone in diversi momenti storici con uno schema simile. Quando viene nominalmente abbandonata, in particolare nel DSM, essa sembra comunque ispirare le categorie diagnostiche. L’altra figura centrale è quella delle madri cattive. Sulle madri, in un contesto in cui del padre non si fa cenno, vengono caricate responsabilità enormi, compiti pressoché insostenibili.

La dimensione della violenza di genere, poi, viene vista in ottica psicologica, evidenziando la tendenza alla vigilanza cronica, con la conseguente peculiare forma di minority stress. Anche in questo caso, ciò che viene dipinto come patologico, è soltanto una risposta inevitabile a un sistema patriarcale che tiene le donne sotto costante minaccia di violenza.

L’altra grande categoria che compare è ovviamente quella del “contronatura”. Qui viene ripercorsa la lunga storia di patologizzazione/medicalizzazione dell’omosesssualità e delle identità non conformi alle norme di genere, a partire dalle soggettività trans. Una storia che corre parallela a quella, altrettanto lugubre e non del tutto accantonata, delle terapie “riparative”. Oggi, il modo in cui il sistema sanitario ostacola, sorveglia e sovradetermina le esistenze trans, non binarie, non eterosessuali è articolato, sottile, apparentemente meno oppressivo. E tuttavia risente di un modo di approcciare la scienza medica che si presenta neutro quando neutro non è.

Faccia a faccia con la neurodiversità

Il tema delle neurodivergenza, e la storia della loro patologizzazione oggi combattuta anche frontalmente dai movimenti per la neurodiversità, non appare per caso al termine di questa disamina dei bias “da privilegio”. Il modo in cui la scienza ha costruito l’idea di un soggetto “normale” dal punto di vista del funzionamento cognitivo, relazionale e sensoriale è un perfetto riassunto di tutto quanto chi legge il libro ha trovato fino a questo punto. Le stesse rivendicazioni dei movimenti per la neurodiversità ricalcano quelle, per esempio, dei movimenti queer, ed è anche a questo che è dovuta la fortuna del termine “neuroqueer” diffuso da Nick Walker e altrə attivistə.

copertina dell'edizione italiana di Neuroqueer di Nick Walker

Da qui prende forma l’esortazione finale di Eleonora Marocchini e Federico Dibennardo: costruire e praticare una psicologia consapevole dei propri bias, dei privilegi di chi la esercita, ma in grado di non abdicare al proprio ruolo di cura. La cura, qui, non sarà più un gesto calato dall’alto, che decide i bisogni stessi del destinatario, ma è un’alleanza concreta fra soggetti che discutono gli scopi del percorso, le motivazioni, e che non ignorano il legame che il disagio – che esiste – intrattiene con l’organizzazione sociale. Una cura che aiuta l’individuo ma che non fugge di fronte alla propria funzione politica.

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