Un Pulitzer che profuma di riscatto quello che viene più che giustamente assegnato alla scrittrice messicana Cristina Rivera Garza, autrice del memoir L’invincibile estate di Liliana (tradotto da Giulia Zavagna per Edizioni Sur). Nel ricostruire gli ultimi mesi di vita di sua sorella, ha raccolto note e appunti, racconti e testimonianze. In esergo una frase di Albert Camus che, non a caso, dà il titolo all’intera raccolta:

Nel cuore dell’inverno imparai finalmente che in me c’era un’invincibile estate“.

A metà tra saggio e inchiesta, autobiografia e indagine sociale, un libro che diventa un vero e proprio manifesto politico. Per ricordarci che dietro ogni vittima c’è sempre una persona e che, troppo spesso, le colpe ricadono su chi non se le merita.

La storia vera dietro “L’invincibile estate di Liliana”

Città del Messico, luogo che accoglie e respinge, accarezza e dissangua. Al centro Cristina e Liliana, due sorelle divise dall’orrore, separate da un’ingiustizia. Questi i contorni di una storia realmente accaduta. Il 16 luglio del 1990 Liliana Rivera Garza, appena ventenne, viene uccisa da un uomo da cui da tempo non riusciva a liberarsi. Parlare di femminicidio, però, è prematuro. Liliana è vittima di qualcosa che, in Messico, non ha ancora nome. E, come sempre accade, la mancanza di linguaggio esclude e riduce al silenzio, negando qualsiasi forma di giustizia, ma, soprattutto, permettendo che l’orrore si ripeta.

Dopo ventinove anni, tre mesi e due giorni, Cristina Rivera Garza finalmente decide che è arrivato il momento di riprendere in mano il passato e parlare. Per non sentirsi più complice di quel barbaro assassinio, per ridare voce a sua sorella, ma, soprattutto, per tendere la mano a tutte quelle donne che, ancora oggi, subiscono la violenza di una società patriarcale intrisa di machismo e desiderio di possesso.

“Me lo chiedo in silenzio: perché ci ho messo tanto? Succedono così tante cose in trent’anni. Succede la morte, soprattutto. Non smette di succedere. La morte di migliaia e migliaia di donne. I loro cadaveri qui, di guardia. Dietro la schiena. Nelle pieghe della mano, che si stringono. Agli angoli delle labbra. Dietro le ginocchia, quando si flettono. Succedono qui accanto, accanto a me; non smettono di succedere. Le loro immagini sui manifesti che coprono i lampioni, sulle pagine dei giornali, nei riflessi di tutte le vetrine e gli sportelli: i volti che avevano prima del crimine, prima della vendetta o della depravazione, prima dell’amore”.

Liliana: persona e non vittima

I capelli lisci, le lunghe falcate, quell’aria diretta verso l’infinito. Una ragazza libera e indipendente che frequentava l’università e viveva da sola, amava il cinema e i viaggi, si interessava di politica e attualità. Ecco chi era Liliana. Una che sognava di fare grandi cose e si dava da fare per realizzarle. Leggeva, partecipava, era sempre gentile e disponibile. Lui, invece, via via più geloso, non la lasciava respirare. Era persino arrivato a farle del male: l’aveva picchiata e strattonata più volte. Lei l’aveva lasciato, ma lui non si dava per vinto. Aspettava che amici e amiche andassero via per farle visita. Cercava di intenerirla in tutti i modi possibili. Insisteva giurando che, altrimenti, si sarebbe ucciso.

Una dinamica ormai nota di cui, però, ancora non si parla abbastanza. Prima di tirar giù quelle scatole lasciate a prender polvere troppo a lungo sopra a un armadio, non ne sapeva granché neanche sua sorella Cristina. Ecco perché, rileggendo le parole di Liliana e rimettendosi sui suoi passi, per la prima volta le sembra di nuovo di vederla. Ecco perché, scavando nel suo passato, per la prima volta riesce di nuovo a dire il suo nome. Quel che accadde la notte del 16 luglio del 1990 resta, purtroppo, a larghi tratti ancora oscuro. Quel che conta davvero, però, è che finalmente Liliana abbia ritrovato la sua voce.

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