Il Paradosso dell’Icona: Ghirri e il Rischio dell’Agiografia. C’è un “momento Ghirri”. Anzi, c’è un’accelerazione di tale magnitudine da far sembrare l’opera di Luigi Ghirri (Scandiano, 1943 – Roncocesi, 1992) onnipresente, un’eco persistente che si rifiuta di svanire. L’autunno 2025 fa da scenario a due eventi maggiori che agiscono come parentesi perfette attorno al suo pensiero.   

Ghirri, “Lezioni di fotografia”

Il primo evento è editoriale: l’arrivo, il 12 novembre 2025, della nuova e attesissima edizione rilegata di Lezioni di fotografia. Pubblicato da Quodlibet, questo volume di 320 pagine non è un semplice libro, ma la trascrizione integrale delle lezioni che Ghirri tenne tra il 1989 e il 1990 all’Università del Progetto di Reggio Emilia. L’edizione, curata da Giulio Bizzarri e Paolo Barbaro e impreziosita da una prefazione di Geoff Dyer e un testo biografico di Gianni Celati, si presenta come il documento definitivo del Ghirri-pedagogo.   

La produzione su Polaroid

Il secondo evento è espositivo: l’inaugurazione, il 22 novembre 2025, della mostra Luigi Ghirri. Polaroid ’79-’83 al Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci di Prato. Curata da Chiara Agradi e Stefano Collicelli Cagol, questa non è una retrospettiva qualsiasi. È, significativamente, la prima mostra in Italia interamente dedicata alla sua produzione su Polaroid, un corpus di opere che esplora il rapporto del fotografo con l’istantaneità.   

Questi due appuntamenti non sono isolati.

Si inseriscono in una vasta operazione di riscoperta e valorizzazione critica che la stessa Quodlibet ha orchestrato magistralmente. La casa editrice ha, di fatto, costruito il “canone Ghirri” contemporaneo, ripubblicando il fondamentale Viaggio in Italia (in facsimile nel 2024, a 40 anni dalla prima edizione)  e, nel 2021, il cruciale Niente di antico sotto il sole, la raccolta dei suoi scritti teorici. 

A questo si aggiunge un intero ecosistema che ne cementa lo status di “maestro”: dal “Premio Luigi Ghirri 2025” per artisti under 35, promosso dal Comune di Reggio Emilia , a un’altra mostra parallela, “Luigi Ghirri. Lezioni di fotografia”, al Palazzo dei Musei di Reggio Emilia, che esplora l’eredità di quell’insegnamento.   

È proprio questa monumentale abbondanza, questa celebrazione diffusa, a sollevare l’interrogativo più scomodo. Ce lo fornisce Guido Guidi, fotografo e compagno di strada di Ghirri in quell’avventura che fu Viaggio in Italia, in una recente dichiarazione riportata da Manuela Mazzi: “«Luigi merita che tutti i fotografi di oggi gli bacino i piedi, ma le agiografie non fanno altro che danneggiarlo»”.   

L’agiografia. Eccola, la parola chiave. L’agiografia “danneggia” Ghirri perché lo neutralizza. Lo trasforma da pensatore radicale a icona patinata. La sua opera, nata per smontare criticamente la “cartolina”  e le “mitiche rappresentazioni di ideal cities” , rischia di diventare essa stessa la cartolina della fotografia colta italiana. L’agiografia trasforma il suo metodo critico , fatto di dubbi e interrogazioni, in uno stile estetico (i colori tenui, la malinconia metafisica, le armonie cromatiche inconfondibili ), facile da ammirare, facile da imitare superficialmente su un social network, ma quasi impossibile da praticare nella sua originaria intenzione sovversiva.   

La domanda, dunque, diventa editoriale e interpellativa. Questa doppia occasione d’autunno – il libro che svela il metodo e la mostra che indaga l’ imprevisto – è solo l’ennesimo strato di vernice lucida sull’icona? O è, paradossalmente, lo strumento per salvarlo dall’agiografia e restituircelo come reagente critico per il nostro presente?

