Comincio dal raccontarvi il trekking che ho fatto io stessa con l’unica Guida turistica nazionale abilitata che è anche una direttrice di giornale, Vera Risi. Sono restata letteralmente senza fiato, ma non per l’impegno fisico. Ma andiamo per ordine.

L’itinerario è all’Eremo di Poggio Conte, nel cuore della Tuscia, una passeggiata di un paio d’ore, assolutamente accessibile anche agli over 70, se in forma, e a bambini e bambine a partire dai 6/7 anni. Un modo per allenare non solo il corpo ma anche il sistema emotivo e l’apprendimento, dato che, mentre si suda per il movimento arerobico del trekking, ci si immerge nella cultura e nella storia dell’arte, grazie a una giornalista sofisticata e colta, che è anche saggista e scrittrice (Il respiro del dono, arrivato finalista al Premio letterario Città di Assisi 2013).

Parlavamo anche di emozioni. Non voglio spoilerare troppo, credo che basti mostrarvi il cartello posto all’inizio della parte più impattante (anche a livello fisico):

Ecco, credo che ci siamo capiti. Prima di raggiungere l’eremo, che è l’acme del percorso, si cammina seguendo la riva sinistra del fiume Fiora e poi inerpicandosi per un sentiero mal segnalato, con ponticelli traballanti costruito con assi ormai mezze marce. Si arriva ad un anfiteatro naturale, formatosi come fosse la piazza di un canyon dalla spaccatura e dai crolli delle rocce tufacee che lo contengono: al centro, una coppia di magniloquenti rocce nere, staccate tra loro ma unite da fili d’acqua incessante che scorrono, dove d’estate vengono eseguiti suggestivi concerti, proprio per via dell’acustica incredibile.

Vera Risi (ds) con la giornalista di La Repubblica Rory Cappelli

L’ambiente ha effettivamente un chè di magico, forse anche grazie al fatto di essere mal tenuto, e conserva quindi quell’aspetto selvaggio che immagino possa essere stato simile a quando, il fortunato esploratore, scoprì questo bendiddìo. Intorno all’anfiteatro, ci sono varie celle monacali, ancora intatte e accessibili solo se non c’è fango, perchè le scalette scavate per raggiungerli sono scivolose e non protette da ringhiere. Il tutto, lo ripeto, se non va a favore della messa in sicurezza di certo crea un aura che sembra proiettarci nei secoli dei secoli che ci precedono.

Da lì comincia la salita, breve ma intensa, verso l’eremo di Poggio Conte, uno dei luoghi più inimmaginabili del nostro stivale. Immerso in un luogo disabitato e selvaggio, oggi come allora, è una chiesa scavata nel tufo, realizzata con la sola forza delle braccia. Non ci sono cartelli indicatori per trovarla, e per questo è indispensabile avere una guida (ma le guide che conoscono questo posto sono molto molto poche..).

Posta su una parete a strapiombo, la chiesa-grotta è composta da due locali quadrangolari: quello d’ingresso ha una copertura a cupola con pilastri, montanti, capitelli, mentre, quello di fondo, ha una volta a crociera ed un’abside con resti di un affresco raffigurante due santi mitrati, forse S. Colombano e S. Savino. La cupola del primo ambiente presenta un disegno floreale, e 4 pilastri a fascio con capitelli cubici. La volta a crociera dell’ambiente di fondo è senza chiave e con costoloni terminanti con pitture geometriche ancora ben visibili: trattandosi di Templari, sono i falli e le vagine colorate (i primi sono ovvi, le seconde possono essere confuse con motivi floreali).

Tutte queste caratteristiche di ispirazione gotico – cistercense la farebbero risalire al XIII secolo. L’abside è a terminazione rettilinea e presenta 3 sedili di cui lo scranno centrale è a nicchia cuspidata con al centro i resti di un altare. L’ambiente d’ingresso era decorato da un grande ciclo di affreschi del XIII secolo, comprendente le figure dei dodici apostoli e del Redentore. Di questo ciclo, trafugato nel 1964, sono stati recuperati soltanto sei pannelli, oggi esposti nel Museo civico archeologico di Ischia di Castro. Nelle immediate vicinanze si possono osservare altri locali scavati nella roccia e quanto rimane dell’originale insediamento monastico insieme ad alcune tombe a camera e alla presenza di una scrosciante cascatella.

Gli altri tre trekking che vi consiglio come allenamento invernale sono:

  1. L’orribil caos. Trekking di circa 5 km nella Selva del Lamone sul sentiero della Rosa Crepante. Si comincia a camminare dai margini del borgo di Farnese e si prosegue per circa 5 chilometri su sassi trachibasaltici. Anche qui cultura ed emozioni, perchè si raggiunge un suggestivo cratere da collasso lungo un percorso costellato di pungitopo, felci, edera e splendidi lecci, ricordando la selva oscura di Dante;
  2. La Pompei della Maremma laziale. Trekking di circa 4 km al Parco Naturalistico Archeologico di Vulci. Si cammina tra le sbalorditive vestigia etrusco-romane dell’antica Velch, che l’esploratore inglese George Dennis definì “ricca di enormi tesori dell’antichità”. Durante l’itinerario si raggiungerà anche il laghetto del Pellicone, suggestivo set di numerosi film;
  3. Amori e passioni. Perfetto per San valentino, soprattutto se la coppia è fatta da due amanti clandestini: è un trekking urbano defatigante di 3,5 km, e si cammina nel borgo di Capodimonte, partendo dallo chalet Gitano Bar sul lungolago. Tra i vicoli e gli antichi palazzi signorili, fino alla Rocca Farnese, Vera Risi racconta degli amori segreti e di quelli impossibili che sono vissuti tra quegli scorci, costeggiando il lago di Bolsena che è il più grande lago d’origine vulcanica d’Europa.

    Per informazioni su questi o altri itinerari, scrivi direttamente a Vera: risivera@gmail.com.
    I Colori del Lago è un’iniziativa in collaborazione con il Comune di Farnese, la compagnia di navigazione Naviga Bolsena, il Museo Civico Ferrante Rittatore Vonwiller di Farnese, il Museo Civita di Grotte di Castro, il Parco Naturalistico Archeologico di Vulci, Riserva Naturale Regionale Selva del Lamone.
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