Gallerano: la regista femminista che usa il nudo per scardinare stereotipi
Uno spettacolo per sole donne che rompe la quarta parete e non solo. 28 e 29 marzo a Torino. Intervista alla regista Silvia Gallerano

Uno spettacolo per sole donne che rompe la quarta parete e non solo. 28 e 29 marzo a Torino. Intervista alla regista Silvia Gallerano

Ero senza parole in prima fila, l’altra sera, tra le tante, tantissime donne in sala al Teatro Centrale Preneste, ultima tappa del tour nazionale di Svelarsi, lo spettacolo di e con Silvia Gallerano, la coraggiosa regista che riscrive le regole della pièce, prima attrice italiana a vincere il premio The Stage Award for Acting Excellence come Best Solo Performer, il più alto riconoscimento per attori e attrici al Edinburgh Festival Fringe, per la sua interpretazione di La Merda di Cristian Ceresoli.
E’ la stessa Gallerano che definisce lo spettacolo Esperimento/serata/happening/sabba/pigiama party/assemblea e ha ragione ad ironizzare, perchè effettivamente ci si ritrova davanti, anzi dentro, a un’esperienza artisticamente indefinita e indefinibile. Un’esperienza che per le spettatrici (l’ingresso è vietato agli uomini cis e trans) è di rottura: si rompono bias e pregiudizi, stereotipi e standard. Ci si ritrova nude, nonostante i vestiti, proprio come lo sono davvero le attrici in scena: Giulia Aleandri, Elvira Berarducci, Smeralda Capizzi, Benedetta Cassio, Livia De Luca, Chantal Gori, Giulia Pietrozzini.
Uno spettacolo femminista, senza ombra di dubbio, ma di un femminismo post, senza ideologia e dogmi, senza la pretesa di distribuire patentini su come bisogna pensarla. Si torna a casa, al contrario, con una valanga di domande e interrogativi, che poi, a pensarci bene, sono proprio quelli i passepartout. Dopo l’Auditorium e il Centrale Preneste di Roma, la prossima tappa di questa straordinaria produzione del Teatro di Dioniso (direzione artistica Michela Cescon), in collaborazione con PAV nell’ambito di Fabulamundi Playwriting Europe e Frida Kahlo Productions, sarà al Teatro Erba di Torino, il 28 e 29 marzo.
“Non si tratta di creare uno spazio sicuro per chi è sul palco, ma di indagare che cosa succede ai corpi simili di chi assiste, domandarsi se il proprio corpo risuona più profondamente con quello che vede, nudo, in scena“, dice Nicoletta Scrivo, che cura il progetto.

Sette giovani donne parlano, spesso integralmente nude in scena, dei loro corpi sottratti allo sguardo maschile, dunque liberati, senza pose: corpi che ballonzolano come budini, mostrano pancette, celluliti, smagliature e le cosiddette imperfezioni, raccontando paure, frustrazioni, vergogne, ma anche facendo emergere la rabbia e la gioia. Rabbia di sentirsi in colpa per tutto. Gioia di potersi liberare. L’altra sera, nel finale, la sala era talmente carica che allo start di The rhythm of the night, le donne in platea si sono alzate e hanno cominciato a ballare insieme alle attrici e una è salita sul palco spogliandosi degli abiti.

Com’è iniziato tutto?
Quando interpertavo La Merda nuda in scena, per mia scelta, ho percepito la potenza di pronunciare un testo col corpo nudo. Da lì ho cominciato la mia ricerca, facendo laboratori con attrici e questo approfondimento artistico diventava anche pratica femminista, mentre il laboratorio una sorta di collettivo. Con alcune attrici abbiamo cominciato a rivederci e a scrivere dei testi. Volevamo indagare una nudità nuova, non imposta da un regista maschio e dal suo sguardo oggettificante, ma cercata e creata dal desiderio intimo di far fiorire un corpo femminile talentuoso proprio perchè liberato.

In scena per la prima volta nel novembre 2022: e poi?
Abbiamo scoperto l’incredibile reazione del pubblico (anzi “della pubblica”) e ci siamo messe in ascolto, tanto da farne poi una parte semi-strutturata dello spettcolo. Le donne si divertivano, si emozionavano, si identificavano nei nostri corpi liberi e disinibiti, sentendosi riconosciute, confermate. Tutte registravano la potenza dello spettacolo ma anche quanto tale potenza fosse indissolubilmente legata all’assenza degli uomioni in sala: le loro emozioni non sarebbero potute emergere con accanto un amico, un fratello, un compagno.

Perchè l’assenza di maschi in sala? Lo spettacolo come luogo sicuro?
Solo in parte. Ci piaceva, anche, l’idea di una sorta di “teatro clandestino” in cui potersi rispecchiare e riconoscere tra donne per il solo fatto di ritrovarsi tra pari. Secondo me è proprio l’assenza del maschio a fare emergere alla coscienza delle spettatrici quanto il giudizio sul corpo femminile sia introiettato: lo avvertono prepotentemente nonostante lo sguardo maschile sia assente in sala. Ed è qui la catarsi: stanando la misoginia sociale introiettata, si riesce a trasformarla, insieme, a scegliere di essere libere. Attraverso la messa in scena di corpi femminili capaci di drammatizzare e far ridere, di emozionare e scandalizzare, di provocare e giocare, ci si innamora delle imperfezioni delle attrici, dunque delle proprie. Imperfezioni che diventano unicità, talenti.

Lo spettacolo ha un successo di pubblico impressionante: arriverà in spazi pubblici?
Non credo. I teatri privati hanno interesse a riempire la sala e accettano le nostre regole: nessun uomo in sala per due ore, compresi vigili del fuoco, maschere, tecnici. Possono solo essere donne. I teatri pubblici hanno paura di uno spettcolo del genere.