La lezione (contro il metodo): imparare a disobbedire allo sguardo

Prendiamo il primo evento: il libro Lezioni di fotografia. Il titolo è, di per sé, fuorviante. Chi si aspetta un manuale tecnico, un prontuario su obiettivi e composizione, è fuori strada. La mostra parallela di Reggio Emilia, che da quelle lezioni trae ispirazione, definisce correttamente quell’esperienza un “insegnamento fuori norma, non accademico”, fatto di “deviazioni, esercizi, intuizioni”. Ghirri, si legge, non “insegnava fotografia”, ma “insegnava a guardare”.   

Il vero obiettivo di quelle lezioni, come emerge dalle trascrizioni e dalle note, era uno solo: “pulirsi un po’ lo sguardo”. Ghirri ha rinnovato il nostro modo di vedere perché ha insistito sul fatto che la fotografia non è un atto poetico, ma un “atto critico”. Non si tratta di fare belle immagini, ma di capire perché le facciamo, cosa includiamo e, soprattutto, cosa escludiamo.   

Il suo metodo, come descritto nelle analisi di quel corso, era un “processo mentale”. Un “esercizio di consapevolezza”  volto a sviluppare un “occhio critico”  contro il nemico principale: l’abitudine.   

Ma qual era l’avversario di Ghirri tra il 1989 e il 1990? Le sue stesse parole, trascritte nel libro, lo identificano con precisione: è l’ “assuefazione”. Nello specifico, Ghirri attacca l’ “uniformità di sguardo” creata dal formato rettangolare e orizzontale della televisione e del cinema. “La stragrande maggioranza dell’informazione visiva avviene in questo formato”, spiegava agli studenti. “Le migliaia di immagini che scorrono durante le ore che passiamo davanti al televisore hanno sempre lo stesso formato. È una cosa alienante”.   

I suoi “compiti visivi” (gli assignments ) erano esercizi di disintossicazione da questa alienazione:   

  1. Lavorare sulla selezione: Sfidare il formato, l’esclusione e l’inclusione, rifiutando l’idea che l’immagine debba essere per forza “quadrata o rettangolare”.   
  2. Trovare il mistero: Rifiutare l’immagine come “fotocopia della realtà”. Ghirri cercava un equilibrio “tra quello che si deve vedere e quello che non si deve vedere”, per preservare una “zona di mistero” che determina l’interesse dell’immagine.  
  3. Usare la luce naturale: Insegnava che lavorare “sul campo” e “per la strada” , senza il controllo totale delle luci (tipico del fotografo di studio), sviluppa una “sensibilità” e un’attenzione diversa, un’accettazione di ciò che il mondo offre.   

Ed è qui che quella lezione, vecchia di 35 anni, ci interroga con violenza. Se l’avversario di Ghirri era l’assuefazione passiva alla televisione , il nostro avversario è l’assuefazione attiva allo smartphone. Il feed infinito non è solo un “formato” alienante; è un flusso algoritmico progettato per la “fruizione immediata”  e per l’eliminazione sistematica di ogni “zona di mistero”. È un sistema che premia la leggibilità istantanea, la riconoscibilità, la fotocopia (migliorata) della realtà.   

Cosa significa, allora, “pulirsi lo sguardo”  nel 2025? La nuova edizione di Lezioni di fotografia  non arriva come un reperto storico, ma come un involontario manuale di disobbedienza. Come applichiamo la sua lezione (trovare il mistero, rallentare, sfidare il formato) a un mondo che ha trasformato l’immagine in data istantanea, consumabile e, soprattutto, priva di mistero?   

L’imprevisto analogico: la Polaroid come esercizio di tensione

Se il libro Lezioni ci parla di metodo e controllo critico, la mostra al Centro Pecci di Prato, Polaroid ’79-’83, ci parla dell’esatto opposto: l’imprevisto. L’esposizione è cruciale perché non si limita a mostrare “un altro Ghirri”, ma isola un medium specifico per analizzare una tensione.   

