Oggi ho fatto un gioco. Ho preso le iniziali dei titoli di quattro cortometraggi che parlano di immigrazione e ho provato a mescolarle per vedere cosa ne uscisse.

I quattro titoli sono Balcony, Uno, Irregulars, Import. L’esperimento ha dato risultati sorprendenti e inaspettati. 

Ibui secondo google search è un’abbreviazione per Interesting but useless information (Informazione interessante ma inutile). 

Iubi invece è una parola rumena che si traduce nell’infinito del verbo italiano amare

A pensarci bene è strano che combinando quattro iniziali esca una parola tanto carica di significato. E poi rumena, come se google search sapesse già che in Italia è proprio la comunità più numerosa. 
1 milione 207 mila e 919 persone che ci vivono accanto, e che, come le iniziali dei titoli di questi quattro film, si sono mescolate con noi nelle città che abitiamo. 

Mi viene quasi la tentazione di cambiare l’abbreviazione dell’Urban Dictionary in Interesting and usefull information, anche se per chi urla costantemente all’invasione risulterà una notizia insignificante e inutile. 

Essere bianchi ed europei aiuta a mescolarsi in una società slavata. E per mimetizzarsi meglio è raccomandato rinunciare ai barbecue domenicali in giardino o sui balconi, alle canzoni gipsy e a quei fiumi di birra che fanno tanto cool in un pub inglese quando in estate i figli vanno a Londra o a Brighton per partecipare ai college estivi, molto meno in una riunione di amici o di famiglia dove accendere un fuoco, bere vodka, ascoltare musica e mangiare cibo tradizionale aiuta a sentirti meno solo e immaginarti finalmente a casa. 

A pensarci bene a me il bianco non è mai piaciuto. Vesto di nero e avrei tanto voluto una capigliatura meno mossa e più afro. Sarà per questo che mi sono sempre arrabbiata con le mie amiche nordafricane ossessionate da prodotti alliscianti e piastre per capelli nell’inutile rincorsa ad un canone di bellezza inesistente, almeno in questa parte di mondo bagnata dal Mediterraneo dove colori e forme sono relativi. 

Ci sono bambini che noi vediamo neri, ma che si definiscono marroni e guardandoti negli occhi ti dicono sbuffando che tu non sei per niente bianca: no signore, sei rosa! Già come non averci pensato prima! 

Il rosa però mi fa pensare ad un maialino. Sono italiana è normale così in un paese dove i banconi dei supermercati sono carichi di suini in milioni di forme: prosciutti crudi e cotti, mortadelle, salami, salsicce. Affettati e omogeneizzati con cui crescono tutti i bambini di questo paese. 

Nella cultura islamica la carne di maiale è haram e se fossi mussulmana forse al colore rosa assocerei più i petali della profumatissima rosa damascena. Al verde la menta e non il basilico. E al bianco, il vello del montone che diventa motivo di grande festa due mesi dopo la fine del Ramadhan

Un po’ l’equivalente del nostro Natale. Quel giorno in cui le famiglie si riuniscono, banchettano, ridono, si fa festa. Un po’ di più. Perché è un giorno “Iubi”. Un amare che diventa azione, la forma propria dei verbi. 

E il montone diventa non solo il commensale che riunisce le famiglie, ma che abbraccia i vicini, il quartiere, gli amici e gli estranei anche di fede diversa, in una festa senza confini e che dura giorni. 

Mentre scrivo arriva la notizia dell’ennesimo naufragio al largo della Libia. Secondo l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni un’imbarcazione con 120 persone a bordo tra cui donne e bambini è affondata a largo di Khums. I sopravvissuti sono 47. Due, sono bambini come il piccolo Alan Kurdi che nel 2015 perse la vita con sua madre e suo fratello nel Mediterraneo. 
L’ennesima notizia interessante ma inutile

Alla conta dei cadaveri ci si è ormai abituati come negli anni Ottanta alle immagini dei bambini denutriti del Biafra che oggi a guardarle non fanno più alcun effetto.

La normalità. La quotidianità.

Nelle orecchie mi tornano le parole di  Cyrille Kabore la voce narrante di uno dei corti menzionati all’inizio: Irregulars. “Ho 20 anni e vivo nella paura. Ho timore del futuro. La mia Patria mi ha rifiutato. La terra dei miei sogni anche. Vedo indifferenza e ignoranza. Razzisti che mi cacciano come fossi un appestato da evitare. Vedo madri che non mi considerano un figlio. Perché? Perché mi giudicano con tanta superficialità? Perché mi odiano? Il mare, non l’avevo mai visto prima e mi ha portato via tutto. I miei desideri, le mie ambizioni. Non ho mai voluto vagare da un Paese all’altro. Avrei voluto essere un ingegnere un giorno. Avere un ruolo, un posto. Sognavo di incontrare una bella ragazza, innamorarmi e creare la mia famiglia. Sono in debito con mia sorella maggiore. E’ stata lei a tenermi a galla quando la barca si è rovesciata. Non so nuotare. Lei mi ha tenuto la testa fuori dall’acqua finché stremata non ha più potuto”

Short of the week è un sito web, con annesso canale you tube, che mette a disposizione cortometraggi realizzati in tutto il mondo e pluripremiati in festival internazionali. Nella sezione submit invece i film makers possono inviare i propri corti.

Sul sito potete trovare varie sezioni: animazioni, documentari, sci fi, comedy e drama. Nella sezione news vengono inseriti gli ultimi corti provenienti dai festival mese per mese. 

Nella sezione drama invece potete trovare i quattro cortometraggi citati nel testo: 

Import di Ena Sendijarevic

Balcony di Tobi Fell- Holden  

Uno di Javier Marco

Irregulars di Fabio Palmieri    

Per i salvataggi nel Mediterraneo consulta Openarms  

Infine l’agghiacciante video del soccorso del 12 Novembre 2020 in cui ha perso la vita anche un bimbo di 6 mesi, il piccolo Joseph. 

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