Ci vuole un coraggio fuori dal comune per abbandonare le sovrastrutture che ci hanno accompagnato e ci accompagnano da una vita, rendendoci, in fondo, ciò che siamo, bisogna essere temerari e cocciuti per smettere di calcolare, di prevedere, di proteggerci. Eppure, la vertigine della libertà emotiva è forse la cosa più desiderata e temuta al tempo stesso.

In Follemente, i protagonisti si muovono in questa tensione tra desiderio e paura, tra il bisogno di sentire e l’istinto di proteggersi. Ogni parola, ogni gesto è misurato, quantificato, esaminato, ogni parola detta – e anche quella non pronunciata – porta con sé il peso della consapevolezza di ciò che potrebbe essere e la resistenza a lasciarlo accadere. Perché lasciarsi andare significa anche accettare il rischio dell’imprevedibile, e in un mondo costruito su regole e certezze, l’imprevedibile spaventa più di qualsiasi cosa.

Quanto è difficile incontrare
la persona giusta?

Forse quanto è difficile essere pronti a riconoscerla. Viviamo sommersi da strati di aspettative, paure, disillusioni che rendono ogni incontro una guerra silenziosa tra il nostro desiderio di abbandono e il nostro terrore di farci male. Eppure, esiste un punto, un istante di sospensione in cui la mente smette di affollarsi di domande, di strategie, di difese, e s’abbandona follemente. Incontrare davvero qualcuno significa questo: essere con una persona e non pensare più a nulla. Essere con lei, e non sentire più il desiderio scomodo di interpretare, di prevedere, di decifrare, di cercare tattiche di difesa e vie di fuga.

Quanta fatica?

Ma quanta fatica per arrivarci. Quanto tempo perso a costruire versioni di noi stessi che crediamo più accettabili, più solide, più al sicuro. Quanta illusione di poter davvero controllare le cose, senza pensare che nulla è davvero controllabile. Come se poi la verità di ciò che siamo non fosse già abbastanza, come se ci fosse bisogno di uno scudo, di un’altra versione di noi per essere visti.

Forse il punto non è trovare la persona giusta, ma accettare di poter essere visti, e accolti, senza sovrastrutture, senza difese, senza bisogno di spiegazioni.

Forse il miracolo non è l’incontro, ma la resa.

Questa sì, un atto folle di coraggio.

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