È il 1959 quando La Bella Addormentata nel Bosco rischiò seriamente di far tracollare le finanze di Walt Disney. Quel film, criticato ma poi rivalutato, costò uno sproposito al netto di un incasso che riuscì a coprire (a stento) i costi di realizzazione. La Disney chiuse per la prima volta in perdita e ci fu un massiccio taglio nel dipartimento d’animazione. Panico. Non era ammissibile che la Disney, dopo il successo di Peter Pan e Cenerentola facesse flop, per giunta sperperando una grande quantità di finanze. Allora, l’intuizione: I Cento e uno Dalmata di Dodie Smith, romanzo molto apprezzato da Walt, che ne aveva comprato i diritti nel 1957, forse sarebbe stato perfetto per farne un film, magari rimaneggiando un po’ la storia, riscrivendo alcune svolte e, soprattutto, creare quella che sarebbe stata poi una delle villain più influenti della storia del cinema.

Dall’altra parte, però, c’era da fare i conti con le finanze, decisamente precarie: realizzare film d’animazione mantenendo un livello alto di qualità e quantità era proibitivo anche per la Disney, e dunque bisognava trovare una soluzione. Ed ecco l’idea rivoluzionaria: perché non utilizzare le fotografie della Xerox? Il lampo di genio venne ad Ub Iwerks, uno che di cinema ne sapeva, e tanto. Per dire, in cinque anni vinse due Oscar per le innovazioni tecniche che, di fatto, hanno stravolto il settore. Infatti, tutto cominciò durante la realizzazione de La Carica dei 101, nel 1960. Iwerks eliminò l’inchiostrazione dei disegni utilizzando una fotocopiatrice capace di trasferire i disegni stessi sui fotogrammi.

Insomma, una necessità diventata virtù, in quanto la tecnologia Xerox utilizzata per La Carica dei 101 fu lodata anche da Chuck Jones, uno dei competitor Disney e regista di moltissimi cartoon dei Looney Tunes targati Warner Bros. Ma, nonostante tutto, a Walt la resa non piacque, cosa che turbò (e non poco) Ken Anderson, direttore artistico del film. È vero che l’effetto grafico non aveva l’enfasi dell’inchiostrazione a mano, ma si rivelò addirittura più accattivante, con quei colori sbaffati e imperfetti che uscivano fuori dai bordi, oltre ad essere quattro volte più veloce e infinitamente più economico. Basti pensare che nel film, in totale, sono presenti oltre 6,4 milioni di macchie. Così, per maculare cento cani, a mo’ di costellazione, l’appena nata xerografia era la tecnica perfetta. E non finisce qui: di fatto, la pellicola è stata miliare per la Disney, con i successivi capolavori realizzati quasi tutti con lo stesso stile, ovvero fotocopiare i dettagli su uno sfondo realizzato a parte.

Tecnicismi (progressisti) a parte, il film diretto da Wolfgang Reitherman, Hamilton Luske e Clyde Geronimi, uscito in un freddo gennaio di sessant’anni fa, diede alla Walt Disney (e alla Buena Vista Distribution) linfa vitale. Sia dal punto di vista economico sia dal punto di vista narrativo. L’incasso finale fu massiccio e, ancora oggi, è uno dei Classici più amati. Inutile girarci attorno, Pongo, Peggy e i loro cuccioli sono adorabili, ma è Crudelia de Vil (de Mon in Italia) a catalizzare l’attenzione. Spregevole, diabolica, insensibile, profondamente e spudoratamente cattiva. È oggettivamente inconcepibile provare fascino per una vecchia strillona che vorrebbe cucirsi una pelliccia maculata sacrificando dei poveri cuccioli indifesi, eppure Crudelia è l’essenza stessa del film. Un personaggio frammentato e schizzato e, per certi versi, anticipatore: lei è apparenza, superficialità, materialismo. Sostantivi che avrebbero dominato gli anni a venire, sia dal punto di vista politico che sociale.

Non sappiamo se la Disney fosse effettivamente cosciente, in fase di scrittura, di stare a realizzare un’icona. Probabilmente no, vista anche la precaria situazione storica, nella quale gli ordini imperativi erano ottimizzare, attuare, sveltire. Tant’è che Crudelia fece la fortuna de La Carica dei 101, considerando anche l’eccezionale storyline, il forte appeal (c’è qualcosa di meglio di un puppy maculato?), le musiche di George Bruns e una Londra disegnata come meglio non si potrebbe, tra i comignoli fumanti e le prime televisioni che si accendevano in salotto, mentre fuori tutto diventava pop e swinging. Canonicamente considerato il 17° Classico, La Carica dei 101 ha dunque aperto per la Disney uno dei cicli più splendenti: dopo sono arrivati La Spada nella Roccia, Il Libro della Giungla, Gli Aristogatti e Robin Hood. Oltre dieci anni di successi, concepiti e prodotti grazie ad un adorabile branco di dalmati e grazie alla chioma bicolore di un’irresistibile strega.