É sempre utile parlare di un grande artista attraverso la sua città, più difficile è ricomporre il sogno di un luogo che sopravvive agli uomini e alle cose. Stefania Parmeggiani, giornalista di Repubblica e del Venerdì, ha fatto un piccolo miracolo di scrittura senza tempo con Fellini, Rimini e il sogno (Zolfo editore) raccontando il grande regista attraverso i luoghi chiave della città adriatica ma usando la lente dell’onirico, della rarefazione e del genio. Come in fondo lo stesso regista ha fatto con i propri indimenticabili personaggi che sono rimasti nel nostro immaginario collettivo e nella storia del cinema.

Quale Rimini felliniana conoscere?

Parmeggiani è di Rimini e di certo conosce bene la sua terra, ma la domanda che sembra fare capolino dal libro è: quale Rimini felliniana vuoi conoscere? Quella di Francesca da Rimini e di D’Annunzio, quella dei bagni lussuosi, del transatlantico Rex, delle malattie, delle bombe, del fascismo? O la Rimini del Grand Hotel, del cinema Fulgor o forse dell’antico Castel Sismondo? Meglio magari parlare del mare della città che è ancora sinonimo di divertimento e che per Federico Fellini era (è, ancora) esso stesso un personaggio? 

Mettiamo il caso che la risposta sia sì, allora veniamo catapultati subito sulla Palata, si finisce per passeggiare sul molo dell’antico porto sino alla punta. Riportare alla memoria le passeggiate de I Vitelloni è inevitabile, così come le prime e ultime scene di Amarcord.

Fellini ci appare immobile, ascolta la voce del mare, il suono che guida i pescatori in porto nelle giornate di nebbia, una sequenza acustica identica a quella del segnale luminoso emesso dal faro, il nautofono che a differenza di altre località della costa non è ancora andato in pensione. E non perché sia utile, ormai i radar e la strumentazione di bordo lo hanno reso obsoleto, ma perché i riminesi si sono impuntati per conservarlo. Senza di lui si sentono soli, smarriti in mezzo al niente come il nonno di Titta in Amarcord di fronte al cancello di casa: «Ma dov’è che sono? Mi sembra di non stare in nessun posto. Se la morte è così, non è un bel lavoro: sparito tutto, la gente, gli alberi, gli uccellini per aria, il vino…» Non sappiamo cosa Fellini vede, lo sguardo fisso sull’Adriatico, ma sappiamo che nei suoi film il mare è una presenza importante.

Photo by 12019 on Pixabay

Il paradosso della città abbandonata
e sempre sognata

La verità è che tutte le Rimini raccontate nel libro di Parmeggiani sono reali, che è poi un bel paradosso se si riflette sul fatto che il regista scelse di allontanarsi dalla sua provincia per farne un totem creativo e immaginifico che non lo lasciò mai. D’altronde che la città fosse un pastrocchio, confuso, pauroso, tenero  lo disse lo stesso Fellini. La confusione assale tuttora chi cerca di indagare le tracce del regista. La stessa autrice ammette un certo spaesamento prima di iniziare il suo viaggio narrativo.

E così cominciano i dubbi. Un po’ in ritardo lo ammetto, ma non sono certo la prima ad avere questo problema. Qualche anno fa il giornalista californiano Evan Rail aveva provato il mio stesso disorientamento. Inviato a Rimini dal «New York Times» sulle orme del regista, si era precipitato al Grand Hotel. Aperta la porta della suite 315 si era lasciato suggestionare dalla luce del tardo pomeriggio che filtrando attraverso tende vaporose colpiva il sedile in velluto consumato di un vecchio divano impero. In un angolo c’era un telefono e lui era certo che fosse quello che Fellini stringeva in mano prima di essere colpito da un malore fatale. Questo fino a quando la guida non aveva sottolineato come il telefono e altri arredi fossero in realtà più recenti.

Per questo è bene rimandare alla lettura di Fellini, Rimini e il sogno. Una buona idea per chi vuole ritornare a Fellini, ma anche ai versi di Tonino Serra e alle musiche di Nino Rota, rispolverando atmosfere che non andrebbero mai dimenticate, oppure per chi, causa ragioni anagrafiche, o non solo, si vuole avvicinare ad esse per la prima volta. L’autrice si è fatta aiutare dai biografi, dagli architetti, da Gradisca e dai fantasmi.

Alla fine del testo c’è anche un’ottima biografia del regista, sempre cucita con il filo delle immagini e delle suggestioni. Un ottimo modo per riscrivere la realtà, come spesso solo il buon reportage narrativo è in grado di fare. 

locandina di Amarcord da Wikipedia
Condividi: