Era il 1969 e un ex dirigente di Italconsult, Aurelio Peccei, assieme all’allora direttore dell’Oecd Alexander King iniziò a mettere su la squadra nota come il Club di Roma, che avrebbe realizzato il rapporto I limiti dello sviluppo, forse il testo più famoso di sempre sulla crisi climatica. Questo testo, criticabile per alcuni aspetti, rimane attuale nella sua enfasi sul concetto di limite. Tra le premesse su cui Peccei si mosse, descritte in Chasm Ahead (1969, pp. 222-35), c’è la necessità di una visione globale e di lungo termine nell’analisi e trattazione della crisi climatica.

Insieme ad altri, come De Jouvenel, Peccei sancì la nascita della futurologia, materia che elabora prospettive possibili e desiderabili di futuro partendo dal calderone delle idee del tempo: filosofie utopiste, statistica, sociologia, fantascienza anche. Da lì al Rapporto Bruntland (Our Common Future), dell’87, trascorrono anni, volti a sviluppare e affiancare un nuovo concetto accanto a quello di limite, quello di sostenibilitàOur Common Future si esplicava tramite il riconoscimento del principio di equità intergenerazionale, che tiene conto dell’impatto delle azioni presenti sulle generazioni future, e poi del principio delle comuni ma differenziate responsabilità, valutate in una dimensione storica ed in funzione della cooperazione internazionale, della solidarietà e dell’equità, condividendo l’onere per le risorse ambientali comuni, i global commons.

Il concetto di sostenibilità diventava sinonimo di futuribilità, fondendo equilibrio e principio di speranza (Bloch, 1954). Era il primo passo verso una conciliazione delle rivendicazioni climatiche a livello internazionale. La consapevolezza della maggiore responsabilità e del carico storico occidentale (ancora oggi, sebbene il maggior emettitore sia la Cina, da un punto di vista storico UE e USA sono di gran lunga in testa) venivano dal rapporto Brandt Nord-Sud che constatava che il 20% dell’umanità dispone dell’80% delle risorse del pianeta, mentre l’80% si spartisce il restante 20%, e stabiliva quattro assi di azioni da intraprendere: distensione politica, riconversione dell’industria militare, aiuti da parte degli Stati industrialmente avanzati ai più deboli, equilibrio nel commercio internazionale. Purtroppo tra le masse una consapevolezza diffusa arriva tardi.

Da allora molto poco è stato fatto, ma delle soluzioni sono state tentate, su piccola scala, da chi rifletteva sul cambio di sistema necessario, a partire da Murray Bookchin: il concetto e l’applicazione dei commons. Nel testo The Ecology of Freedom Bookchin scriveva: il rapporto con la natura, basato su presupposti culturali falsati, passa da un cambio del rapporto fra essere umano e essere umano, ma in un’ottica non gerarchica e non centrata sull’essere umano stesso.

Nel 2009 Elinor Ostrom vincerà il Nobel con il testo Governing The Commons, in cui propone una rete di soluzioni dal basso, un modello bottom up della gestione dei beni comuni con otto principi progettuali: 

  • Confini chiaramente definiti (dei contenuti del bene comune e degli attori che hanno diritto a parteciparne); 
  • Regole su l’appropriazione e l’offerta delle risorse comuni, adattate al contesto locale; 
  • Partecipazione della maggior parte dei membri nei processi decisionali; 
  • Monitoraggio da parte dei membri o da persone ai quali devono rendere conto; 
  • Sanzioni progressive per chi viola le regole della comunità; 
  • Meccanismi di risoluzione dei conflitti di facile accesso; 
  • Autodeterminazione della comunità, riconosciuta dalle autorità; 
  • Organizzazione in livelli multipli di imprese annidate, con beni comuni più piccoli al livello base, nel caso di grandi beni comuni.

L’applicazione su grande scala dei Commons è un problema ancora irrisolto, ma la strada è tracciata e trova sempre nuove applicazioni.

Emanuele Akira Genovese per conto di Valeria Belardelli