La tesi curatoriale  mette esplicitamente in conflitto due anime del fotografo: da un lato, il Ghirri del “rigore concettuale” e della “postura analitica” ; dall’altro, l’ “aleatorietà della fotografia istantanea”.   

Ricordiamo chi era il Ghirri di quegli anni. Era un fotografo che esercitava un controllo quasi assoluto sul processo. Come emerge dall’analisi dei suoi archivi, Ghirri “interviene raramente sull’inquadratura operando dei tagli dell’immagine in camera oscura”. Il negativo “è pensato e realizzato inquadrando il soggetto esattamente come l’autore lo vede e lo pensa”. Il suo era un controllo che si estendeva alla stampa e alla “armonia cromatica”.   

La Polaroid è la negazione di tutto questo. È chimica pura, è immediatezza, è glitch. È aleatoria. La stessa azienda Polaroid, che all’epoca fornì a Ghirri pellicole, macchine e persino l’accesso alla gigantesca Polaroid 20×24 ad Amsterdam, lo stava invitando a sperimentare proprio con l’imprevisto.   

L’effetto di questa tensione è visibile. L’aleatorietà del mezzo, nota la curatela, “ne orienta […] lo sguardo verso altri temi, diversi dagli iconici paesaggi dell’Emilia Romagna, ovvero gli oggetti, gli interni domestici”. Lontano da casa, in Olanda, Ghirri usa la Polaroid per “ricostruire il suo mondo di oggetti”. È il Ghirri analitico che cerca disperatamente di imporre il suo rigore concettuale, la sua stratificazione di memoria, a un mezzo che per sua natura lo rifiuta, che produce un oggetto fisico e immediato.   

Ed è qui che la mostra ci lancia una provocazione, forse una trappola. I curatori dichiarano di volersi rivolgere al “pubblico più giovane, abituato al digitale”, per stimolare una “riflessione sui punti di contatto tra la fotografia analogica a sviluppo istantaneo e la fruizione immediata dell’immagine, normalizzata dall’uso di smartphone”.   

Ma siamo sicuri che sia un paragone onesto? Che ci siano davvero “punti di contatto”? Questo confronto è il cuore della nostra critica. L’istantaneità di Ghirri e la nostra non sono parenti; sono opposti filosofici.

  1. Ghirri (Polaroid): L’istantaneità era fisica, finale e unica. L’ “aleatorietà”  era un difetto chimico, un artefatto che creava un oggetto irripetibile. L’immediatezza era problematica: costosa, imperfetta, materica.   
  2. Noi (Smartphone): L’istantaneità è digitale, immateriale e infinitamente malleabile. Non c’è aleatorietà, solo perfezionamento (filtri, editing, cancellazioni). L’immediatezza è fluida e totalmente priva di conseguenze.

La mostra al Pecci , dunque, non ci mostra affatto la nostra immagine riflessa. Ci mostra il nostro negativo. Ci sbatte in faccia un mondo in cui l’istantaneità aveva ancora un peso, un costo, una chimica e una fisicità. L’immediatezza di Ghirri era una lotta con la materia; la nostra è una fuga dalla materia. Guardando quelle Polaroid, stiamo davvero guardando la stessa cosa?   

L’orizzonte che ci ha lasciato

La grande rivoluzione di Luigi Ghirri, culminata nel progetto collettivo Viaggio in Italia , fu un attacco frontale alla “cartolina”.Come osservò Arturo Carlo Quintavalle nel testo originale, le cartoline sono “rappresentazioni mitiche di ideal cities”, sono il “fake of our world” (il falso del nostro mondo) che “mistifica” la realtà del vivere quotidiano. Ghirri rifiutò quel falso e andò a cercare la verità nell’ “ordinario” , nel “quotidiano”, nel “paesaggio minore” , negli angoli consueti e per questo invisibili.   

Oggi, assistiamo a una tragica inversione. Cos’è l’ecosistema digitale, da Instagram in giù, se non la più grande, efficiente e onnipervasiva fabbrica di “cartoline”  della storia umana? Un luogo dove miliardi di utenti “mistificano”  quotidianamente la propria realtà, trasformandola in una rappresentazione finta, ideale, levigata.   

