Letta la prima scena si rimane incollati, e il tempo diventa un disturbo, col suo chiederci di mangiare, di andare in bagno, di dormire, di fare le commissioni e il proprio lavoro. No, niente è più possibile finchè questa storia continua a esserci narrata, e noi a leggerla, rincorrendone la fine come si rincorre il miraggio d’acqua nel deserto.

Un libro come tanti: è una storia d’amore. Eppure si resta avvinghiati e aderenti come edera al tronco, perchè, di storie così, tutti ne vorrebbero ma nessuno osa. Non parliamo di amore apollineo, non immaginate un Canova o un Robert Doisneau. Niente colori pastello, acque di lago, musica da camera. Qui la matematica dei sentimenti non c’entra nulla.

Già l’incontro iniziale apre il sipario sull’inferno: il tema è l’incendio, con la sua potenza distruttiva e al tempo stesso purificatrice. Siamo oltre le Colonne d’Ercole, dentro al Triangolo delle Bermude, sotto la Fossa delle Marianne, sul dirupo de Il viandante sul mare di nebbia. I protagonisti, due vite tranquille, vengono catapultati in quel prometeico Übermensch, il superuomo che sovverte l’ordine costituito pur essendo consapevole del rischio di sconfitta, e diventano anti-eroi, proprio come Faust quando esclama «sentimento è tutto!», glorificando l’istinto come forma apicale del sublime, esaltando l’irrazionalismo come spinta e pulsione per traguardare le gabbie della ragione.

Tempesta e impeto, insomma, quasi una citazione letterale che due secoli fa gli Stürmer usavano con spirito rivoluzionario mirando al capovolgimento dell’immobilismo sociale e civile. Questa storia d’amore, infatti, ustionante e abrasiva, è anche una denuncia dal sapore politico di quell’ipocrisia dei sentimenti che divide giudici e giudicati, quando invece siamo tutti collusi nella stessa inestricabile rete delle pulsioni, semplicemente in quanto appartenenti al genere umano (conoscete La mia ora di libertà di de Andrè?).

Morte e amore, anche. Invertiti non a caso, dato il mito dell’Araba Fenice. Sono tanti, in effetti i riferimenti. Eppure si tratta di semplici evocazioni, perchè ogni volta la storia sbalordisce per capacità di riscrittura. Impossibile rintracciare uno standard, uno stereotipo, una convenzione: l’anticonformismo è dirompente e irriverente, non solo concettuale e letterario ma perfino estetico, in una continua sfida allo stile e al genere. Una scrittura mai vista, tra le sincopi, il levare, il gioco coi volumi, l’effetto ragnatela.

Ci sono anche gli anni Settanta, sempre in filigrana, perchè è impossibile non leggere, nella descrizione di lei, quell’anima aliena alla Bowie, quell’essere fluida, uomo e donna insieme, angelo e demone, lupo predatore e preda indifesa: una sorta di sinfonia emotiva che altro non è se non un omaggio all’autenticità umana.

Decisamente interessante, anche le quattro mani che firmano il volume: tecnica mista, dichiarano. E di più non è dato sapere. Se non un indizio, che ritengo alquanto eloquente: la storia viene concepita in un quartiere di periferia, e strutturata in un incontro a settimana per i nove mesi di gestazione, prima della luce.

Dove trovarlo? Occorre aspettare, perchè il libro non è ancora stato scritto.