“Quando Pinocchio entrò nel teatrino delle marionette, accadde un fatto che destò mezza
rivoluzione. Bisogna sapere che il sipario era tirato su e la commedia era già incominciata.
Sulla scena si vedevano Arlecchino e Pulcinella, che bisticciavano fra di loro e, secondo il solito, minacciavano da un momento all’altro di scambiarsi un carico di schiaffi e di bastonate.”

Carlo Collodi, “Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino”, 1881-1883, capitolo X.

La favola di Collodi è universale perché ci ha mostrato comportamenti e stereotipi che ancora oggi sono attualissimi. Come, ad esempio, quelli di farsi tentare da allettamenti e lusinghe di per sé invitanti, senza alcuna apparente controindicazione. Una prassi che non ha nulla di nuovo rispetto al passato, e che oggi vediamo riproporsi in economia quanto in politica. Abbiamo già conosciuto tante favole che, più o meno, avevano gli stessi intenti.

«A quei tempi era ridicolo,
ma purtroppo esiste ancora
per Pinocchio oggi il pericolo
di tornare come allora.
Nella storia che vedrete
c’è la strada più sicura
per salvarlo dalla rete
d’una nuova dittatura»

“Opuscolo di propaganda della Democrazia Cristiana” in S. Pivato, “Favole e politica
Pinocchio, Cappuccetto rosso e la Guerra fredda”, Il Mulino 2015.

L’uso politico di Pinocchio

Favole e Politica, il saggio di Stefano Pivato, infatti, svela come sia stata spesso manipolata nel passato la favola del burattino di legno a fini esclusivamente propagandistici. Non solo Pinocchio, chiaramente, perché altri soggetti della letteratura giovanile sono stati strumentalizzati a scopo politico ma la storia di Collodi è stata spesso terreno di conquista delle varie fazioni in lotta tra di loro. Ma se c’è una fazione che più di tutte ha sfruttato l’immaginario collodiano è stata quella fascista.

Sin dagli inizi del ventennio, Pinocchio viene arruolato tra gli squadristi e indossa la camicia nera, per dare la caccia ai nemici del popolo e soprattutto ai “rossi”.

Ricorda altresì Pivato: “Ancora in giovane età, egli infatti partecipa alle spedizioni punitive contro i burattini comunisti, portando con sé due fiaschi pieni di olio di ricino, ai quali Geppetto eleva un inno che fa il verso all’Inno a Satana di Carducci:

Salute o Ricino
Senza limone!
Tu che sai vincere l’indigestione!
Che quando s’agita

Del bolscevico
Il gas mefitico
Nell’ombelico

Tu, bello e orribile
Mostro, ti sferri
Dal biondo calice
Già ti disserri!”

S. Pivato, “Favole e politica”, cit.

Torniamo a noi, alle promesse fatte nel corso di questi anni e di questi mesi

Promettere qualcosa di facile indica sostanzialmente una scorciatoia mentale per convincere gli ingenui e per mostrare che i risultati si possono ottenere senza fatica. Per questo le promesse piacciono più delle richieste di sacrifici o delle prese di posizioni realistiche, e gli annunci mirabolanti trovano sempre una corte di incensatori plaudenti.

“E ora avete capito, miei piccoli lettori, qual era il bel mestiere che faceva l’Omino? Questo brutto mostriciattolo, che aveva una fisionomia tutta latte e miele, andava di tanto in tanto con un carro a girare per il mondo: strada facendo raccoglieva con promesse e con moine tutti i ragazzi svogliati, che avevano a noia i libri e le scuole: e dopo averli caricati sul suo carro, li conduceva nel Paese dei Balocchi, perché passassero tutto il loro tempo in
giochi, in chiassate e in divertimenti. Quando poi quei poveri ragazzi illusi, a furia di baloccarsi sempre e di non studiare mai, diventavano tanti ciuchini, allora tutto allegro e contento s’impadroniva di loro e li portava a vendere sulle
fiere e sui mercati.”

Carlo Collodi, “Le avventure di Pinocchio”, capitolo XXXIII, cit.

Quando poi le promesse toccano i soldi, allora riguardano tutti e convincono tutti. Ma se io fossi un elettore oggi, non sarei più contento che eventuali soldi da me risparmiati fossero investiti in altre emergenze che, per davvero, contano e coinvolgono tutta l’umanità? Se ci fossero dei fondi a disposizione, non sarebbe meglio destinarli – tanto per dire – alla lotta ai cambiamenti climatici, alla sostituzione dei combustibili fossili, alle lacune della sanità o ad altre emergenze realmente tali?

Una favola e una promessa per ogni stagione

Ma queste sembrano domande retoriche a cui appunto – per tornare a Collodi – il Gatto e la Volpe non risponderanno mai. Anche qui chi ci governa è abituato a compiere magie e ad effettuare trasformazioni capaci di ammaliare il pubblico che ascolta e che osserva. Se nelle versioni del ventennio Pinocchio si ravvede dalle “marachelle” ed è capace di diventare un buon “balilla”, il Gatto e la Volpe spariscono dall’immaginario della dittatura per ritornare invece nelle storie educatrici di Salò come monito a guardarsi sempre dai nemici o dai detrattori del regime.

“Uscito di prigione, inizia il girovagare di Pinocchio nel corso del quale incontra alcuni personaggi che negli stereotipi della propaganda della Repubblica Sociale rappresentano i nemici: il Gatto e la Volpe, dediti alla borsa nera e in combutta con inglesi e americani, oppure soldati che scappano dopo l’armistizio”.

S. Pivato, “Favole e politica”, cit.
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