L’evangelio delle donne contro il silenzio di Michele Caccamo
Catoju è un romanzo impegnato eticamente e molto intenso, che riflette sul trauma e il peso della violenza sessuale rispetto alla comunità.

Catoju è un romanzo impegnato eticamente e molto intenso, che riflette sul trauma e il peso della violenza sessuale rispetto alla comunità.

Michele Caccamo, con Catoju. Evangelio sulle donne offese (Elliot, 2025) costruisce un’opera vivida e importante, dallo spiccato impegno civile che scava nel silenzio e lo trasforma in parola urgente e viva. Il libro si presenta come un monologo in prima persona, in quanto attraverso la voce di una ragazza che racconta la violenza subita l’autore studia un sistema malato fatto di omissioni e parole che ostacolano ancora di più il superamento di un trauma come quello della violenza.
La scrittura di Caccamo si muove fin dal titolo fra il legame forte con il contesto e l’universalità di quanto raccontato. Tutto parte dal catoju, un luogo che nel Sud Italia è conosciuto molto bene e riguarda una sorta di semplicità, volendo, indicando una piccola cantina o un seminterrato rurale. Si lega all’umiltà nel senso etimologico del termine: humus che in latino significa “terra”. Quanto c’è di puro e innocuo in questa idea?
Eppure, la parola e il luogo che rappresenta va ben oltre in questo monologo onesto e rivelatore. È innanzitutto il luogo della violenza, quindi luogo fisico, ma poi diventa figurato, come spazio del trauma e simbolo tremendo di una mentalità, di un sistema. Il catoju rimanda, infatti, anche a qualcosa di nascosto, tenuto “sotto” letteralmente vista la fisionomia del luogo, dove si possono custodire le provviste. Quello che custodisce è però anche il silenzio della comunità che nasconde e conserva la violenza senza nominarla.
Il catoju è allora legato alla realtà contadina, ma in questo frangente è un simbolo letterario del trauma. Non un trauma qualsiasi, quello femminile.
Lo sentivo dire a mezza voce: «’Nda portamu ’nto catoju». Non capivo. Credevo fosse una parola antica, una di quelle che usava mio nonno e che oggi non servono più. Ho capito dopo. Era un luogo. Un verbo. Una condanna.I catoji stavano sotto. Sotto le case. Sotto i magazzini. Sotto le porcilaie. Sotto la terra.Ci si entrava da una porta di fortuna, stretta, sempre in ombra. Un sacco di juta, appeso, copriva l’ingresso. C’era un gradino di cemento. Un forte odore di umido si attaccava alla pelle. Li usavano per tenere il vino, la carne salata, le cassette di cipolle. E per portarci le donne da scannare, da decollare, da cuocere con i loro cazzi di rospo. Ci passavo davanti, da piccola.
Incipit del romanzo
Il romanzo si pone come una vera e propria letteratura civile, una riflessione tremenda e vera sul silenzio che circonda le vittime, su come il sistema possa ostacolarle. Il fatto che sia un uomo a dare voce a una simile vicenda colpisce in maniera particolare: certo qualsiasi bravo scrittore dovrebbe riuscire a immedesimarsi nei propri personaggi, a conoscerli come se fossero veri, ma la missione che si pone questo libro è anche più nobile.
La protagonista non parla con il lettore per cercare una forma di catarsi o di vendetta, neppure una denuncia o una consolazione. Invece, la riflessione verte sul peso di non essere sostenute e di essere circondate da una comunità che sa e tace. A tutto questo, naturalmente, si aggiunge il trauma in sé: il corpo, mutato per sempre, violato, rinnegato.
In un’epoca in cui è necessario fare i conti con la responsabilità collettiva non solo per queste ma anche per altre tematiche considerate “scomode”, è bene cercare di non farsi ingannare dalla sicurezza del “catoju” e dalla protezione che il silenzio a volte può donare. Questo libro, invece, insegna come sia necessario avere la forza di uscire in superficie, allo scoperto, senza eludere il problema ma trasformando quel silenzio in parola.

