Di lui mi sono perdutamente innamorata: avevo 8 anni e Rick 10. Molte persone classe 72 e dintorni avranno vissuto le mie stesse emozioni, perchè Rick Schroder, conosciuto anche come Ricky Schroeder, all’anagrafe Richard Bartlett Schroder, è stato uno degli attori-bambini più amati e capaci di tutto il XX secolo. A soli 9 anni vince il Golden Globe per l’interpretazione magistrale in Il campione, di Franco Zeffirelli, a 10 strappa la nomination allo Young Artist Awards per L’ultimo viaggio dell’Arca di Noè, della Disney. Fichissimo poi nel video Liberian Girl di Michael Jackson.

Chi ha visto Il bambino e il grande cacciatore sarà come me rimasto traumatizzato a vita, ma anche letteralmente soggiogato da questo viso angelico, capace di suscitare un’empatia straordinaria per il carisma, l’intensità, la profondità. Stiamo parlando del protagonista del film che oggi vi suggerisco di (ri)vedere, possibilmente con i vostri figli (età minima 5 anni: dopo i 12 vi mandano, secondo me): Il piccolo lord, tratto dal romanzo omonimo di Frances Hodgson Burnett, autrice tra l’altro di Il giardino segreto, di cui abbiamo già scritto.

A differenza delle versioni precedenti (le più rilevanti quelle del 1914 e del 1936), la pellicola del 1980 (la trovate a questo link su Prime Video) regge il tempo, ve lo assicuro, e a dirlo è un’amante degli effetti speciali e del montaggio da caridopalma. Regge perchè gli attori, anche quelli secondari, hanno una capacità interpretativa sorprendente, a cominciare ovviamente da questo genietto dello schermo, ma anche dal magnifico Alec Guinness, o da Alec Schroder, intensissimo. L’abbondanza dei primi piani del regista Jack Gold aiutano l’espressività dei protagonisti, su cui si gioca la grande sinfonia dei sentimenti, vera partita della trama di Il piccolo lord.

Cedric, figlio minore del conte Dorincourt, nobile inglese, è il frutto di un matrimonio malvisto dal vecchio conte, che aveva quindi bruscamente chiuso i rapporti con nuora e nipotino, anche dopo la morte del padre di Cedric (la figura del piccolo Cedric è ispirata a quella del figlio minore dell’autrice del romanzo). Cedric vive un’infanzia felice con la madre e una tata (diventata una sorta di seconda madre) in un quartiere popolare di New York, sempre insieme ai suoi due amici (due adulti), Mr. Hobbs, il droghiere e Dick, il lustrascarpe. La sua vita cambia quando, dopo la morte improvvisa del primogenito della famiglia Dorincourt, Cedric diventa l’erede universale di tutte le fortune e nominato con il titolo di Lord Fauntleroy. A quel punto, il vecchio e anaffettivo conte invita il nipote in Inghilterra, per potergli dare un’educazione adeguata e degna di un lord inglese. La madre e la tata però dovranno vivere in un cottage poco distante dalla tenuta: Cedric potrà frequentarle regolarmente, ma il conte non ha intenzione di incontrare sua madre, ritenuta una spregevole yankee.

In realtà la storia è un’altra, più profonda, e decisamente universale. Racconta di un bambino che, con il candore della purezza nativa che si effonde in ogni nuova vita, ma anche con un’indole insolita, votata all’umanesimo, e con un raro carisma (a volte misterioso, magico), riesce a toccare il cuore arido di un uomo, un conte arrogante e sprezzante, per questo solo e fermo nella sua vecchiaia che, ancor di più, lo incatena ai suoi comportamenti anaffettivi, distaccati, freddi. Semplicemente riconoscendolo, Cedric restituisce al vecchio quell’autorevolezza, quel senso di sè, quell’autostima di cui egli era privo, nonostante il titolo nobiliare, la sterminata ricchezza, il potere, la privilegiata posizione sociale.

Cedric riconosce questo vecchio rivolgendosi a lui come suo pari (pari in termini di appartenenza al genere dotato di umanità) pur senza mai mancargli il rispetto dovuto: lo tocca nonostante il nonno si tenga distante, lo chiama con il suo nome nonostante il titolo nobiliare, lo guarda negli occhi – cosa che nessuno osa fare, lo coinvolge nei suoi giochi semplici – come calciare un barattolo di latta, gli sorride nonostante il muro severo dello sguardo che incontra, gli rivolge parole affettuose e di stima, nonostante il conte sia uomo algido e senza alcuna pietà per i contadini al suo servizio ridotti in estrema povertà. Non solo. Quando Cedric, per caso, scopre le condizioni in cui versano questi contadini, parlerà loro del nonno in termini lodevoli, adducendo al conte iniziative che invece sono sue, tutte volte a restituire dignità e benessere a quella povera gente.

Proprio come sua madre (la quale ha rifiutato di essere mantenuta dal conte: “Non voglio che possa sembrare che ho venduto mio figlio”), che passa le giornate ad aiutare i più bisognosi nonostante il suo esiguo stipendio da sarta, anche Cedric ha quell’educazione sentimentale che nessun titolo, nessun potere, nessuna classe sociale, nessun privilegio economico può far germogliare in un essere umano senza l’amore. Quell’amore, di cui il piccolo lord è dotato perchè ne ha ricevuto in abbondanza dalla famiglia. Un amore che il bambino trasfonde e dona al vecchio nonno, spensieratamente, allegramente, fiduciosamente, gratuitamente.

Nessuno è immune all’amore, è la lezione di vita di questo bellissimo film: se autentico, se puro, se si tratta di un amore basato sul dono e non sul baratto, di un sentimento libero e incondizionato, capace di compiersi nel momento stesso in cui viene vissuto, ecco che allora non esiste resistenza al suo traboccare di cuore in cuore, e la reciprocità ne è la conseguenza simultanea.

Leziosità per gli amatori: mentre le altre versioni internazionali (precedenti e successive) sono alquanto mediocri (sia gli sceneggiati sia i film tv, ma anche gli adattamenti teatrali), suggerisco di puntare alla versione anime prodotto dalla Nippon Animation nel 1988 in 43 episodi, arrivata in Italia l’anno successivo su Italia 1, poi più volte replicato anche su canale 5, Boing e Hiro!