Può essere di grande utilità leggere e tenere nella propria biblioteca il libro recentemente edito dalla casa editrice Nutrimenti e scritto da Maurizio Caminito a proposito della storia delle donne e degli uomini che nel tempo hanno contribuito a definire gli elementi salienti dall’intelligenza artificiale, fino ai giorni nostri. Non senza un briciolo di ironia, il libro ha per titolo Vite intelligenti (Nutrimenti, pp 368, euro 18.00) e prende le mosse addirittura dai primi anni dell’Ottocento.

Il corposo testo è diviso in tre parti, tutte informate da uno stile divulgativo che sembra avere qualche debito di riconoscenza più verso i manuali di storia del liceo che verso i saggi specifici del settore. In questo rileviamo certamente una bella opportunità per il lettore comune che potrà sorprendersi per esempio nel rilevare quanto determinanti e quanto numerose siano state le figure di donne che hanno fornito contributi scientifici a questa branca della scienza.

Intelligenza artificiale, la storia di Ada Lovelace

Paradigmatica è la figura di Ada Lovelace (nata Augusta Ada Byron) figlia del grande poeta romantico inglese George Gordon Byron che fu costretta dalla madre a studiare le scienze matematiche per non fare la fine del padre, a cui invece assomigliava moltissimo per fantasia e intraprendenza. Ada, nel rapporto con altri scienziati, finì come “l’incantatrice dei numeri” a costruire una macchina differenziale (antenata del computer) insieme a Charles Babbage. Entrambi certi che questa tipologia di macchine servissero ad aiutare a rendere disponibile ciò che già si conosce. Una consapevolezza che oggi rischiamo di perdere.

La vicenda umana di Ada Lovelace si risolse nella convinzione, non solo sua, che la matematica fosse complementare e non opposta al genio poetico del padre. A lei e ai suoi studi fecero riferimento figure assai note come Luigi Menabrea in Italia e Alan Turing con il suo sistema binario, sempre in Gran Bretagna.

Il protagonismo delle donne proseguì con Grace Murray Hopper che definì uno dei concetti e delle situazioni informatiche molto familiari fino ai giorni nostri: il debugging. E fu lei stessa a inventare il Cobol, un linguaggio, un compilatore, che fornisce istruzioni ai computer.

Le Top Secret Rosies

Nel campo della programmazione, invece, furono il gruppo di sei donne note come le Top Secret Rosies a vantare il rango di pioniere del settore. Più tardi, nel 1968, con la missione dell’APOLLO 8, decisivo fu l’intervento di Margaret Hamilton nel rimediare a un errore banale degli astronauti che però avrebbe potuto compromettere la spedizione spaziale. Da quel momento la possibilità dell’errore (e la capacità di rimediare) entrarono a far parte dell’orizzonte progettuale di chi si misurava con la costruzione dei computer, spesso affrontando lunghe diatribe tra schiere di ingegneri in polemica con schiere di programmatori. E il contesto culturale iniziò ad avere un peso sempre più forte.

In USA per esempio, interessante e curioso è il fatto recente del mondo della comunicazione per il quale il New York Times in un articolo sull’intelligenza artificiale non cita nessuna donna, quando solo nel 2023, il Times aveva rilevato che il 50% dei protagonisti del settore erano proprio donne!

Il passo decisivo verso la versione contemporanea dell’Intelligenza artificiale nasce dalla consapevolezza che ci trasmette Marvin Minsky per il quale il pc è in grado di apprendere. Ai tempi della sua ricerca teorica, cibernetica e teoria degli automi erano i due concetti di riferimento, e con lui nacque indirettamente anche il deep learning ChatGPT. Stanley Kubrick lo chiamò a collaborare sul set di 2001 Odissea nello spazio, cosa che dovette interrompere per un incidente durante le lavorazioni ma che non impedì di imprimere al film una serie di elementi che ne caratterizzarono fortemente l’originalità e la capacità scientifica e “visionaria”.

Opportunamente, come per Kubrick, Caminito non ci risparmia, citazioni filmiche e letterarie permettendoci di dare sostanza a quanto importante fosse la capacità di “vedere lontano” degli scienziati che lavoravano in quel periodo in questo settore.

Si arriva così alla conclusione che le emozioni sono semplicemente “diverse modalità del pensiero” e che non vi è più alcuna separazione tra ragione e sentimento poiché tutto è in qualche modo “misurabile”. Si capisce così che, come per l’intelligenza umana, anche l’intelligenza artificiale emerga “dalla collaborazione anarchica e specializzata di innumerevoli agenti semplici, ma eterogenei”.

Nell’ossessione verso la perfezione della macchina in via di costruzione, nel tempo, come era prevedibile, emersero prime significative obiezioni.

Il primo e più importante critico delle posizioni più superficialmente ottimistiche (e più ottuse?) sull’Intelligenza Artificiale fu Eli Pariser che espresse forti obiezioni sugli “algoritmi di raccomandazione” per i quali l’IA non ci offre una visione neutra e “oggettiva” della realtà ma ci mostra solo ciò che crede ci piacerà. In quanto controllore dei nostri comportamenti individuali – il “filter bubble” (in altre parole la “bolla” – l’algoritmo ci “chiude” all’interno del nostro mondo e alla fine ha la capacità in prospettiva di influenzare la pubblica opinione. Lo stesso Pariser, qualche tempo dopo, fu l’inventore del “clickbait”, quella frase a effetto che fa da titolo a notizie tutto sommato banali che però attirano l’attenzione di molti lettori.

Il testo di Caminito prosegue con il riferimento alle tematiche etiche e sociali poste da personaggi come Miguel Benasayang che denuncia la “tirannia dell’algoritmo” e l’importanza della dimensione sociale nella vita reale quotidiana degli esseri umani.

Nella seconda e terza parte si sofferma sul ruolo assi significativo che l’intelligenza artificiale mostra di avere nei campi dell’espressione artistica, dell’economia, della politica e dell’etica. Tutto suffragato da una corposa sezione di note e introdotto e concluso da un ringraziamento al contributo che Gemini fornisce alla stesura del libro stesso…

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