L’inversione è tragica e completa: lo stile di Ghirri – i suoi colori tenui, la sua malinconia sospesa , la sua composizione pulita e apparentemente semplice  – è stato cooptato ed è diventato, ironia della sorte, il modello estetico dominante della cartolina digitale globale. L’arma critica è diventata decorazione. Il “fake of our world”  ha vinto, e lo ha fatto indossando i vestiti del suo più grande critico.   

Guido Guidi, quindi, aveva ragione. Le agiografie ci danneggiano.

Ci fanno amare Ghirri-come-stile e dimenticare Ghirri-come-pratica.   

I due eventi di questo autunno 2025 sono un bivio. La mostra al Pecci  ci sbatte in faccia l’abisso che separa la sua “immediata” materica e problematica  dalla nostra “immediata” virtuale e acritica. Il libro Lezioni  ci ricorda che il suo non era un corso di estetica, ma un “compito visivo”  e un “atto critico”.   

Luigi Ghirri, come scriveva Quodlibet, “ha rinnovato il nostro modo di guardare il mondo”  dandoci una “mappa aperta”. 

Oggi, sommersi da miliardi di immagini che lui non avrebbe mai potuto concepire, noi cosa stiamo facendo? Stiamo usando quella mappa per esplorare i territori alienanti del presente, o l’abbiamo appesa al muro come un trofeo, soddisfatti di ammirarne i colori? La sua lezione non è finita. È un esercizio di consapevolezza  che, forse, non abbiamo ancora nemmeno iniziato.

 Un Antidoto Sonoro

Se l’immagine oggi è diventata rumore, forse la chiarezza può arrivare solo chiudendo gli occhi.

È in questa direzione che si muove il podcast ‘Caffè Fotografici’, in uscita martedì 25 su Spotify. Con la rubrica “Letture fotografiche in pillole”, dedicata al testo Niente di antico sotto il sole, non vi proponiamo un contenuto in più da consumare, ma un cambio di passo radicale.

È un invito a praticare il “metodo Ghirri” attraverso l’ascolto: rallentare, uscire dal flusso visivo dei social e confrontarsi con la complessità del suo pensiero, invece che con la facile (e ingannevole) semplicità della sua estetica. Per capire davvero le sue immagini, oggi, è necessario tornare ad ascoltare le sue parole.


Link e Approfondimenti

  • I Libri: Le nuove edizioni di Lezioni di Fotografia e Niente di antico sotto il sole sono disponibili sul sito di Quodlibet.
  • Mostra a Prato: Luigi Ghirri. Polaroid ’79-’83, inaugurazione 22 novembre 2025. Info: Centro Pecci.
  • Mostra a Reggio Emilia: Luigi Ghirri. Lezioni di fotografia. Info: Palazzo dei Musei.
  • L’Archivio: Per esplorare l’opera completa: Archivio Luigi Ghirri.

Bibliografia Essenziale

  1. Ghirri, L. (2025). Lezioni di fotografia (Nuova ed. rilegata). Macerata: Quodlibet..
  2. Ghirri, L. (2021). Niente di antico sotto il sole. Scritti e interviste 1973-1991 (a cura di F. Zanot). Macerata: Quodlibet.
  3. Ghirri, L., Leone, G., & Velati, E. (a cura di). (2024). Viaggio in Italia (Ed. facsimile 1984). Macerata: Quodlibet.
  4. Agradi, C., & Collicelli Cagol, S. (2025). Luigi Ghirri. Polaroid ’79-’83 [Catalogo della mostra]. Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci.
  5. Mazzi, M. (2024, 25 novembre). L’eredità di Luigi Ghirri nelle parole di Guido Guidi.
  6. Campioli, I. (a cura di). (2025). Luigi Ghirri. Lezioni di fotografia. Progetto, esercizi e variazioni. Palazzo dei Musei, Reggio Emilia.
  7. Fondazione Modena Arti Visive. (2020). Esercizi di visione: Luigi Ghirri. FMAV InsideOut.
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