Lavica Festival nasce come una scommessa culturale prima ancora che musicale. In un territorio che da tempo attendeva un appuntamento capace di mettere in dialogo musica, comunità e paesaggio, il progetto porta la firma di un direttore artistico giovanissimo come Archita Giuseppe Russo.

Musicista, attore, formatore e da sempre immerso in percorsi artistici trasversali, Russo affronta questa prima edizione con un approccio che riflette il suo modo di vivere l’arte: libero, istintivo, spesso controcorrente.

La line-up, che attraversa punk, rock, indie e pop senza rinchiudersi in un’unica identità, sembra raccontare proprio questa idea di cultura come occasione di scoperta più che di conferma. Chi ha lavorato con lui in ambito editoriale conosce bene anche il suo sguardo critico sulla realtà, sempre pronto a mettere in discussione ciò che appare scontato. È uno sguardo che sembra emergere anche nella costruzione di Lavica Festival, dove la musica diventa uno strumento per leggere il presente e creare nuove possibilità di incontro.

Sei un direttore artistico molto giovane e hai già scelto di dividerti tra musica, teatro, laboratori e ora anche l’organizzazione di un festival. Quanto c’è di incoscienza e quanto di necessità in una scelta che oggi, in Italia, potrebbe sembrare quasi “folle”?
Più che una scelta, è stato un percorso naturale. Ho iniziato facendo teatro, poi è arrivata la musica, la radio, l’insegnamento, l’organizzazione di eventi. Ogni esperienza mi ha portato alla successiva, senza che ci fosse un piano preciso. A un certo punto mi sono accorto che tutte queste cose parlavano la stessa lingua.
Certo, un po’ di incoscienza serve. Ma credo che oggi la vera follia sia aspettare che qualcuno costruisca gli spazi che vorremmo vivere. Se ci lamentiamo che in provincia non succede mai niente e poi nessuno prova a fare qualcosa, il risultato sarà sempre lo stesso.
Lavica nasce così. Non perché pensassimo fosse facile, ma perché ci sembrava necessario provarci.

La line-up evita qualsiasi etichetta: dal punk al rock fino all’indie e al pop, accostando artisti affermati e realtà emergenti del territorio. È una scelta che sembra voler educare il pubblico alla curiosità e all’ascolto più che assecondarne le abitudini. È questa la responsabilità che immagini per un direttore artistico oggi?
Credo che la curiosità sia una delle cose che stiamo perdendo più velocemente. Oggi ascoltiamo tantissima musica, ma spesso è la musica che arriva da noi, non quella che scegliamo di cercare.
Per questo non mi interessava costruire una line-up tutta uguale a sé stessa. Mi piace l’idea che uno venga per un artista e finisca per scoprirne un altro completamente diverso. È successo a me tantissime volte e sono quei concerti che poi ti rimangono davvero.
Non penso che un direttore artistico debba educare il pubblico, sarebbe una parola troppo presuntuosa. Però credo abbia il dovere di creare occasioni di scoperta. Poi sarà il pubblico a decidere cosa portarsi a casa.

Chi conosce il tuo percorso sa che hai sempre avuto un atteggiamento profondamente punk, non tanto nel suono quanto nello sguardo: spesso controcorrente, critico e poco incline ai compromessi. Quanto pensi che l’arte abbia ancora il compito di raccontare la realtà e, soprattutto, in che modo Lavica Festival prova a tradurre questa tua visione in un’esperienza concreta per il pubblico?
Più che controcorrente, mi piace provare a guardare le cose da un’altra angolazione. Oggi è molto facile finire dentro meccanismi che ci restituiscono sempre le stesse immagini, gli stessi artisti, gli stessi linguaggi. Vale nella musica come nella vita.
Secondo me l’arte serve ancora a questo: interrompere per un momento quell’automatismo. Non deve dare lezioni né sentirsi superiore, ma offrire uno spazio dove possa succedere qualcosa di inaspettato.
Lavica, nel suo piccolo, prova a fare proprio questo. Mettere sullo stesso palco artisti con percorsi diversi, far convivere il punk con l’indie, il rock con il pop, realtà già conosciute e progetti che stanno iniziando adesso. È un invito a uscire dalle proprie abitudini. Se anche una sola persona tornerà a casa avendo scoperto un artista che non avrebbe mai ascoltato, o con la voglia di approfondire una scena musicale che non conosceva, allora il festival avrà avuto un senso.

Il consiglio da queste colonne è allora di passare a trovare il nostro amico Russo e il suo neonato Lavica Festival.

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